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Category Archives: M5S in Calabria

La centrale termoelettrica di Simeri Crichi rispetta le direttive europee sulla strategia marina?

La centrale termoelettrica di Simeri Crichi rispetta le direttive europee sulla strategia marina?

 
Il d.lgs 152/2006 TUA all’art. 5 definisce inquinamento come” l’introduzione diretta o indiretta, a seguito di attività umana, di sostanze, vibrazioni, calore o rumore o più in generale di agenti fisici o chimici, nell’aria, nell’acqua o nel suolo, che potrebbero nuocere alla salute umana o alla qualità dell’ambiente, causare il deterioramento dei beni materiali, oppure danni o perturbazioni a valori ricreativi dell’ambiente o ad altri suoi legittimi usi.
 
Dalla documentazione del Ministero dell’Ambiente si evince che la centrale termoelettrica a ciclo combinato di Simeri Crichi (CZ) è autorizzata a prelevare acqua di mare per un volume pari a 36 milioni di metri cubi annui, equivalente ad una media di 4.500 metri cubi oraria. Di questi, 2.300 metri cubi sono «utilizzati per il raffreddamento dell’impianto a ciclo combinato» (di cui 800 metri cubi di acqua salata dispersi in atmosfera per via di evaporazione tramite «pennacchio di vapore acqueo di lunghezza superiore a 300 metri»), e 2.200 metri cubi «per la produzione di 270 m3/h di acqua dissalata». Al termine del ciclo produttivo, la soluzione salmastra viene restituita al mare insieme all’acqua demineralizzata utilizzata per i processi industriali, impregnata di «biocidi, anticorrosivi e antialga», con una salinità di 52,5 g/l e ad una temperatura compresa tra i 29,5 gradi (inverno) e i 32,5 gradi (estate), a fronte di una temperatura media estiva compresa tra i 25,5 e i 26,5 gradi centigradi. Una quantità d’acqua impressionante, corrispondente a circa 300 autobotti che ogni ora sversano a mare un flusso continuo di acqua calda e salata, contenente biocidi, senza distinzione tra inverno e estate in grado di alterare la naturale salinità, PH, e temperatura della colonna d’acqua, soprattutto d’inverno, quando la temperatura del mare è minore. Queste informazioni dovrebbero indurre a studi più approfonditi per capire se e come l’ambiente marino e la colonna d’acqua reagiscono a queste immissioni di energia, e – in particolare – per verificare le lamentele dei pescatori locali, secondo cui la produttività del mare sia stata completamente azzerata.
 
Da quanto si apprende dalle rassicurazioni presenti nella documentazione tecnica ministeriale, lo scarico a mare è posto a circa 250 metri dalla costa, «la diluizione iniziale è molto elevata ed il delta termico è inferiore ad 1°C già a pochi metri dallo scarico», ma basta dare un’occhiata su Google Map per vedere che tutto il tratto di costa antistante la centrale ha un colore molto chiaro (acqua calda) e diventa blu solo (acqua fredda), segno che è in atto una stratificazione nella colonna d’acqua, ovvero manchi il naturale ricircolo delle acque profonde in superficie.
 
A giudicare dalle valutazioni del Ministero dell’Ambiente, supportate da perizie di parte, le interferenze indotte dal funzionamento della centrale sono «assolutamente trascurabili», sebbene nella Valutazione di Impatto Ambientale si dica pure che l’Oasi di Scolacium ospiti una specie «papaveracea molto rara» nonché la «presenza di siti di deposizione delle uova di tartarughe Caretta caretta, mentre per quanto riguarda l’area marina protetta Fondali di Stalettì si dica che essa «è stata istituita con il fine di preservare quello che rimane di un posidonieto (Posidonia Oceanica) che caratterizzava i fondali dell’area e che oggi è ridotto a sporadici frammenti relitti.» 
 
Al Ministro dell’ambiente Galletti attraverso un’interrogazione parlamentare ho chiesto:
“se non ritenga opportuno che vengano approfonditi gli effetti delle variazioni termiche e di salinità sulla flora e la fauna marina nel  tratto di costa antistante la centrale termoelettrica a ciclo combinato di Simeri Crichi caratterizzato della presenza di numerosi Siti di Interesse Comunitario quali l’Oasi di Scolacium, i Fondali di Stalettì, lo Steccato di Cutro e la Costa del Turchese” e “se non si ritenga opportuno assumere iniziative per rivedere la valutazione di impatto ambientale o revocare l’autorizzazione integrale ambientale alla luce dei descrittori e dei traguardi ambientali previsti dalla direttiva europea 56/2008.”

Le direttive europee imporrebbero di rivedere la valutazione d’impatto ambientale o revocare l’autorizzazione integrale ambientale alla centrale. I rischi per l’ecosistema marino del territorio sono altissimi, specie alla luce della presenza nelle vicinanze di zone protette sorte allo scopo di preservare l’esistenza di specie a rischio estinzione. Il governo approfondisca gli effetti delle variazioni termiche e di salinità sulla flora e sulla fauna marina nel tratto di costa antistante la centrale termoelettrica di Simeri Crichi. 

L’ospedale e i catanzaresi non possono più subire!

L’ospedale e i catanzaresi non possono più subire!

 

In favore del Pronto soccorso dell’ospedale Pugliese-Ciaccio di Catanzaro, ho chiesto un incontro urgente con il commissario alla sanità calabrese, Massimo Scura, al fine di sapere «se, come e quando, data la situazione attuale, voglia procedere a una più corretta redistribuzione dei posti letto nella rete assistenziale». Infatti il collo di bottiglia sta, in proposito, come rappresentatomi formalmente dal direttore generale, Giuseppe Panella, nello stazionamento dei pazienti da ricoverare nell’ambito del Dipartimento di Emergenza del Pugliese, per la mancanza di un’appropriata possibilità di collocazione dei medesimi nella struttura ospedaliera.
Ciò è dovuto alla drastica riduzione di posti letto al Pugliese-Ciaccio, che sono circa 120 in meno rispetto a quelli che l’ospedale aveva in dotazione. Non si può agire come ha fatto il sindaco Abramo, che ha accettato come un dogma l’integrazione, imposta, tra il Pugliese-Ciaccio e il policlinico universitario. La realtà è sotto gli occhi di tutti: nel primo c’è il caos e i sanitari sono carichi di lavoro, nel secondo non c’è nessuno, manca il Pronto soccorso e prevale il solito andazzo, molto comodo per i medici universitari che fanno la settimana corta. Dobbiamo avere il coraggio di intervenire in modo razionale e obiettivo, nel solo interesse dei pazienti catanzaresi. Difendo il Pugliese-Ciaccio, che non può più subire!

LEGGI ANCHE:
Sul caos del pronto soccorso di Catanzaro 

Marcia per la terra e la salute in difesa della biovalle del Nikà

Marcia per la terra e la salute in difesa della biovalle del Nikà

 

Gioiosa Jonica e “Naniglio”, mio impegno per recupero.

Gioiosa Jonica e “Naniglio”, mio impegno per recupero.

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Articolo Ciavula -> https://www.ciavula.it/2017/08/naniglio-di-gioiosa-ionica-la-lettera-di-risposta-della-deputata-dalila-nesci/

Articolo Corriere Locride -> https://www.corrierelocride.it/politica/naniglio-risposta-dell-onorevole-nesci-alla-nota-di-antonio-larosa

 

Le mani su Reggio Calabria: sul piatto lavori per 500 milioni

Le mani su Reggio Calabria: sul piatto lavori per 500 milioni

 

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Le mani su Reggio Calabria: sul piatto lavori per 500milioni; il pezzo di Roberto Galullo per Il Sole 24ore riprende la mia denuncia (integrazione) di qualche giorno fa. Clicca qui per leggere  l’intero articolo.

 

Trivelle: bene il ricorso della Regione Calabria, ora occorre promuovere il piano delle aree

Trivelle: bene il ricorso della Regione Calabria, ora occorre promuovere il piano delle aree

Sono contento che la Regione Calabria abbia accolto la nostra richiesta e quella dei comitati No Triv. Ora serve promuovere, come hanno già fatto alcune regioni, la proposta di legge che ho già presentato in parlamento che istituisce il piano delle aree, si tratta di un importante strumento di programmazione (come prevede la Costituzione) per consentire agli enti locali di frenare le trivelle nei rispettivi territori.
La proposta del Piano delle Aree è una proposta di buon senso, richiesta a gran voce da 148 associazioni e comitati e 135 personalità del mondo della cultura, delle scienze e della politica.

Per saperne di più sul piano delle aree: https://goo.gl/8wSQsW

 

CASO MARCIANÒ: FUMMO PROFETICI CON “LA NOTTE CHE SPAZZA IL SISTEMA”

CASO MARCIANÒ: FUMMO PROFETICI CON “LA NOTTE CHE SPAZZA IL SISTEMA”

Proprio l’anno scorso denunciavamo la situazione, pesantissima, a Reggio Calabria. Dopo l’inchiesta “Mammasantissima” chiedevamo la commissione di accesso antimafia, incalzavamo Falcomatà e rafforzavamo la posizione dell’allora assesssore Angela Marcianò, invece scaricata dai suoi. L’attività del Movimento fu essenziale: alimentò il coraggio del dissenso.

Il sindaco reggino Giuseppe Falcomatà sta nascondendosi dietro a un dito. Nell’estromettere Angela Marcianò ha dimostrato piccolezza, incapacità e inconsistenza politica. È necessario che il Movimento 5stelle rinfreschi in proposito la memoria collettiva. Dopo l’inchiesta “Mammasantissima”, eravamo intervenuti da soli l’anno scorso, chiedendo al ministro dell’Interno la commissione d’accesso agli atti del municipio. Davanti a migliaia di cittadini, portammo a Reggio Calabria Luigi Di Maio, Alessandro Di Battista, Giulia Sarti e altri colleghi parlamentari, per sottolineare che nella città dello Stretto c’è un sistema molto pericoloso e invasivo, ricostruito in dettaglio dalla Procura. Non vorremmo che la vicenda Marcianò fosse ridotta a uno scontro personale all’interno del Pd. La costante denuncia del Movimento 5stelle è stata contagiosa e ha rafforzato la posizione della stessa Marcianò, il che significa che in politica contano gli esempi, che noi abbiamo dato senza pretese di esclusiva o primogenitura. Fummo profetici quando evidenziammo i rilievi riguardanti l’azienda Aet, partecipata dal dimesso presidente degli Industriali reggini, Andrea Cuzzocrea, in seguito interdetta, e quando ammonimmo la politica sui rapporti trasversali di potere all’interno del municipio. Io stessa, intanto da donna, espressi solidarietà a Marcianò, in giunta abbandonata nella battaglia per la legalità. Giuseppe Falcomatà ha avuto la fortuna di essere il figlio del compianto sindaco Italo Falcomatà e di essere candidato dopo lo shock dello scioglimento di Reggio per contiguità mafiose. Ciononostante, è rimasto muto e immobile sulle più gravi questioni aperte, anche su quelle, non meno importanti, della sanità locale. Adesso è urgente un approfondimento del Ministero dell’Interno sulla gestione amministrativa in riva allo Stretto.

 

Comune di Amantea: Abbiamo chiesto ancora la commissione d’accesso antimafia

Comune di Amantea: Abbiamo chiesto ancora la commissione d’accesso antimafia

Mesi fa ne avevo parlato di persona con il ministro Minniti. Dopo il recente arresto di La Rupa e Socievole, è indispensabile inviarla al più presto in quel municipio.

Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, disponga l’invio della commissione d’accesso agli atti del municipio di Amantea, dati gli arresti per voto di scambio dell’ex sindaco Franco La Rupa e del consigliere comunale Marcello Socievole. Con i colleghi di gruppo Paolo Parentela e Federica Dieni ho appena presentato una seconda interrogazione in proposito, chiedendo al ministro di attivare i controlli consentiti dalla legge per verificare eventuali condizionamenti nel municipio di Amantea, anche alla luce di quanto la Prefettura di Cosenza aveva già rilevato in ordine a La Rupa, riassunto nella nostra precedente interrogazione. Di persona avevo poi incontrato il ministro, che mi aveva assicurato da subito la vigilanza dell’Interno sull’amministrazione comunale di lì. Adesso la commissione d’accesso è indispensabile, in base agli elementi noti e nuovi, che – sostengo insieme alle consigliere comunali 5stelle di Amantea, Francesca Menichino e Francesca Sicoli – fanno ipotizzare un’influenza sugli uffici da parte di La Rupa, ispiratore della lista che ha portato all’elezione del candidato sindaco Mario Pizzino. Completano il quadrosullo stato della democrazia ad Amantea – concludo con Menichino e Sicoli – le dimissioni dell’assessore comunale al Bilancio, il Pd Rocco Giusta, in quanto indagato per presunte irregolarità nell’esercizio della professione di commercialista. È singolare il silenzio sugli ultimi fatti da parte della deputata del Pd Enza Bruno Bossio, che siede in commissione parlamentare Antimafia. 

 

Trivelle: sollecito il governatore Oliverio a impugnare disciplinare Mise!

Trivelle: sollecito il governatore Oliverio a impugnare disciplinare Mise!

La sentenza 170, della Corte Costituzionale, pubblicata il 12 luglio scorso, ha dichiarato illegittimo il comma 7 dell’articolo 38 del Decreto legge 133, lo Sblocca Italia, che ribadisce che il rilascio e l’esercizio dei titoli minerari per la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale è materia concorrente tra Stato e Regioni.

Avevamo ragione nel chiedere l’impugnazione dell’articolo 38 dello ‘Sblocca Italia’ che consentiva la ricerca, la trivellazione e lo stoccaggio indiscriminati di idrocarburi sul territorio. La Corte Costituzionale ristabilisce che la materia è concorrente tra Stato e Regione, dunque sulla ricerca di idrocarburi lo Stato non può prendere decisioni per una Regione senza consultarla. Sono dunque illegittime le disposizioni contenute nel comma 7 e nel comma 10 dell’art.38 del decreto.
La stessa sentenza contiene elementi che potrebbero servire alle Regioni a disinnescare il recente e contestatissimo disciplinare-tipo del Ministero dello Sviluppo economico, che regolamenta il rilascio dei titoli per la ricerca e coltivazione degli idrocarburi. Già impugnato da Veneto e Abruzzo, il provvedimento può essere avversato davanti al presidente della Repubblica entro il primo agosto, contestando l’indebolimento del potere delle Regioni in materia di rilascio di titoli autorizzativi, l’ampia possibilità per le compagnie di modificare il programma dei lavori concessi, nonché la possibilità di costruire nuove piattaforme nel mare continentale.
Adesso il governatore calabrese Oliverio e il suo assessore Rizzo, che più volte ho invitato invano a sostenere la mia proposta di legge sul piano delle aree, potranno dimostrare se stanno dalla parte delle multinazionali oppure della salvaguardia del nostro ambiente.
 

“Non accettiamo gay e animali”? Conseguenze di una società ancora molto patriarcale

“Non accettiamo gay e animali”? Conseguenze di una società ancora molto patriarcale

 

Caso Marcianò: Il “Falco a metà” fugge agli sguardi, sa che conviene

Caso Marcianò: Il “Falco a metà” fugge agli sguardi, sa che conviene

Reggio Calabria, ho integrato una nostra interrogazione al ministro dell’Interno, presentata l’anno scorso per la commissione d’accesso antimafia agli atti del municipio. Elementi nuovi l’estromissione, da parte del sindaco Falcomatà, dell’assessore comunale alla Trasparenza e la vicenda di una lista elettorale a sostegno del rampollo reggino del Pd.

Per verificare eventuali condizionamenti mafiosi nel Comune di Reggio Calabria, che riceverà milioni per la città metropolitana, ho una mia interrogazione del 21 luglio 2016 al ministro dell’Interno, in cui chiedevo la commissione d’accesso agli atti del municipio insieme ai deputati 5stelle Alessandro Di Battista, Federica Dieni, Giulia Sarti, Francesco D’Uva e Paolo Parentela, unitamente al deputato Riccardo Nuti, della commissione parlamentare Antimafia. Nell’integrazione ho ricostruito la recente estromissione dalla giunta comunale reggina di Angela Marcianò, con riferimento alla lettura datane dal giornalista Paolo Pollichieni, direttore del Corriere della Calabria, in un editoriale intitolato «Chi ha chiesto la testa di Marcianò? Falcomatà faccia i nomi». Il sindaco Falcomatà, che fugge agli sguardi e sa che conviene, non può ripiegare nelle giustificazioni generiche e incoerenti rese al quotidiano Gazzetta del Sud, ma deve indicare chi e per quali ragioni ha voluto il ritiro delle deleghe a Marcianò, anche perché la magistratura di Reggio Calabria ha già rilevato rapporti tra cupole di potere e uffici comunali. Nell’integrazione ho inserito, con prove documentali, la parentela tra il candidato in una lista civica a sostegno della candidatura a sindaco di Falcomatà e la moglie di un soggetto detenuto per reati di ‘ndrangheta. Nella stessa lista c’era Antonino Zimbalatti, non coinvolto in procedimenti penali, poi nominato da Falcomatà assessore alla Polizia municipale e alla Sicurezza urbana.

 

#AscoltoTour Terza Tappa “Serrastretta (CZ)”

#AscoltoTour Terza Tappa “Serrastretta (CZ)”

Qui troverete tutti i materiali prodotti nella seconda tappa del tour. Le ragioni di #AscoltoTour li trovate qui

 

CLINICA VILLA AURORA, HO APPENA SCRITTO AL PREFETTO

CLINICA VILLA AURORA, HO APPENA SCRITTO AL PREFETTO

Sto seguendo in ogni modo le trattative sul futuro della struttura sanitaria. Temo che la gestione possa finire in mano a privati interessati solo al profitto. Obbligatorio salvaguardare l’assistenza sanitaria e i lavoratori.

A proposito del futuro della clinica reggina Villa Aurora, ho scritto al prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari, comunicando la mia impossibilità a presenziare all’apposito tavolo prefettizio di venerdì 21 luglio, che avevo chiesto di spostare di pochi giorni per aver assunto in precedenza altri impegni. Nella missiva al prefetto, ho ricordato d’aver già espresso, con note del 26 giugno e del 19 luglio scorsi, «una proposta e un orientamento molto precisi, scevri da ostacoli di natura tecnica», invitando «tutte le parti in causa, l’azienda, le rappresentanze istituzionali, politiche e sindacali, a coniugare le esigenze della collettività con quelle di eventuali acquirenti della casa di cura, all’uopo restituendo il punto nascita a Villa Aurora, il che permetterebbe anche il mantenimento degli attuali livelli occupazionali, tra gli obiettivi del tavolo prefettizio». «Dalla lettura e concatenazione degli eventi – ho precisato – non nascondo il timore che la clinica possa finire sotto una gestione d’impresa interessata al mero profitto, a prescindere dalle riferite esigenze da contemperare». Ho dunque concluso: «Mi affido al senso di responsabilità di ciascuno degli interlocutori presenti al tavolo».

 

Una soluzione a norma di legge per impedire la costruzione di centrali a biomasse

Una soluzione a norma di legge per impedire la costruzione di centrali a biomasse

La soluzione a norma di legge per impedire la costruzione di centrali termoelettriche (biomasse incluse) esiste ed è stata praticata in altre città. La offriamo al Sindaci coraggiosi su un piatto d’argento.

Le Centrali Termoelettriche (anche quelle a biomassa!) sono classificate INDUSTRIE INSALUBRI di prima classe (dannose per la salute pubblica) che devono essere localizzate lontano dalle abitazioni (D.M. 05/09/94, elenco di cui all’art. 216 del Testo unico delle leggi sanitarie n.1265/34.). La costruzione di un impianto a biomassa implica necessariamente un peggioramento della qualità dell’aria, in contrasto quindi con la normativa europea sul “Mantenimento o miglioramento della qualità dell’aria” (Decreto Legislativo 155/2010 – 2008/50/CE). Il Sindaco per legge ha il dovere di disporre un Regolamento di Igiene del Comune, (art. 216 e 217 del R.D. 27 luglio 1934 n.1265) e per legge ha la possibilità e la responsabilità di rivedere e aggiornare il Regolamento di Igiene e Sanità pubblica per disciplinare la distanza delle industrie Insalubri dalle abitazioni e dai centri abitati e può inibirne la costruzione nell’ambito del suo comune richiamando, per esempio, il principio di precauzione, presente nel nostro ordinamento e in quello comunitario. In caso sia necessaria una conferenza dei servizi e vada acquisito il nulla osta di altre autoritá, il parere negativo del Sindaco prevale su tutti.

Ad affermarlo sono una serie di sentenze amministrative la più famosa delle quali è Tar Lazio sezione Latina sentenza n.819 del 2009. In presenza di studi scientifici che dimostrano l’esistenza di gravi rischi per la salute derivanti dalle emissioni dell’impianto e dal rischio di inquinamento microbiologico, nonché dall’analisi del possibile “effetto cumulativo”, il Sindaco è chiamato ad adottare in via precauzionale ogni possibile iniziativa di tutela, in ossequio all’omonimo principio di derivazione comunitaria, recepito espressamente nel nostro ordinamento al vertice nella gerarchia delle fonti, quale parametro di costituzionalità (“il principio di precauzione in tema di tutela della salute umana e dell’ambiente assurge addirittura a parametro di costituzionalità delle disposizioni di legge ordinaria mercé l’inclusione dello stesso nell’ambito dell’art. 191 del Trattato Ce e in considerazione della previsione di cui al primo comma dell’art. 117 della Costituzione”; v. così, ex multis, Consiglio di Stato, 12 gennaio 2011 n. 98). Con riferimento in particolare alla tutela della salute, la giurisprudenza amministrativa ha riconosciuto – in ossequio al principio di precauzione – l’esistenza di un vero e proprio “obbligo alle Autorità competenti di adottare provvedimenti appropriati al fine di prevenire taluni rischi potenziali per la sanità pubblica, per la sicurezza e per l’ambiente e, se si pone come complementare al principio di prevenzione, si caratterizza anche per una tutela anticipata rispetto alla fase dell’applicazione delle migliori tecniche previste, una tutela dunque che non impone un monitoraggio dell’attività a farsi al fine di prevenire i danni, ma esige di verificare preventivamente che l’attività non danneggia l’uomo o l’ambiente. Tale principio trova attuazione facendo prevalere le esigenze connesse alla protezione di tali valori sugli interessi economici (T.A.R. Lombardia, Brescia, n. 304 del 2005 nonché, da ultimo, TRGA Trentino-Alto Adige, TN, 8 luglio 2010 n.171) e riceve applicazione in tutti quei settori ad elevato livello di protezione, ciò indipendentemente dall’accertamento di un effettivo nesso causale tra il fatto dannoso o potenzialmente tale e gli effetti pregiudizievoli che ne derivano (Corte di Giustizia CE, 26.11.2002 T132; sentenza 14 luglio 1998, causa C- 248/95; sentenza 3 dicembre 1998, causa C-67/97, Bluhme; Cons. Stato, VI, 5.12.2002,n.6657; T.A.R. Lombardia, Brescia, 11.4.2005, n.304.); v. così’ Tar Campania, Napoli, Sez. V – 14 luglio 2011, n. 3825. La presa di posizione da parte del Sindaco nei predetti termini può essere peraltro assunta non solo in caso di vicinanza di abitazioni, scuole, asili al sito del proposto impianto, ma anche nel caso in cui l’impianto sia in aperta campagna e il digestato però venga sparso fino alle porte del paese. Ecco la soluzione.
Ma i sindaci calabresi lo adotteranno veramente? O prevarranno altri interessi sulla salute della gente? Saremo ben felici se seguiránno la strada che abbiamo indicato.

NB. Con la sentenza nr. 03565/2017 pubblicata ieri, il Consiglio di Stato ha respinto i ricorsi proposti dalla “Vitale Sud” contro le due sentenze del Tar Calabria che avevano confermato la legittimità del diniego all’autorizzazione per la realizzazione di altrettanti impianti a biomasse a Lamezia Terme (CZ) precisamente nella zona di via del Progresso.

Fonte: Lamezia 5 Stelle

 

Incendi: ecco cosa fare al più presto!

Incendi: ecco cosa fare al più presto!

Il Sud brucia. Fiamme che hanno provocato anche due vittime: due agricoltori in Calabria.  Il Parco nazionale del Vesuvio sta bruciando da giorni insieme a tanti altri parchi nazionali come il Pollino la Sila e l’Aspromonte. Migliaia di ettari sono andati in fumo insieme ad un patrimonio inestimabile come la biodiversità, piante – anche secolari – e animali sono stati bruciati vivi e, pare, cosparsi di benzina e usati come diffusori di fuoco. Parallelamente sono scoppiati incendi, tutti di probabile origine dolosa, a Napoli e provincia e nel casertano. In Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Sardegna e Lazio si registrano centinaia di incendi ormai. Centinaia di persone, tra cui turisti, sono stati evacuati. E c’è un dramma nel dramma: una volta bruciato, il territorio è ancora più fragile. Senza gli alberi, le loro radici, il sottobosco, il terreno è nudo. Quando arriverà la stagione delle piogge, il rischio di dissesto idrogeologico sarà molto elevato. Dalla metà di giugno al 12 luglio, secondo Legambiente, sono andati in fumo 26000 ettari di boschi, la stessa superficie che è bruciata in tutto il 2016. Di questi, 5000 ettari sono bruciati solo in Sicilia. Dall’inizio dell’anno, inoltre, si è stabilito un altro record: la flotta dello Stato è intervenuta 769 volte, il picco massimo degli ultimi 10 anni. Le criticità principali sono tante:

1) mancanza di personale e di mezzi adeguati, soprattutto aerei, per fare fronte all’emergenza, in particolare quando le fiamme sono così alte che l’intervento a terra non è più sufficiente e serve un intervento dal cielo (come nel caso del Vesuvio);

2) questo disastro è dovuto in particolare alla distruzione – qualcuno lo chiama “riassorbimento” – del Corpo Forestale dello Stato voluto dal ministro Madia nella Riforma del 2015 di Renzi. Il Corpo Forestale è stato smembrato e accorpato a Vigili del Fuoco e Carabinieri. Abbiamo denunciato e contrastato questa decisione scellerata in ogni modo possibile e con un centinaio di atti parlamentari, ma oggi la situazione è sotto gli occhi di tutti. La Legge Madia del 2015 ha imposto lo smantellamento del Corpo Forestale per un risparmio di 100 milioni di Euro in 3 anni, risparmio che peraltro non sarà nemmeno effettivo, perché solo la spesa per il passaggio e l’accorpamento si mangerà quei 100 milioni. Senza contare che il passaggio di uomini e mezzi non è ancora stato attuato. Il risultato? I vigili del fuoco non possono garantire copertura nei boschi e parchi nazionali. Solo 360 unità su 7000 dell’ex corpo forestale, quasi tutti in età pensionabile, sono state spostate sul comparto dei Vigili del fuoco. Di 32 elicotteri degli ex forestali, 16 sono stati assegnati ai Vigili del Fuoco e 16 ai Carabinieri, ma questi sono esonerati dal servizio antincendio. Tutti gli elicotteri passati ai CC sono diventati NON impiegabili per lo spegnimento, tra questi 12 elicotteri Breda Nardi NH500, fondamentali per lo spegnimento in aree impervie. Dei sedici restanti e che si potrebbero quindi utilizzare, nei giorni scorsi solo quattro erano in volo. Gli altri quattordici sono a terra per vari motivi, tra cui manutenzione e problemi legati a mancate certificazioni tecniche.

3) sempre a causa del disastro della legge Madia, non è sparita solo la Forestale, ma anche la funzione del Dos, il Direttore operativo dello spegnimento, che aveva il compito di coordinare le operazioni anti-incendio: i 360 forestali passati ai vigili del fuoco non possono più svolgere funzioni e attività per questioni burocratiche!

4) dopo lo smembramento del Corpo Forestale dello Stato non sono stati emanati i decreti attuativi indispensabili e questo ha creato caos nel caos. Oggi, sul territorio, non si sa chi deve fare cosa. I Comuni, secondo la legge sull’antincendio boschivo, dovrebbero gestire un catasto delle aree percorse dal fuoco, che è la condizione essenziale per applicare la legge stessa, che impedisce per dieci anni di costruire sulle aree bruciate. La legge c’è, ma i Comuni devono censire le aree bruciate, altrimenti il divieto viene aggirato;

5) proprio le Regioni più devastate dalle fiamme – Campania, Calabria e Sicilia – non hanno approntato i piani antincendio entro i tempi previsti. Sicilia e Calabria si sono svegliate a giugno, la Campania guidata da De Luca non ha nemmeno approvato ancora il piano Anti Incendi Boschivi, né ha stipulato una Convenzione con i Vigili del Fuoco.

Di fronte a questo dramma, che si ripete ogni anno e che quindi era ed è ampiamente prevedibile, il Movimento 5 Stelle chiede:
che sia decretato immediatamente lo Stato di emergenza;
che l’Europa intervenga, fornendoci i mezzi adeguati, in particolare i Canadair. Per ora, ha risposto all’appello la Francia, che ha inviato due Canadair e un mezzo di ricognizione;
che venga applicata pienamente la legge sugli incendi boschivi! Ad esempio bisogna istituire immediatamente il catasto con le aree percorse da fuoco, in modo che non siano più edificabile e interessanti per eventuali interessi criminali e poi chiediamo che siano sanzionati penalmente i Comuni che non istituiscono subito questo catasto, come proposto nella nostra proposta di legge.
Le regioni in base alla legge dovrebbero dotarsi di un piano anti incendi e aggiornarlo annualmente in cui si prevedono i seguenti obiettivi:
a) le cause determinanti ed i fattori predisponenti l’incendio;
b) le aree percorse dal fuoco nell’anno precedente, rappresentate con apposita cartografia;
c) le aree a rischio di incendio boschivo rappresentate con apposita cartografia tematica aggiornata, con l’indicazione delle tipologie di vegetazione prevalenti;
d) i periodi a rischio di incendio boschivo, con l’indicazione dei dati anemologici e dell’esposizione ai venti;
e) gli indici di pericolosità fissati su base quantitativa e sinottica;
f) le azioni determinanti anche solo potenzialmente l’innesco di incendio nelle aree e nei periodi a rischio di incendio boschivo di cui alle lettere c) e d);
g) gli interventi per la previsione e la prevenzione degli incendi boschivi anche attraverso sistemi di monitoraggio satellitare;
h) la consistenza e la localizzazione dei mezzi, degli strumenti e delle risorse umane nonché le procedure per la lotta attiva contro gli incendi boschivi;
i) la consistenza e la localizzazione delle vie di accesso e dei tracciati spartifuoco nonché di adeguate fonti di approvvigionamento idrico;
l) le operazioni silvicolturali di pulizia e manutenzione del bosco, con facoltà di previsione di interventi sostitutivi del proprietario inadempiente in particolare nelle aree a più elevato rischio;
m) le esigenze formative e la relativa programmazione;
n) le attività informative;
o) la previsione economico-finanziaria delle attività previste nel piano stesso.

I comuni invece, oltre ad adottare con un’ordinanza un piano per la prevenzione incendi (in caso contrario credo che avrebbero commesso il reato di omissione di atti d’ufficio), dovrebbero eseguire quanto prevede la legge quadro nazionale: “I comuni provvedono a censire, tramite apposito catasto, i soprassuoli già percorsi dal fuoco nell’ultimo quinquennio, avvalendosi anche dei rilievi effettuati dal Corpo forestale dello Stato. Il catasto è aggiornato annualmente. L’elenco dei predetti soprassuoli deve essere esposto per trenta giorni all’albo pretorio comunale, per eventuali osservazioni. Decorso tale termine, i comuni valutano le osservazioni presentate ed approvano, entro i successivi sessanta giorni, gli elenchi definitivi e le relative perimetrazioni…

E per quanto riguarda i piromani? Beh, chiamiamo le cose con il loro nome. Sono terroristi! E quindi le pene per legge vanno aumentate di molto. Io non credo che la terminologia “piromane” si possa ancora usare oggi. Io non credo che i responsabili di questi incendi siano persone affette da piromania. Qui non si tratta di una malattia ma probabilmente di un organizzazione criminale radicata in modo capillare sul territorio che vuole e pretende la gestione padronale dello stesso e dei loro loschi affari. Ma per esserne certi, a provare tutto ciò dovrà essere la magistratura. Nel frattempo oltre alla cementificazione selvaggia, all’inquinamento dei suoli, al dissesto idrogeologico, ai terremoti, alla siccità e ai cambiamenti climatici in atto ci mancava anche l’annosa emergenza incendi che continua a dilagare e a crescere ogni anno, a mettere in dito nella piaga alla “sicurezza” del nostro territorio e della nostra biodiversità. Praticamente l’essenziale per la nostra sopravvivenza. Ma per questo sistema politico, è sempre tutto apposto!

 

 

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