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La strage degli innocenti di Foggia si poteva evitare?

Il Blog delle Stelle

 
La strage degli innocenti di Foggia si poteva evitare?

La strage degli innocenti di Foggia si poteva evitare?

di Nello Trocchia, giornalista e scrittore

La mafia uccide chi lavora, ammazza due contadini, gente che ha visto l’alba ogni giorno, che ha vissuto nella quotidiana fatica. Luigi e Aurelio Luciani non torneranno più a casa, morti ammazzati dai killer perché testimoni. Aurelio Luciani non vedrà la nascita della sua terza figlia. Cosa racconteranno alla bimba? Papà è morto ammazzato in terra di sud dove si muore in pieno giorno nel silenzio e nell’indifferenza perché il mezzogiorno e le mafie sono diventate questioni marginali nell’agenda di palazzo e nella scaletta dei tg. Non oggi, da tempo, ormai. Intanto ci si occupa di Ong (a chi salva vite umane la mia profonda gratitudine), di migranti, si fissano priorità vacue, si parla per giorni e giorni del nulla, si insegue l’ultimo tormentone scomodando l’ovvio. Io vorrei vedere i partiti confrontarsi su come distruggere le mafie e la corruzione, groviglio immondo che affossa il paese. Chi ha contribuito a fissare altre priorità si interroghi perché penso abbia profondamente sbagliato.

Eppure c’era chi di questa situazione aveva parlato. Qualcuno anni fa aveva lanciato l’allarme alla politica, caduto totalmente nel vuoto. L’ex questore di Foggia Piernicola Silvis, nel 2014 ai parlamentari della commissione sui reati contro gli amministratori pubblici, diceva senza mezzi termini: “Questo è un territorio devastato dalla criminalità di tutti i tipi. C’è un’illegalità diffusa che fa paura“. Devastato diceva il questore ai parlamentari. Devastato. Ci sarebbe da chiedersi da allora cosa è stato fatto per evitare di arrivare a questo punto, poco, troppo poco, quasi nulla. Il questore disse: “Non possiamo aspettare che facciano una strage – in cui muore qualche innocente – per ricordarci che a Foggia c’è l’associazione criminale di stampo mafioso”. Esattamente quello che è accaduto dopo 3 anni.

Sono stato a fine luglio per Nemo, Rai2, in quella terra. Ne ho portato via un brutto ricordo, un’aggressione mentre documentavo l’ennesimo omicidio, uno ogni sette giorni dallo scorso aprile. Dopo l’aggressione molti, amici e colleghi, non certo il mio ordine professionale regionale, mi hanno espresso solidarietà. Da allora mi interrogo se serve davvero un’ulteriore riflessione sul sud, sulla protervia mafiosa, sulle aggressioni ai cronisti che si moltiplicano, sulla politica che ara il terreno della delegittimazione perché meno stampa libera significa meno controllo. A me è andata bene, un trauma contusivo facciale, spavento tanto e qualche ora al pronto soccorso. Ho denunciato l’aggressore. Passa, passa tutto, ma alcune cose restano tutte e sempre uguali. Da due anni convivo con un’altra situazione le minacce di un boss e di suo fratello, carpite dalle cimici dei carabinieri.

Allora, quando seppi della notizia da un giornale, scrissi: “Continuo a fare il mio lavoro”. Questa volta non ho avuto la forza. Ma non è per l’aggressione, per lo spavento, ma per il contesto nel quale maturano questi atti, queste continue insidie. Un contesto di silenzio. E, invece, bisogna prendersi cura di quella terra. Prendersi cura significa parlare di quello che sta accadendo. Foggia forse non è Italia? La società foggiana, la mafia, che cresce economicamente e in termini di violenza non interessa? La mafia dei montanari della fascia garganica in guerra è un racconto di serie b? Io stavo facendo il mio dovere come lo fanno decine di colleghi in terra di mafia. Io non faccio niente di speciale, io sono solo un cronista, ed è lungo l’elenco di quelli che vengono aggrediti, intimiditi. Meno siamo a raccontare e più siamo soli. Però poi vogliamo dirci qualcosa sulle condizioni nelle quali si racconta? Con quali contratti? Con quali garanzie? Perché seminare precarietà significa raccogliere minore autonomia e libertà. E’ inevitabile.

Ogni potere, da quello criminale a quello politico a quello imprenditoriale, lavora per ridurre gli spazi di libertà. Le aggressioni, le intimidazioni e le querele temerarie fanno un male diverso. Le ho conosciute tutte e hanno lo stesso scopo: spegnere il racconto. Ciascuno pensi, rifletta prima di offendere un cronista perché la delegittimazione è intollerabile da chiunque provenga. In terra foggiana ho parlato con le persone, con chi ha capito che non era solo mare, ma la farfalla del gargano era anche altro, diventa limantria quando ti porta via i figli, che scompaiono nel nulla, quando ammazza innocenti, quando ti fa esplodere l’attività frutto di sudore e fatica. La mafia la vedi quando ti entra in casa altrimenti provi a far finta di niente, provi a tenerla fuori dalla porta, è una forma di difesa mentre la malerba cresce sempre più.

L’omertà non è una condizione territoriale, ma sociale, si sedimenta quando il potere dello Stato è labile, non egemone, stanco e fragile. Lo è per motivi diversi che impongono la paura come strumento di difesa. Niente collaboratori, nessuna denuncia, niente di niente. E’ cresciuta piano piano con il silenzio delle imprese, i comuni che non si costituiscono parte civile, i giornali che non se ne occupano, le amministrazioni conniventi, i tribunali che negano l’associazione mafiosa, i boss liberi, il silenzio delle istituzioni, gli appelli di anni fa caduti nel vuoto. Così cresce la mafia, diventa potere egemone e sputa veleno, sparge sangue, azzera l’orizzonte di una terra.

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