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Rilanciamo il lavoro e lo sviluppo per tornare grandi nel mondo!

Il Blog delle Stelle

 

di Luigi Di Maio, Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico

Unire il mondo delle imprese con il mondo dei lavoratori è l’unico modo per far ripartire il nostro grande Paese. Questa sinergia è il collante delle piccole e medie imprese italiane che ci hanno reso grandi nel mondo, rendendo il Made in Italy un fiore all’occhiello a livello internazionale. Per questo ho voluto accogliere la sfida di mettere insieme due Ministeri, quello del Lavoro e dello Sviluppo Economico. È una sfida che possiamo vincere perché siamo in un momento storico in cui ci sediamo al tavolo sia con i rappresentanti sindacali, sia con quelli delle aziende. Con i lavoratori e la dirigenza di TIM, qualche settimana fa, abbiamo scongiurato la cassa integrazione, raggiungendo un accordo reso possibile grazie ai funzionari del Ministero del Lavoro e a questa unione d’intenti. Abbiamo attraversato la strada che ci portava dal Ministero del Lavoro a quello dello Sviluppo economico e abbiamo cominciato a parlare di un nuovo modello di sviluppo per le telecomunicazioni e per rilanciare il settore. È questo quello che sto e che dobbiamo cercare di fare nei prossimi anni.

Sono arrivato in Parlamento circa 6 anni fa, in questo tempo ho rappresentato le istanze di tante persone che venivano da me e mi portavano le loro sofferenze. Questo è un Paese che ha circa 2,7 milioni di persone che non hanno più cibo, circa 4,7 milioni di cittadini sono in povertà assoluta e 8,2 in povertà relativa. Ma la cosa che più mi sta a cuore e che devo affrontare ogni giorno è quel 12% di lavoratori italiani che lavora sotto la soglia di povertà relativa. C’è un problema di povertà, di lavoro, ma anche di quale lavoro può risolvere il problema della povertà.
Questa è la grande sfida che ci aspetta, se non la affrontiamo ci ritroveremo a non avere abbastanza contributi per arrivare ad una pensione sopra la soglia di povertà relativa. L’altra vera grande questione, che ho ribadito ieri quando sono intervenuto al Consiglio dell’UE, è quella della crescita demografica di questo Paese.
Siamo l’ultimo Paese che fa figli in Europa, un dato legato anche al tema del lavoro e della solidità del contratto con cui veniamo assunti. Voglio lavorare con tutti per riuscire ad arrivare a delle soluzioni soddisfacenti in entrambe le direzioni. Qual è la questione principale? È che si fa un grande sforzo per difendere il lavoro esistente, per non far scappare le aziende all’estero, per non farle demoralizzare (a volte in malafede), per non farle chiudere con un comunicato o con una lettera.

Stanno nascendo nuove categorie di lavoratori che a volte non conoscono il loro datore di lavoro, che non hanno un contratto e che oggi, in alcuni casi – soprattutto i più giovani – chiedono di lavorare pur senza stipendio. Solo per dire di avere un lavoro. Questo concetto sta distruggendo la cultura del lavoro in Italia, tanti ragazzi oggi chiedono di lavorare pur di non stare a casa e a volte ci rimettono pure dei soldi.
Questo tema è rappresentato da una categoria, non l’unica a vivere questa sofferenza, che ho deciso di accogliere subito al Ministero del lavoro, ancora prima d’incontrare i rappresentanti del settore metalmeccanico sulla questione ILVA. Sto parlando dei cosiddetti riders, simbolo di una generazione abbandonata, oggi in balia di app, piattaforme digitali, multinazionali che a volte utilizzano la loro forza-lavoro senza fargli nemmeno un contratto, senza dargli una minima tutela.
Secondo i nostri studi, entro il 2025-2030 il 50% dei lavori così come lo conosciamo si trasformerà in Italia. Molte di queste persone lavoreranno per delle piattaforme digitali, che devono iniziare a fornire delle tutele. Perché quando un ragazzo mi consegna del cibo a casa in bicicletta e viene messo in competizione con una macchina, quel ragazzo mi stringe la mano, mi sorride, mi fornisce il servizio con un valore aggiunto che va retribuito. Le capacità, il talento e l’umanità delle persone devono essere pagate, non le puoi mettere in competizione con una qualsivoglia tecnologia.

Ho detto a questi ragazzi una cosa molto semplice: voglio fare delle norme che vi tutelino e che facciano in modo che quello che fate sia lavoro e non sfruttamento. Le tutele per chi lavora con le piattaforme digitali le mettiamo in un testo e le facciamo diventare legge. Poi si sono fatte sentire le piattaforme digitali, le ho incontrate al Ministero del Lavoro e gli ho proposto un percorso: da una parte mettiamo le rappresentanze dei lavoratori e dall’altra le piattaforme digitali.
Se a quel tavolo si trova una soluzione per le tutele di questi ragazzi non c’è bisogno di null’altro, perché a quel punto avremmo trovato un accordo, un nuovo tipo di contratto per la cosiddetta gig economy che li possa tutelare. Ma se, invece, subiamo delle minacce come il trasferimento delle aziende all’estero, allora facciamo la legge. Questo è il mio modo di vedere le cose. Devo dire che c’è stata un’ampia disponibilità, settimana prossima ci sentiremo e cominceremo questo tavolo sui lavori della gig economy.
La questione dei giovani è molto importante: vanno coinvolti soprattutto sul concetto che vogliamo dare di lavoratore. Ieri, per poco, al Consiglio dell’UE non siamo riusciti ad inserire la definizione di lavoratore all’interno di una direttiva che stavamo discutendo, e si è demandato agli ordinamenti nazionali.

Questa direttiva, ovviamente l’ho presa in corsa perché faceva parte delle discussioni del vecchio governo, spero venga migliorata al Parlamento Europeo. C’è bisogno di stabilire chi è il lavoratore, che cos’è un lavoratore e con quali tutele e definizioni. Perché stiamo andando in una direzione che mi preoccupa molto, quella proprio di quei ragazzi – non per forza del Sud, ma anche delle periferie del Nord – che oggi accettano qualunque cosa pur di dire ai genitori di aver trovato un’occupazione, pur di dire agli amici che hanno trovato un lavoro.
Mi fa piacere si inizi a parlare della partecipazione dei lavoratori, per orientare le decisioni che un’organizzazione di rappresentanza. Questa partecipazione, che a noi sta molto a cuore, vede anche altri strumenti che noi abbiamo individuato nel contratto di Governo: mi riferisco all’abolizione del quorum nel referendum abrogativo. È un tema che chiama la mobilitazione, per anni i referendum li vinceva chi se ne stava a casa. È arrivato il momento di fare in modo che chi va a votare conta e chi se ne sta a casa si prende le sue responsabilità.

Questo concetto, ovviamente, mi permette di introdurre un’altra cosa che riguarda anche le aziende. Come dicevo ho voluto unire Sviluppo Economico e Lavoro perché credo si possa fare un gioco di squadra tra la parte datoriale e la parte dipendente. Queste due parti, soprattutto nelle piccole e medie imprese italiane, hanno fatto il miracolo del Made in Italy nel mondo. Dev’esser chiara una cosa, non penso che tutti i problemi di questo Paese si possano risolvere con delle leggi.
Non voglio intervenire e non voglio che questo Governo intervenga continuamente con leggi in ogni dinamica economica, perché facendo così molto spesso si sono bloccati gli investimenti complicando troppo il codice degli appalti. Si sono anche bloccate le imprese riempiendole di burocrazia per oltre 30 miliardi di Euro all’anno di costi, si volevano perseguire gli evasori con degli strumenti che stanno perseguendo quelli che le tasse le hanno sempre pagate e alla fine il meccanismo generale che si è creato è una paura generalizzata di esser sempre fregato da una delle 187mila leggi esistenti nel Paese che prima o poi ti sfuggono.
Ho rivolto più volte un appello ai parlamentari: da domani cominciano a lavorare nelle commissioni che si sono formate oggi. Quindi, da lunedì, dal punto di vista lavorativo del Parlamento, ho chiesto di non bombardate i cittadini di troppe leggi, perché è arrivato il momento di semplificarne e abolirne un po’ di quelle che non servono.
Credo, invece, che l’Italia si possa cambiare con l’esempio delle istituzioni. Se nelle istituzioni ci sono persone che danno l’esempio, allora il Paese può cambiare molto più velocemente. Credo che questa sia finalmente la settimana buona per abolire i vitalizi agli ex parlamentari; è prima di tutto un messaggio che si vuole dare da questo punto di vista. È una questione di giustizia sociale. Dopo i vitalizi passeremo anche alle pensioni d’oro, sopra i 5mila Euro netti vanno tagliate se non hai versato i contributi.

Il lavoro si crea con gli investimenti in Italia. Su questo dobbiamo chiarire una cosa: nel nostro contratto di governo abbiamo inserito una clausola che individua uno studio costi-benefici sulle grandi opere italiane. Il vero problema in Italia è che in alcuni casi si facevano opere per spendere soldi e non si spendevano soldi per fare opere. Questo concetto è alla base di alcune questioni che noi abbiamo posto, come quella della TAV in Val di Susa.
Poi ci sono da spendere soldi per fare delle opere importanti, penso a Matera Capitale della Cultura che non ha ancora il treno. Ci sono ponti sul Po, nella ricca Lombardia che traina quasi un quarto del PIL italiano, che crollano per mancate manutenzioni. Ci sono investimenti da fare in strade e autostrade in alcune zone del nostro Paese.
Io penso che sulle infrastrutture ci sia molto da fare. Mi chiederete: ma dove prenderete tutti questi soldi? Dobbiamo sbloccare quelli che sono già negli enti locali e territoriali, che non si muovono. Il Ministero del Sud che abbiamo individuato lavorerà dalla mattina alla sera per sbloccare i fondi europei che sono già destinati e non si stanno spendendo. Soprattutto, dobbiamo semplificare il codice degli appalti, perché in alcuni enti locali e territoriali ormai c’è la paura di mettere una firma sotto una delibera per sbloccare un investimento.

Se riusciremo a sbloccare i miliardi di Euro che sono già allocati negli enti territoriali e locali, allora potremmo già rimettere in parte in moto l’economia. Come prima si citava l’ILVA è una delle questioni più importanti che abbiamo sul tavolo e giustamente mi si chiede non da voi, ma in generale, di risolvere in 15 giorni una questione rinviata per sei anni e trascurata per venti. Io ce la metterò tutta, stiamo studiando le carte nel modo più scrupoloso possibile: il piano industriale, il piano ambientale, il piano finanziario, cose che non erano note pubblicamente fino a qualche tempo fa. È chiaro, ci sono due interessi primari da tutelare: quelli di coloro che lavorano nell’ILVA e quello dei tarantini, che devono tornare a respirare e che hanno il diritto di respirare.

Il costo del lavoro in Italia è ben al di sopra delle medie europee. Un provvedimento in questo senso deve andare nella direzione dei lavori che stanno arrivando e che possono dare nuove occasioni lavorative ai cittadini italiani. Con i livelli di disoccupazione giovanile che abbiamo, noi possiamo agganciare una grande rivoluzione nelle nuove tecnologie, nel Made in Italy, nella cultura e nel turismo. Il tutto per sgravare prima di tutto quei settori dal costo del lavoro, in modo tale da poter incentivare assunzioni e poter far sviluppare un comparto che in altri paesi d’Europa è molto più avanti.
L’Italia ha messo poche centinaia di milioni di Euro sulle start-up innovative; Macron, in Francia, con il quale non corrono buonissimi rapporti da qualche giorno, ha investito 4 miliardi di Euro. Questo settore permette anche la digitalizzazione e l’innovazione d’industrie della vecchia economia, parliamo di ricerca, sviluppo, ma soprattutto di giovani.

Ovviamente tante persone che faranno parte di questo cambiamento del mondo del lavoro avranno un grande problema, che è quello della riqualificazione. Ci saranno realtà che andranno nella direzione non della chiusura, ma della riconversione. E avranno bisogno di nuovo personale. Ieri ho incontrato il Ministro del Lavoro tedesco, loro hanno un sistema di centri per l’impiego molto efficiente.
Come ministro del lavoro riunirò il prima possibile gli assessori al lavoro delle singole regioni, perché i centri per l’impiego e le politiche attive del lavoro fanno parte dell’impianto della legislazione concorrente, quindi delle regioni. Quel tema lo dobbiamo affrontare prima di qualunque altra cosa: oggi i centri per l’impiego – in molte parti del Paese – sono un’umiliazione e non un’opportunità.

Ce la metterò tutta su quel fronte, tanti ragazzi stanno diventando NEET, stanno perdendo le speranze in qualsiasi cosa. Sia che si tratti di studiare o di cercare un lavoro. Stanno diventando NEET anche perché sbattono contro un centro per l’impiego che si prende il loro curriculum e gli dice: “Vi faremo sapere” e poi sparisce.
Questa è la premessa per un’altra questione, noi siamo stati mandati in Parlamento come forza politica dal 32% del Paese per realizzare una misura che si chiama reddito di cittadinanza: questo strumento crea tante giuste obiezioni, perché non lo conosciamo e devo dire che c’erano obiezioni anche nell’altra forza politica con cui condividiamo questo governo. Poi gliel’ho spiegato: l’obiettivo non è quello di dare soldi a qualcuno per starsene sul divano.
Tu hai perso il tuo lavoro perché quel settore è finito oppure si è trasformato? Ora ti è richiesto un percorso per formarti, qualificarti ed essere reinserito nei nuovi settori su cui stiamo facendo degli investimenti. Ma siccome hai dei figli, mentre ti formi e mentre lo Stato investe su di te, ti do un reddito. In cambio dai al tuo sindaco, ogni settimana, otto ore gratuite per lavori di pubblica utilità.
Sul reddito di cittadinanza noi non arretreremo e ci metteremo insieme come forze politiche, e se vorrete anche come parti sociali. Perché la vera grande questione è la riconversione di chi oggi ha bisogno di essere riqualificato e reinserito; una questione che passa dai centri per l’impiego, ma anche da un reddito.

Settimana prossima, in Consiglio dei Ministri, porterò già una prima norma stringente sulle delocalizzazioni, perché le aziende non possono lasciare i lavoratori in mezzo ad una strada dopo che hanno preso i soldi dalle loro tasse. Per andarsene a delocalizzare in giro per il mondo.
Lasciatemi dire un’ultima cosa sull’Unione Europea. In questi anni è stata quella che abbiamo conosciuto ogni volta che si toccavano argomenti come le pensioni: ce lo chiede l’Europa e si è fatta la legge Fornero, poi si sono fatte le delocalizzazioni perché c’era una norma europea che lo consentiva, poi si sono licenziati i lavoratori perché c’erano una serie di questioni che riguardavano alcune quote di mercato che non ci permettevano più di sviluppare un settore, poi abbiamo visto l’agricoltura arretrare perché ci si apriva a dei mercati che producevano alla metà del costo del lavoro e senza norme di sicurezza. Abbiamo conosciuto un’Europa che, dal punto di vista dei pensionati, dei lavoratori e dei disoccupati è sempre stata purtroppo una matrigna più che, invece, una realtà che doveva accompagnarci nei diritti e nella solidarietà.

L’Europa serve se lavora sul pilastro sociale. Se continua a prostrarsi alle banche e alla finanza i cittadini non ha seguiranno. Ieri ho detto alla Commissaria Thyssen, che è la commissaria di riferimento per il mio Ministero, che sosteniamo tutti gli interventi di politiche sociali che vorrà fare l’Unione Europea con il Fondo Sociale Europeo e con il fondo sulla Globalizzazione. Ma a due condizioni: prima di tutto ci deve essere un semplice accesso a questi fondi, perché a volte anche le più grandi entità dello Stato non riescono ad accedervi per problemi di burocrazia europea. L’altra è che non si possono destinare questi fondi a parti dell’Italia solo in base al PIL di quella zona del Paese, dobbiamo cominciare a destinarli in base agli indici di disoccupazione.
È vero che il PIL è un indicatore della ricchezza, ma è anche vero che il PIL dell’Italia cresce e allo stesso tempo i livelli di povertà continuano ad essere notevoli e a non arretrare. Voglio infine comunicare una cosa: sono consapevole che da soli non si va da nessuna parte, se si riesce a lavorare tutti insieme si trovano le soluzioni migliori ed è questo quello che voglio fare come Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico.

 

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