Pesticida Killer

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°BLOG DI SAVERIO PIPITONE

Pesticida Killer

di Saverio Pipitone [pubblicato nel N. 69 – luglio/settembre 2019 di Scienza Conoscenza]

All’hotel Downtown Inn di Chiang Mai in Thailandia arrivarono nel tardo pomeriggio del 2 febbraio 2011 le giovani turiste neozelandesi Sarah Carter, Emma Langlands e Amanda Eliason. All’ingresso un cartello informava che la struttura era stata sottoposta a disinfestazione a causa di cimici trovate nei letti. Dopo il check-in per la camera, le ragazze cenarono in un vicino ristorante, ma l’indomani stettero male: dolori di pancia, vomito e finirono d’urgenza in ospedale. Sarah, ricoverata per tre giorni, morì il 6 febbraio 2011 all’età di 23 anni per miocardite. Nello stesso mese, al Downtown Inn, morirono la guida turistica thailandese quarantasettenne Waraporn Yingmahasaranont e i coniugi inglesi settantenni George ed Eileen Everitt, che come Sarah ebbero un’infiammazione acuta del muscolo cardiaco. Per le autorità pubbliche fu pura coincidenza: si accontentarono dell’ipotesi di intossicazione alimentare, con tutta l’intenzione di chiudere in fretta il caso per salvaguardare il turismo locale. La giornalista Sarah Hall del programma televisivo neozelandese «60 Minutes» volle indagare e a maggio soggiornò nella stanza della ragazza defunta, prelevando dei campioni e facendoli esaminare da un laboratorio: trovarono il pesticida Clorpirifos. Lo scienziato Ron McDowall, esperto mondiale di prodotti chimici pericolosi, disse all’epoca: «È una sostanza rapidamente assorbita dal corpo umano ed è probabile che i decessi siano legati ad essa».

Che cos’è e chi produce il più letale degli insetticidi

Discendente dai micidiali gas nervini della seconda guerra mondiale e sostituito del proibito DDT, il Clorpirifos è un insetticida organofosfato e neurotossico a largo spettro che inibisce l’azione dell’acetilcolinesterasi, un enzima fondamentale per il funzionamento del sistema nervoso, in modo da abbattere e uccidere parassiti, larve e insetti. È utilizzato su una cinquantina di colture agricole tra cui mais, grano, soia, barbabietole, meloni, fragole, cavoli, broccoli, peperoni, patate, uva, mele, pere e pesche, fino ai prodotti floreali. Si utilizza anche nei trattamenti sui campi da golf, nei canili e come ingrediente nello shampoo, negli spray e nei collari antipulci degli animali domestici. Ha un odore simile alle uova marce o all’aglio, ed è pericoloso se toccato, inalato e ingerito.

A inventarlo nel 1965 è stata la Dow Chemical, che alla fine del 2017 si è fusa con la concorrente DuPont, per la strutturazione del gigante chimico statunitense DowDuPont che nel 2018 ha generato un fatturato di 85,9 miliardi di dollari e 3,8 miliardi di profitti da spartire tra gli azionisti: i principali sono gli agguerriti fondi di investimento The Vanguard Group e Black Rock.

DowDuPont produce l’insetticida Dursban a base di Clorpirifos. Negli anni Novanta, per rinnovarne l’autorizzazione, commissionò all’Argus Research Laboratories della Pennsylvania un’analisi sul cervello di ratti gravidi e l’esito fu di non pericolosità nello sviluppo neurologico. Di recente, un team di ricerca guidato dal chimico Axel Mie dell’università medica Karolinska Institutet di Stoccolma, ha ricontrollato lo studio del produttore e i risultati – pubblicati a novembre 2018 sulla rivista scientifica «Environmental Health» – evidenziano condizioni di tossicità nei topi a basse e medie dosi che erano state omesse nel rapporto finale, con delle discrepanze rispetto ai dati grezzi di partenza che avrebbero fuorviato la valutazione dell’autorità di regolamentazione.

Effetti sul cervello: iperattività, spettro autistico, memoria

Gli effetti funesti del Dursban sull’organismo umano erano già stati rilevati nel 1995 dalla tossicologa Janette Sherman che in Arkansas aveva incontrato un bimbo con patologie cerebrali congenite causate dall’esposizione della madre all’insetticida nebulizzato per disinfestare gli uffici della banca dove lavorava nel periodo della gravidanza. La scienziata presentò uno studio completo il 25 ottobre 1998 a Carpi in provincia di Modena, alla conferenza internazionale dell’Istituto Ramazzini sulle malattie ambientali, mostrando come i difetti congeniti di 15 bambini, dagli occhi ai capezzoli, dal palato ai genitali, fossero imputabili al Dursban assorbito dalle mamme durante la gestazione.

Il Clorpirifos per uso domestico è stato proibito negli Stati Uniti a partire dal 2000. In seguito al divieto, una squadra di ricercatori guidata dall’epidemiologa Virginia Rauh della Columbia University di New York suddivise in due gruppi delle donne gravide di città, dimostrando che i pargoli partoriti prima del divieto ed esposti in utero alla sostanza erano più inclini a sviluppare disturbi da deficit di attenzione e iperattività o ADHD a 3 anni, carenze di memoria a 7 anni e lieve tremolio alle mani a 11.

Successivamente alcune ricerche dell’Università della California di Davis e di Berkeley documentarono il rischio di problemi alla memoria o di abbassamento del quoziente intellettivo per i nati da madri residenti tra i campi irrorati con Clorpirifos. Nella medesima università, un’équipe di professori di scienze della salute capeggiata da Ondine von Ehrenstein ha analizzato – nella zona ad agricoltura intensiva di Central Valley in California – i dati di nascita dal 1998 al 2010 di circa 38.000 persone, di cui 2961 con autismo, supponendo che l’esposizione prenatale e infantile all’insetticida entro 2 km dall’abitazione provochi un aumento di probabilità di contrarre disturbi dello spettro autistico: lo studio è stato pubblicato a marzo 2019 sull’autorevole rivista scientifica «British Medical Journal». Gli abitanti della Central Valley californiana sono incessantemente bersagliati dalle irrorazioni agrochimiche per un letale effetto deriva che avvelena aria e acqua, con conseguenti disturbi respiratori, cardiaci e neurodegenerativi, sia negli adulti che nei bambini.

Mele e uva al Clorpirifos
Il terribile pesticida viene principalmente a contatto con il corpo umano attraverso il consumo quotidiano di cibo. Come emerso dal dossier Stop Pesticidi di Legambiente pubblicato a gennaio 2019, il Clorpirifos è uno degli elementi più frequenti e diffusi in uva, mele e pere.
Nel 2017 una famiglia romana si è prestata a un biomonitoraggio urinario promosso da associazioni e imprese ecologiste, da Federbio al WWF e a NaturaSì, nell’ambito della campagna di sensibilizzazione I pesticidi dentro di noi. Nelle urine di mamma Marta, papà Giorgio e dei due figli è stato rilevato del Clorpirifos, misurato in microgrammi per grammo di creatinina, nelle seguenti quantità: 5 e 2,5 per i quarantenni Marta e Giorgio; oltre 5 e 2 per i figli Giacomo di 7 anni e Stella di 9, valori elevati rispetto alla media della popolazione che per i bambini prevede 1,5 microgrammi per grammo di creatinina e per gli adulti di 0,7. Dopo 15 giorni di sola dieta biologica, i livelli del pesticida si sono notevolmente ridotti, a eccezione di quelli di Stella rimasti immutati. In un’analoga analisi condotta dal professore di scienze ambientali Chensheng Lu e pubblicata nel 2006 nella rivista «Environmental Health Perspectives», sono stati somministrati alimenti biologici a 23 bambini di Seattle, con un’età compresa tra i 3 e gli 11 anni, per 5 giorni consecutivi: con la nuova dieta si è verificato un abbassamento significativo dei valori di Clorpirifos nell’organismo dei piccoli presi in esame, fino a quando non è stata reintrodotta la dieta convenzionale.

Interferenza endocrina: danni sino alla quarta generazione

Le autorità regolatorie rassicurano sul fatto che i residui di pesticidi sono quasi tutti nei limiti di legge e bisognerebbe ingerirne enormi quantità per superare la dose giornaliera ammissibile.

È però opportuno ricordare che il livello legale di nocività è misurato sulla singola molecola e non vengono valutati né l’insieme di elementi coesistenti nel medesimo prodotto, né la continuità espositiva giornaliera a parecchie sostanze presenti in diverse derrate alimentari, con il conseguente moltiplicarsi della tossicità. Nessuna dose può quindi considerarsi accettabile, soprattutto quando si tratta di Clorpirifos che agisce da perturbatore endocrino nel sistema ormonale, neurologico, psichico e immunitario, colpendo soprattutto l’organismo in fase di formazione e di crescita. I danni permangono sino alla quarta generazione, come ultimamente documentato dall’Università belga di Liegi con una ricerca, coordinata dallo studioso di neuroscienze David Lopez Rodriguez, sull’interferenza endocrina nella riproduzione di 31 ratti femmine che si trasmette in maniera intergenerazionale.

E, se non bastasse, il Clorpirifos sarà sempre disponibile anche per i posteri, dato che il reparto di ecotossicologia dell’Università di Milano-Bicocca l’ha trovato ibernato nei ghiacciai del Monte Rosa. Come ci è arrivato? È risalito dalle aree agricole limitrofe alle Alpi, principalmente dalla Pianura Padana, dove ogni anno l’ISPRA (Istituto superiore protezione e ricerca ambientale) ne rileva la presenza in migliaia di corsi d’acqua superficiali e sotterranei con ricadute inquinanti ed estintive su fauna e flora.

Tra petizioni, proteste, denunce e azioni legali, da molto tempo i movimenti ambientalisti, sindacalisti, sanitari e civici chiedono il totale divieto del Clorpirifos per qualunque uso e l’Agenzia governativa statunitense di protezione dell’ambiente (EPA) stava per bandirlo.

Purtroppo a gennaio 2017 è cambiata l’amministrazione governativa con l’elezione di Donald Trump alla presidenza statunitense e in EPA è stato designato il nuovo direttore, Scott Pruitt, un trumpiano antiecologista, che ha deciso di non revocare la sostanza, adducendo come motivazione il fatto che non ci sono ancora abbastanza dati scientifici sugli esiti di pericolosità per la salute umana. All’EPA è poi andata di male in peggio con le dimissioni a metà 2018 di Scott Pruitt e la nomina dell’attuale direttore Andrew Wheeler. Negazionista del cambiamento climatico, avvocato ed ex lobbista dell’industria energetica, Wheeler ha lavorato per tanti anni in Faegre Baker Daniels, un grosso studio legale che tra i propri clienti annovera anche il colosso chimico DowDuPont.

Per i “poteri forti” è impensabile vietare in maniera unilaterale il Clorpirifos negli Stati Uniti: altri Paesi sarebbero spinti a fare lo stesso, con pesanti ripercussioni negative sull’agricoltura industriale, il commercio internazionale e i consumi. Frattanto, nell’attesa della revisione all’autorizzazione per l’uso del Clorpirifos prevista per ottobre 2022, proseguirà la contaminazione ambientale e sanitaria dell’insetticida più spruzzato al mondo.

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