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Category Archives: Informazione

Ecosia: Piantare alberi mentre fai ricerche sul web

Ecosia: Piantare alberi mentre fai ricerche sul web

Ogni giorno navighiamo nella rete ma se facendolo potessimo contribuire a rendere il pianeta un po’ più verde? Con Ecosiaquesto è possibile. Ecosia è il primo motore di ricerca eco-friendly alternativo a Google. Funziona esattamente come qualsiasi altro motore di ricerca, se non fosse che ogni ricerca effettuata contribuisce a piantare alberi nel mondo.

Ecosia dona oltre l’80% delle entrate pubblicitarie in progetti di forestazione.

Ecosia è stato lanciato a Berlino nel 2009 dall’ecologo e ambientalista tedesco Christian Kroll, i cui viaggi attraverso l’Asia e il Sud America hanno rafforzato la sua già esistente spinta a creare un modello di business ecologico e a fare della responsabilità sociale delle imprese una parte fondamentale.

Kroll è stato particolarmente ispirato dagli alberi “i supereroi del pianeta”, dato che sono “gli assorbitori di CO2 più efficienti” e quindi “aiutano a mitigare i cambiamenti climatici, ricominciano i cicli dell’acqua, impediscono ai deserti di diffondersi e trasformano terreni aridi di nuovo in fertili boschi e terreni agricoli “.

Con un’estensione di oltre 7 milioni di utenti, Ecosia ha contribuito a piantare più di 42 milioni di alberi fino ad oggi finanziando progetti in Perù, Burkina Faso e Madagascar. Gli utenti sono invitati a tenere traccia delle proprie spese consultando i resoconti finanziari e le piantine di alberi che sono pubblicati online per garantire la trasparenza.

Ma come funziona?

  • Cerchi nel web con Ecosia.
  • Gli annunci di ricerca generano entrate per Ecosia.
  • Ecosia usa questo reddito per piantare alberi in tutto il mondo

 

Ecco il link per iniziare ad utilizzare Ecosia:

https://www.ecosia.org/

 

Divoratori di Kilometri

Divoratori di Kilometri

di A. Rosanna – Sull’isola hawaiana di Maui c’è un museo dello zucchero. Si trova accanto a un impianto per la lavorazione dello zucchero, circondato da ettari di coltivazione di canna da zucchero. Il museo racconta la storia della produzione nell’isola, ed è un’affascinante testimonianza della potenza di un raccolto che ha modellato la cultura di un luogo.

La canna da zucchero che cresce su quei campi viene lavorata nella piantagione dall’altra parte della strada, ma solo per la prima fase. Lo zucchero grezzo viene quindi spedito alla raffineria C & H nella contea di Contra Costa, vicino San Francisco. C & H sta per “California e Hawaii”. Qui, viene raffinato in zucchero bianco.

Ma questa non è la fine del suo viaggio: lo zucchero viene poi spedito a New York, dove viene confezionato in piccoli pacchetti in carta per essere poi distributi in tutti gli Stati Uniti, comprese le Hawaii.

Quindi, se ti allontani di un km dal campo di canna da zucchero e ti siedi in un bar, i pacchetti di zucchero che troverai sul tuo tavolo hanno percorso più di 30 mila kilometri: California, New York, e di nuovo alle Hawaii, invece del km che hai tra la piantagione e il caffè, cioè uno!

Viaggi simili non sono l’eccezione, ma piuttosto la regola, nel nostro attuale sistema alimentare. Spedire gli alimenti a lunga distanza per la lavorazione e l’imballaggio è una pratica standard nell’industria alimentare.

Noi non mangiamo prodotti ma kilometri, siamo divoratori seriali di kilometri, nonchè depredatori dell’ambiente in cui viviamo.

Nel 2016 la Gran Bretagna ha importato più di 114.000 tonnellate di latte. Questo perché gli allevatori britannici non producevano abbastanza latte per i consumatori della nazione? No, dal momento che il Regno Unito ha esportato quasi la stessa quantità di latte quell’anno, 119.000 tonnellate. Senza alcun senso!

Al giorno d’oggi, non sono solo i prodotti alimentari tropicali, come lo zucchero, il caffè, il cioccolato, il tè e le banane, che percorrono lunghe distazne, ma anche frutta e verdura che una volta crescevano localmente.

Questo trasporto alimentare a lunga distanza e su larga scala consuma grandi quantità di combustibili fossili. Si stima che attualmente mettiamo quasi 10 kcal di energia da combustibili fossili nel nostro sistema alimentare per ogni 1 kcal di energia che otteniamo come cibo.

Il trasporto di alimenti su lunghe distanze genera anche grandi quantità di emissioni di anidride carbonica. Alcune forme di trasporto sono più inquinanti di altre. Il trasporto aereo genera 50 volte più CO2 rispetto al trasporto marittimo. Ma il trasporto marittimo è lento, e nella nostra crescente domanda di cibo fresco, il cibo viene sempre più spedito con mezzi più veloci e più inquinanti.

Per trasportare alimenti a lunga distanza, gran parte viene raccolta ancora acerba e poi pompata per maturare dopo il trasporto, oppure viene trasformata in fabbriche con conservanti e altri mezzi per mantenerla stabile per il trasporto e la vendita.

Sul sito inglese Food Miles è possibile conoscere quanti chilometri percorre il cibo che acquistiamo, nonchè l’inquinamento che produce durante il tragitto che compie. Basta inserite il luogo in cui ci troviamo, quello di provenienza dell’alimento che c’è dietro la confezione, e il nome in inglese del prodotto.

Dobbiamo assolutamente ricostruire il nostro sistema alimentare, iniziando con l’acquisto di prodotti locali. Fare acquisti nei mercati degli agricoltori, mantenere magari un orto domestico o partecipare a un gruppo di acquisto, sono modi meravigliosi per sostenere un sistema alimentare locale. Allo stesso tempo, aiutiamo a costruire la sicurezza alimentare per le generazioni future, nutriamo noi stessi e sosteniamo gli agricoltori locali su piccola scala che lavorano ogni giorno per amministrare la nostra terra.

 

Renzi e Gentiloni hanno messo nei guai l’Italia

Renzi e Gentiloni hanno messo nei guai l’Italia

L’Italia è ufficialmente nei guai, perché ieri la commissione europea ha dato il via alla procedura per debito eccessivo. Lo ha fatto scrivendo un report di 21 pagine, che contiene una sorpresa: la base formale della contestazione ha poco o nulla a che vedere con la manovra del governo guidato da Giuseppe Conte, perché è relativa al risultato del debito pubblico negli anni 2016 e 2017. A mettere l’Italia nei guai quindi sono stati Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. La procedura di infrazione è l’ultimo meraviglioso regalo del Pd agli italiani.

Ecco il passaggio chiave di quel documento: “Sulla base dei dati notificati e delle previsioni dell’autunno 2018 della Commissione, l’Italia non ha rispettato il parametro di riduzione del debito nel 2016 (gap del 5,2% del PIL) o nel 2017 (gap del 6,6% del PIL)”. E ancora: “complessivamente, la mancanza di conformità dell’Italia con il parametro di riduzione del debito nel 2017 fornisce la prova dell’esistenza prima facie di un disavanzo eccessivo ai sensi del patto di stabilità e crescita, considerando tutti i fattori come di seguito esposti. Inoltre, in base ai piani governativi e alle previsioni dell’autunno 2018 della Commissione, l’Italia non dovrebbe rispettare il parametro di riduzione del debito nel 2018 o nel 2019”. Le parole sono chiare, anche se quel che è accaduto ieri è piuttosto fumoso e difficile da spiegare se non ricorrendo ai gargarismi della euroburocrazia.

Che l’Italia non vada tanto d’accordo con l’attuale gruppo di comando a Bruxelles è un dato di fatto, e che non sia stata usata molta diplomazia per evitare lo scontro è vero. Di fronte alla bocciatura già da giorni vaticinata negli ambienti della commissione però mi chiedevo: come fanno ad aprire per l’Italia una procedura per avere sfondato il rapporto deficit/pil oltre il 3% se la manovra di bilancio per il 2019 prevede un rapporto del 2,4% quindi ben inferiore a quella soglia? La risposta degli azzeccarbugli era questa: vero che l’Italia non ha sfondato il 3% ma la procedura per deficit eccessivo nella normativa dell’area dell’euro si può contestare anche ai paesi che non rispettano la regola del debito, che non potrebbe superare il 60% del Pil. Ed è questa la scelta, ma è un po’ come avere scoperto l’acqua calda: da quando esiste l’euro l’Italia non è mai stata in regola sul debito, sempre ampiamente sopra il 100% del Pil. Dopo avere chiuso un occhio per venti anni sembra curioso che la commissione Ue li apra tutti e due solo ora. Ed è anche un pizzico rischioso, perché secondo le previsioni per il 2019 il debito medio dei paesi dell’area dell’euro sarà pari all’85% del loro Pil. Sette paesi (oltre all’Italia anche Grecia, Francia, Spagna, Portogallo, Belgio e Cipro) hanno e avranno il debito sopra il 100% del loro Pil, e altri 3 fra il 60 e il 90% del loro Pil: dieci paesi violerebbero quindi la regola, e solo l’Italia verrebbe punita. Per dare quello schiaffone però era necessario posarsi su fatti concreti e non solo su previsioni future. Per questo la contestazione Ue poggia sulla deviazione robusta e sicura dell’Italia dalla regola del debito per due anni consecutivi: il 2016 e il 2017, aggiungendo che secondo le previsioni il rientro dal debito sarà nullo o comunque molto inferiore a quel che era previsto sia nel 2018 che nel 2019, per cui però non ci sono ancora dati certi. Hanno quindi poco da stracciarsi le vesti e da fare appelli struggenti alla coscienza di Conte o di Matteo Salvini e Luigi Di Maio i vari Renzi, Gentiloni e Piercarlo Padoan: perché ad avere creato il danno che la Ue ci contesta sono stati proprio loro…

 

La sindaca Raggi assolta, il giornale Libero condannato

La sindaca Raggi assolta, il giornale Libero condannato

La sindaca Raggi qualche giorno fa è stata assolta, sono finiti in questo modo due anni di fango dei giornali che ininterrottamente hanno attaccato Virginia in qualsiasi modo, non solo sul piano politico, ma anche su quello personale. Il MoVimento 5 Stelle in questi anni ha denunciato a più riprese questo comportamento da parte di vari giornalisti appartenenti a testate diverse. Ieri finalmente è arrivata la prima condanna al giornale Libero Quotidiano, di proprietà del parlamentare di Forza Italia Antonio Angelucci, per la vergognosa prima pagina del 10 febbraio 2017.

Come racconta Prima Comunicazione: “Non è passato liscio né all’Ordine dei Giornalisti, né al Tribunale di Milano, l’ormai famoso titolo “La patata bollente” (occhiello “La vita agrodolce di Virginia Raggi”), troneggiante sulla prima di Libero il 10 febbraio 2017 sopra una grande foto della sindaca di Roma. Con la sentenza di primo grado, infatti, la V sezione civile ha confermato la delibera del Consiglio di disciplina dell’Ordine nazionale dei Giornalisti contro Pietro Senaldi, direttore responsabile della testata guidata da Vittorio Feltri, del quale il giudice ha respinto il ricorso, condannandolo anche al pagamento delle spese legali, circa 20mila euro. Il titolo peraltro era riferito alle vicende berlusconiane delle Olgettine e di Ruby, ma “spostato” sulla sindaca Raggi per via dell’inchiesta che la riguardava: per questo il Consiglio Nazionale di Disciplina ha sottolineato gli “evidenti richiami sessuali”, un “dileggio” sessista proprio perché la sindaca “è donna” e si parlava delle sue vicende personali. Doppio senso negato da Sebaldi, che ne suggeriva l’accezione “affettuosa”, nella sua difesa al Consiglio della Lombardia.”

Dopo anni finalmente vengono ristabilite la verità e l’onorabilita delle persone. Lo abbiamo visto nel caso di Silvia Virgulti qualche giorno fa con la condanna di Iacoboni e Calabresi, e lo vediamo oggi con la condanna di Libero Quotidiano. La speranza, in entrambi i casi, è che alle giuste condanne facciano seguito le sacrosante scuse. La libertà d’informazione è una cosa seria, è sacra, e non può essere confusa con la libertà di dire bugie e quella di offendere. Il MoVimento 5 Stelle vuole difendere la libertà di informazione liberando i media dal conflitto di interessi degli editori e garantendo un equo compenso ai giornalisti. Va proprio in quest’ottica la decisione di Luigi Di Maio di convocare un tavolo con l’ordine dei giornalisti e la federazione nazionale della stampa per affrontare il tema dell’equo compenso compenso e del contratto dei giornalisti.

 

Non possono chiederci di tradire gli italiani. Non lo faremo mai

Non possono chiederci di tradire gli italiani. Non lo faremo mai

Di seguito l’intervista concessa da Luigi Di Maio a La Repubblica

Luigi Di Maio ha appena incassato il sì della Camera al disegno di legge anticorruzione tra gli applausi dei suoi e il gelo dei deputati leghisti. Ma è convinto che quello di martedì sia solo un incidente di percorso. E che il governo durerà cinque anni, nonostante tutti i conflitti aperti. Con l’Europa, il vicepremier del MoVimento 5 Stelle, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, dice di voler dialogare. Senza però toccare le misure previste in manovra.

La procedura di infrazione contro l’Italia è stata avviata: con Bruxelles si tratta o si va allo scontro?
«La condivisione e il dialogo sono valori alla base di tutta la nostra permanenza nell’Unione europea e siccome noi vogliamo restare è giusto che si dialoghi. C’è poi un dettaglio importante: l’infrazione contestata è sul debito, non sul deficit. Nelle premesse si citano gli ultimi tre anni, in cui è aumentato, ma non a causa nostra».

Il punto è un altro. La commissione prevede che con le misure che avete messo in manovra il debito crescerà invece di scendere. L’infrazione riguarda questa legge di bilancio, non quelle passate.
«Vedo che ci sono grandi perplessità nei confronti della manovra e da parte nostra ci sarà il massimo dialogo, ma non possono chiederci di tradire gli italiani».

Quindi niente correzioni?
«Non si tratta di fare la guerra all’Europa, ma di rispettare le promesse. E non è che facciamo tutto subito perché abbiamo esigenze politiche: il nostro obiettivo è mettere in sicurezza parti di società che non possono aspettare».

Il commissario europeo Moscovici ha detto no a trattative da «mercanti di tappeti». Come risponde?
«Che avremo modo di confrontarci nelle sedi europee. Non voglio continuare in questo scambio di battute quotidiano, dobbiamo sederci e discutere questa procedura potenziando gli spazi di dialogo. Una riunione ogni tanto non basta. Ci sono tante cose che si possono fare: il taglio degli sprechi, le dismissioni. Ci sono molti asset non strategici su cui si può intervenire».

Di piani di vendita di immobili pubblici e dismissioni si parla sempre, dai tempi di Tremonti, senza che si arrivi mai a quantificarlo o a farne nulla. Non è una presa in giro nei confronti di Bruxelles?
«Un tempo si bloccavano per resistenze politiche: se devi fare scelte sul territorio come l’accorpamento delle partecipate, ti ritroverai sindaci e governatori di traverso. Io non intendo farmi fermare».

Riuscirci è un’altra cosa. Ponendo che abbiate ragione sulle stime, che Europa e istituti indipendenti contestano, e che quindi le vostre misure porteranno a un aumento del pil dell’1,5 per cento nel 2019, il rialzo dello spread e gli interessi che pagheremo vanificherebbero ogni sforzo. Ne è consapevole o pensa ancora si possa far finta che i mercati non esistano?
«È normale che in questi giorni, in attesa della decisione europea, ci fosse grande preoccupazione sui mercati. Adesso c’è un punto di partenza chiaro, la procedura è avviata, lo spread comincia a scendere e noi partiamo dal dialogo».

Alleggerirete reddito di cittadinanza e quota 100?
«Non taglieremo i punti cardine della manovra, ma i prossimi giorni permetteranno ai mercati di essere rassicurati: è importante ripetere che questo governo non vuole uscire dall’Europa e dall’euro, sarebbe anche un bene ribadirlo ai media esteri».

Saranno rassicurati anche i risparmiatori italiani? La vendita del Btp Italia è stata la peggiore di sempre.
«L’asta si è tenuta nei giorni a cavallo della decisione di Bruxelles, quando i mercati stavano a guardare».

La legge anticorruzione su cui tanto avete puntato passa alla Camera con un alleggerimento del reato di peculato, che la Lega voleva e che alla fine è riuscita a far approvare. Cosa è successo?
«La legge anticorruzione è per noi un grande successo, si tratta di misure che per anni ci siamo visti bocciare da chi ora è all’opposizione. Nel voto segreto è passata la norma sul peculato, che sarà assolutamente modificata al Senato già la settimana prossima. Il ddl tornerà alla Camera e sarà legge dello Stato entro il 31 dicembre, al massimo i primi di gennaio».

Sta dicendo che non è successo niente di grave?
«Diciamo che da un problema nato su una norma per noi vergognosa è nata un’opportunità, grazie a un accordo di maggioranza che accelera invece di rallentare».

Quindi si fida ancora di Matteo Salvini e della Lega?
«Sì perché mi è stato dimostrato, in questi giorni in aula, che c’è la volontà di fare il prima possibile. Non si tratta solo di prescrizione e daspo ai corrotti, ma di una rivoluzione copernicana dei partiti italiani, che dovranno tutti rendicontare i soldi che prendono anche attraverso le fondazioni e le associazioni collegate».

I contrasti continui pesano sul bilancio di questi mesi.
«Non la vedo così. Abbiamo fermato la riforma Renzi sulle intercettazioni, portato a casa delle battaglie storiche con il taglio dei vitalizi, il decreto dignità, lo stop alle delocalizzazioni e l’abolizione della pubblicità del gioco d’azzardo. I nuovi dati ci dicono che tra il primo semestre del 2018 e il secondo c’è un’impennata dei contratti a tempo indeterminato».

Altri dati hanno certificato un calo dell’occupazione: è convinto che alla lunga il bilancio sarà positivo?
«Lo sarà per l’obiettivo che si è dato quel decreto, stabilizzare le persone. E per l’occupazione mi aspetto ricadute dal taglio Ires previsto in manovra per le imprese che assumono».

La parte originaria del Movimento si è sentita tradita dal condono di Ischia. Perché non mettere paletti più rigidi di quelli previsti nel 1985?
«Non si tratta di un condono e i paletti rigidi ci sono, nessuno potrà ricostruire in aree protette da vincolo paesaggistico perché sarebbe fermato dalla magistratura. Io credo in quello che faccio, sto solo aiutando dei terremotati, non c’è nessuna volontà occulta».

Li aiuta nel suo collegio.
«Si tratta di poche centinaia di persone, se l’avessi fatto per questo sarei matto. La verità è che finora gli ischitani sono stati trattati come terremotati di serie C».

Sul decreto sicurezza, gli emendamenti che i suoi deputati hanno presentato su Sprar e protezione umanitaria saranno sostenuti o accantonati?
«Credo nella libertà di presentare emendamenti, per carità, ma come noi abbiamo chiesto lealtà sull’anticorruzioe, dobbiamo essere leali sui provvedimenti che non sono prettamente nostri»

Quindi niente modifiche? Resteranno emendamenti bandiera?
«Farle adesso significherebbe farlo decadere».

Su grandi opere, infrastrutture, ambiente, ci sono distanze siderali con la Lega. Crede davvero che con conflitti così frequenti questo governo durerà?
«Sì perché sappiamo già quali sono i punti su cui non andiamo d’accordo, lo abbiamo visto quando abbiamo scritto il contratto. Ma non mi piace questa visione per cui il Movimento sarebbe contro lo sviluppo e le imprese. Sto convocando al ministero il tavolo permanente per le piccole e medie imprese previsto nel testo unico per le imprese del 2011. A dicembre ci sarà il decreto semplificazione».

Sulla Tav Salvini ha detto che lui è sempre per andare avanti. E lei?
«Come lui non cambio idea. Ma il fatto che ci sia un contratto non significa che non serva il dialogo su un’opera la cui parte principale deve ancora essere iniziata. Il 5 dicembre incontretemo le associazioni che hanno manifestato per il sì. Il no alla Tav è però una posizione più vecchia del Movimento stesso».

Non crede sia una prova di debolezza reagire alle critiche dei giornali attaccandoli e augurandosene la morte, come fanno i regimi autoritari o reazionari?
«Sapete come la penso sugli editori e sui conflitti di interesse. La libertà di stampa è legata anche al trattamento salariale dei giornalisti precari, di cui mi occuperò presto per arrivare a compensi dignitosi».

Sono cose differenti. Conte ha chiesto ai giornalisti di dare una mano a stemperare i toni. Comincia lei ritirando quel che ha detto dopo la sentenza di assoluzione di Virginia Raggi?
«No, io non ho parlato di tutti i giornalisti, ma credo che la libertà di stampa non possa essere libertà di dire bugie. E su Virginia ne sono state dette tante».

Ha istituito un fondo per il venture capital, favorirà investimenti su blockchain e intelligenza artificiale. L’incrocio proprietario del simbolo e della piattaforma informatica M5S con una società privata che ha questi temi nel suo core buisiness non crea un conflitto di interessi?
«Io non sto facendo una norma che permette alle aziende che si chiamano Casaleggio Associati di entrare nei fondi di venture capital, sto solo cercando di ridurre il gap del nostro Paese nell’innovazione».

#SpazzaCorrotti, Il MoVimento 5 Stelle sta lasciando il segno

#SpazzaCorrotti, Il MoVimento 5 Stelle sta lasciando il segno

 
 

 

Il MoVimento 5 Stelle sta lasciando il segno, la legge Spazzacorrotti è stata approvata alla Camera. Su questa legge ci siamo messi al lavoro il giorno dopo l’insediamento del governo e ora sono particolarmente orgoglioso dell’approvazione alla Camera. Il lavoro è stato faticoso e ha visto un confronto con gli addetti ai lavori, poi il passaggio in Consiglio dei ministri per essere approvato e quindi l’arrivo alle Camere. Dentro questa legge c’è lo spirito del MoVimento 5 stelle, tutto ciò che i cittadini invocano: attenzione per la legalità, trasparenza e lotta contro l’impunità.

Siamo riusciti a mettere nero su bianco tutto ciò che avevamo promesso. Nella legge Spazzacorrottic’è il Daspo per chi viene condannato per reati contro la pubblica amministrazione. Il concetto è chiaro: se corrompi o se ti fai corrompere, non puoi più avere a che fare con la pubblica amministrazione. Sia che tu sia un pubblico ufficiale o un imprenditore spregiudicato che ha pensato – sbagliando – di poter accedere a una corsia preferenziale per i suoi affari, a discapito degli imprenditori onesti e di tutti i cittadini. Ricordiamoci sempre che la corruzione è un costo per TUTTI: paghiamo TUTTI per il furbetto e per il pubblico ufficiale che si fa corrompere.

Ma nella legge Spazzacorrotti c’è anche l’agente infiltrato, una figura che la comunità internazionale ci chiedeva di introdurre da quindici anni. Ora inquirenti e investigatori hanno a loro disposizione uno strumento eccezionale. Per contrastare e reprimere gli episodi di corruzione – come quelli di mafia – è necessario abbattere il muro di omertà, un patto di ferro stretto fra corrotti e corruttori, che di solito è quasi inattaccabile. Adesso chi indaga ha la possibilità di avere un’osservazione diretta dei fatti: si accende un faro sulle trame più oscure in cui prospera la corruzione. Per la stessa ragione abbiamo voluto inserire una nuova norma che agevola la collaborazione con gli inquirenti per chi, autodenunciandosi, porta alla luce episodi di corruzione. Un altro strumento importante e regolato in maniera stringente. E’ così che intendiamo scardinare ilpatto corruttivo che finora ha permesso a molti delinquenti di farla franca.
Poi abbiamo alzato le pene per alcuni reati, abbiamo introdotto la possibilità di indagare la corruzione anche usando captatori informatici, abbiamo reso procedibile d’ufficio la corruzione fra privati e quella internazionale. E finalmente, il carcere certo, per chi si macchia di questi delitti: come per i reati di mafia, se vieni condannato e non collabori, vai in carcere. Quello vero.

Chi ha accumulato ricchezze illecite corrompendo d’ora in poi non potrà sottrarsi alla confisca dei beni anche se interviene la prescrizione. E, proprio a proposito di prescrizione, mettiamo a segno un punto a nostro favore: nella legge è stata introdotta l’interruzione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Una norma di civiltà che in tanti avevano annunciato senza mai avere il coraggio di andare fino in fondo.

E non finisce qui. Nella legge c’è anche tutto quanto sosteniamo da anni sui partiti e sul loro finanziamento. Li stiamo costringendo alla trasparenza: ora tutti i cittadini italiani potranno conoscere chi finanzia i partiti e in che modo.
Insomma quella rivoluzione culturale che il Paese aspetta da decenni ora è scolpita in una legge. Una legge che abbiamo voluto con grande determinazione. Superando resistenze fortissime e opposizioni di ogni tipo ma ce l’abbiamo fatta: abbiamo tagliato il primo traguardo.

Adesso la legge passerà al Senato per la sua seconda lettura. Va corretta la norma inaccettabile introdotta col voto segreto alla Camera. Mi piace pensare che, grazie alla battaglia che abbiamo condotto nel 2016 per salvare la Costituzione, oggi possiamo intervenire per correggere gli errori, cosa che altrimenti non sarebbe stata possibile.
Tutte le battaglie che abbiamo condotto ci hanno portato qui, a dare al Paese una legge che ci farà andare in giro per il mondo a testa alta, non più additati come i “soliti italiani”, ma come avanguardia di una nuova lotta alla corruzione senza quartiere che non ci ruberà più il futuro ma ce ne consegnerà uno completamente nuovo. Di cui andare fieri. Così come fiero mi sento oggi.

 

Non lasciamo sola la Calabria

Non lasciamo sola la Calabria

La Calabria è una terra di rara bellezza, poco valorizzata anche a causa di un sistema di trasporti poco efficiente. È una Regione che con orgoglio e consapevolezza rivendica il suo diritto a crescere sfruttando le sue enormi potenzialità e a perseguire il proprio sviluppo economico e sociale.

La lotta alla criminalità organizzata e il sostegno alla legalità – per i quali c’è massima attenzione da parte del mio governo – devono andare di pari passo con la crescita economica e lo sviluppo sociale.

Dal 2006 al 2016, 26mila giovani laureati hanno abbandonato la Calabria: è una perdita di capitale umano che contribuisce a impoverire questa Terra.

Dopo Reggio Calabria, questa mattina, mi sono recato a Locri e a Isola di Capo Rizzuto. Qui ho visitato alcune realtà che hanno sviluppato attività e creato lavoro a partire da beni confiscati alla criminalità organizzata. Queste esperienze, portate avanti da giovani capaci e determinati, sono il simbolo di una Regione che non si arrende alle difficoltà economiche e sociali e che vuole crescere.

Restituire gli spazi occupati dalla malapianta della criminalità alle iniziative comunitarie delle persone oneste è un obiettivo primario di questo Governo.

Tornerò presto in Calabria, una volta approvata la legge di bilancio, per realizzare interventi di rilancio di questo territorio.

 

Bruciare i rifiuti fa male alla salute

Photo Di Shutterstock

di Piernicola Pedicini – “Bruciare i rifiuti ha costi altissimi per la salute dei cittadini. Una ricerca dell’università di Lancaster ha scoperto accumuli di nanoparticelle tossiche nell’encefalo dei soggetti analizzati. Queste particelle ultrasottili sarebbero la causa di molte malattie neurodegenerative come l’Alzheimer. L’alternativa c’è e si chiama economia circolare: le risorse e i prodotti devono essere recuperati e riutilizzati per preservare le materie prime del nostro pianeta. Puntando su prevenzione, compostaggio e riciclo i rifiuti diminuiscono.

L’Europa di fatto non è così contraria all’incenerimento e lascia agli Stati membri libertà. La Direttiva relativa ai rifiuti tratta il tema in maniera molto debole (non vincolante, sono solo esempi, suggerimenti). Per esempio, incoraggia gli Stati Membri a imporre tasse e restrizioni per il collocamento in discarica e l’incenerimento dei rifiuti.

Nella Comunicazione della Commissione sul ruolo della termovalorizzazione nell’economia circolare del 26.01.2017, si dice chiaramente che: “va ridefinito il ruolo dell’incenerimento dei rifiuti per evitare che si creino ostacoli alla crescita del riciclaggio e del riutilizzo”. Le scelte degli Stati Membri nella gestione dei rifiuti devono rispettare la gerarchia dei rifiuti e dare priorità alla prevenzione, al riutilizzo e al riciclaggio. Aggiunge inoltre che, tassi elevati di incenerimento non sono coerenti con obiettivi di riciclaggio più ambiziosi. Per ovviare a questo problema, la Commissione europea suggerisce agli Stati membri di:

1) introdurre o aumentare le imposte sull’incenerimento
2) abolire gradualmente i regimi di sostegno per l’incenerimento dei rifiuti
3) introdurre una moratoria sui nuovi impianti e smantellare quelli più vecchi e meno efficienti

In Commissione Ambiente del Parlamento Europeo abbiamo sempre cercato di introdurre il divieto all’incenerimento dei rifiuti proponendo emendamenti che vanno nella direzione di:

1) Aumentare le tasse per la messa in discarica e l’incenerimento per scoraggiare queste pratiche
2) Vietare l’utilizzo di fondi europei per inceneritori e discariche
3) Eliminare i sussidi dannosi all’ambiente, inclusi i sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili, e quelli per gli inceneritori
4) Graduale eliminazione di inceneritori e discariche

Il 09.02.2017 abbiamo presentato in plenaria un emendamento per bandire l’incenerimento e i sussidi all’incenerimento. Tuttavia le nostre proposte sono state rigettate dai gruppi di cui fanno parte il PD e Forza Italia. Ecco chi difende gli inceneritori e questo modello di business dei rifiuti che è uno dei più redditizi per affaristi e lobbisti.

Quando si parla di incenerimento non bisogna ignorare la pratica dell’incenerimento dei rifiuti nei cementifici, favorita dal cosiddetto Decreto Clini del Ministero dell’Ambiente n. 22 del 14 febbraio 2013 (Governo Monti) che stabilisce dei criteri attraverso cui i rifiuti cessano di essere tali e vengono classificati come combustibili solidi secondari (CSS):

Anche a causa della crisi economica, si è verificato un calo della domanda di cemento nel mercato e il business dei cementieri non è più la produzione di cemento ma bruciare rifiuti nei cementifici, pratica questa che provoca emissioni di metalli pesanti, in particolare mercurio, piombo e cadmio in misura maggiore rispetto agli inceneritori.

Stiamo denunciando tramite degli esposti presso le Procure competenti tutti i cementifici in Italia che utilizzano combustibili solidi secondari (CSS) o che hanno manifestato l’intenzione di farlo. Bruciare i rifiuti è il passato. Il Movimento 5 Stelle guarda al futuro”.

 

Rifiuti, il modello è veneto non bresciano

Il Blog delle Stelle

 

Rifiuti, il modello è veneto non bresciano

di Gianni Girotto, presidente Commissione Industria e Attività Produttive del Senato

Il contratto di Governo tra Movimento 5 Stelle e Lega in tema di rifiuti parla chiaro. Parla di “Modello Treviso” che ora guida il Veneto più virtuoso, non di “modello Brescia” (i 13 inceneritori lombardi con il più grande forno d’Europa quello di A2A) che frena anche le tantissime eccellenze lombarde. Parla di chiudere inceneritori e discariche. Non di realizzarne.

IL CONTRATTO

“Una corretta e virtuosa applicazione dell’economia circolare, in linea con la gerarchia nella gestione dei rifiuti europea, comporta una forte riduzione del rifiuto prodotto, una crescente percentuale di prodotto riciclato e contestualmente una drastica riduzione della quota di rifiuti smaltiti in discarica ed incenerimento, fino ad arrivare al graduale superamento di questi impianti adottando metodi tecnologicamente avanzati ed alternativi. A tal proposito il sistema di economia circolare di riferimento è quello oggi adottato dal servizio pubblico della provincia di Treviso, studiato in tutto il Mondo».

IL VENETO CHE CHIUDE E CANCELLA 4 INCENERITORI – In Veneto oggi, grazie ad un modello prevalentemente pubblico, che vede la raccolta porta a porta con tariffa puntuale come fulcro, oltre il 70% dei rifiuti urbani è differenziato e inviato a recupero di materia e compostaggio. Sono attivi 2 soli inceneritori piccoli e medi (quello di Padova 170mila tonnellate annue e quello di Schio 80mila tonnellate annue. Per avere i numeri quello di Acerra è da 725.000 tonnellate annue). In questi anni la Regione ha fermato quello di Verona-Cà del Bue e chiuso quello di Venezia. A Treviso ne sono stati cancellati 2, come spiega bene questo articolo che rilancia il ‘Modello Treviso’ nel contratto di Governo.

Del resto era Zaia nel 2015 a tuonare contro lo ‘Sblocca Italia’ di Renzi “Abbiamo tre inceneritori e non ne costruiremo altri: siamo una Regione ‘riciclona’ e puntiamo dritti sul compostaggio”. Dal 2015 la Regione Veneto ha chiuso un nuovo inceneritore per rifiuti urbani e come ricordato oggi ne ha solo 2.

Nel 2011, quando qualcuno proponeva ancora inceneritori facendo infuriare Zaia, il Veneto differenziava il 57%. La Campania nel 2016 era al 52%, Il sindaco De Magistris avvii subito la raccolta porta a porta in tutta Napoli e la Campania diventerà come il Veneto!

In Veneto si è usato il buonsenso e un ottica di lungo termine. Si fa prima e costa meno fare raccolte differenziate spinte e puntare su impianti di recupero di materia e compostaggio. Del resto per costruire un inceneritore, oltre ai costi esorbitanti, ci vogliono dai 5 agli 8 anni.

IL MODELLO TREVISO – Il modello pubblico proposto e realizzato in provincia di Treviso, che ha 900mila abitanti ed evitato la costruzione di 2 inceneritori e chiudere tutte le discariche prevede tutte azioni previste nel ‘Contratto di Governo’ :

– Programmi riduzione rifiuti

– Raccolta differenziata domiciliare con tariffa puntuale (più ricicli meno paghi). Oggi la Marca differenzia l’86% dei suoi rifiuti producendo solo 45 kg di rifiuto pro capite l’anno (43.000 tonnellate annue). In Italia la media è di 270/300 kg annui pro capite.

– Impianti di selezione, trattamento meccanico biologico (riducono ulteriormente la massa dei rifiuti del 10% portando le tonnellate da smaltire a 35.000 annue in provincia di Treviso).

– Impianti di riciclo e recupero-riutilizzo materia. Proprio quest’anno è stata avviato il primo impianto al Mondo di riciclo pannolini (il 10% dell’indifferenziato). Ora tratta solo poche centinaia di tonnellate ma a regime potrebbe portare l’indifferenziato della provincia di Treviso a soli 35 kg abitante l’anno. Cioè 35.000 tonnellate annue che ridotti dal trattamento meccanico biologico potranno diventare in futuro meno di 25mila tonnellate l’anno. Sono numeri che industrialmente escludono qualsiasi nuovo inceneritore.

Impianti di compostaggio, per riciclare i rifiuti organici che diventano fertilizzante.

Queste azioni unite ad altre che stiamo iniziando ad approvare in diversi provvedimenti come l’Iva agevolata al 5% per i prodotti da riciclo o compostaggio, l’obbligo di pesa per gli autodemolitori, unito all’obbligo di inviare a riciclo-recupero materia ogni parte riciclabile da autodemolizione (parliamo di oltre 1 milione di tonnellate annue), la raccolta differenziata della organico in tutti i Comuni italiani entro il 2020, il divieto di
usa e getta di plastica (avviando progetti di riconversione industriale per le aziende del settore) possono portare l’Italia verso un vero cambiamento che farà bene creando decine di migliaia di posti di lavoro.

CHIUDERE 34 INCENERITORI SU 51 – Il collega Alberto Zolezzi sta ultimando uno studio avvalendosi di esperti. Con il “Modello Treviso”, grazie alla raccolta domiciliare portando l’Italia all’obiettivo minimo del 65% di differenziata (oggi siamo al 52%) realizzando impianti di riciclo, trattamento meccanico biologico, selezione, compostaggio si passerebbe subito da 51 a 17 inceneritori! Più altre decine di discariche chiuse. Il primo passo verso Rifiuti Zero.

 

Il rimedio è la povertà, di Goffredo Parise

Il rimedio è la povertà, di Goffredo Parise

Di seguito un testo di Goffredo Parise pubblicato il 30 giugno del 1974, si intitola: “Il rimedio è la povertà”. È un po’ lungo, ma ne vale la pena. Armatevi di pazienza, leggetelo fino alla fine e fatelo leggere ai vostri cari. Vi abbraccio. Beppe Grillo

«Questa volta non risponderò ad personam, parlerò a tutti, in particolare però a quei lettori che mi hanno aspramente rimproverato due mie frasi: «I poveri hanno sempre ragione», scritta alcuni mesi fa, e quest’altra: «il rimedio è la povertà. Tornare indietro? Sì, tornare indietro», scritta nel mio ultimo articolo.

Per la prima volta hanno scritto che sono “un comunista”, per la seconda alcuni lettori di sinistra mi accusano di fare il gioco dei ricchi e se la prendono con me per il mio odio per i consumi. Dicono che anche le classi meno abbienti hanno il diritto di “consumare”.

Lettori, chiamiamoli così, di destra, usano la seguente logica: senza consumi non c’è produzione, senza produzione disoccupazione e disastro economico. Da una parte e dall’altra, per ragioni demagogiche o pseudo-economiche, tutti sono d’accordo nel dire che il consumo è benessere, e io rispondo loro con il titolo di questo articolo.

Il nostro paese si è abituato a credere di essere (non ad essere) troppo ricco. A tutti i livelli sociali, perché i consumi e gli sprechi livellano e le distinzioni sociali scompaiono, e così il senso più profondo e storico di “classe”. Noi non consumiamo soltanto, in modo ossessivo: noi ci comportiamo come degli affamati nevrotici che si gettano sul cibo (i consumi) in modo nauseante. Lo spettacolo dei ristoranti di massa (specie in provincia) è insopportabile. La quantità di cibo è enorme, altro che aumenti dei prezzi. La nostra “ideologia” nazionale, specialmente nel Nord, è fatta di capannoni pieni di gente che si getta sul cibo. La crisi? Dove si vede la crisi? Le botteghe di stracci (abbigliamento) rigurgitano, se la benzina aumentasse fino a mille lire tutti la comprerebbero ugualmente. Si farebbero scioperi per poter pagare la benzina. Tutti i nostri ideali sembrano concentrati nell’acquisto insensato di oggetti e di cibo. Si parla già di accaparrare cibo e vestiti. Questo è oggi la nostra ideologia. E ora veniamo alla povertà.

Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra.

Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. Povertà e necessità nazionale sono i mezzi pubblici di locomozione, necessaria è la salute delle proprie gambe per andare a piedi, superflua è l’automobile, le motociclette, le famose e cretinissime “barche”.

Povertà vuol dire, soprattutto, rendersi esattamente conto (anche in senso economico) di ciò che si compra, del rapporto tra la qualità e il prezzo: cioè saper scegliere bene e minuziosamente ciò che si compra perché necessario, conoscere la qualità, la materia di cui sono fatti gli oggetti necessari. Povertà vuol dire rifiutarsi di comprare robaccia, imbrogli, roba che non dura niente e non deve durare niente in omaggio alla sciocca legge della moda e del ricambio dei consumi per mantenere o aumentare la produzione.

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni.

Il nostro paese è un’enorme bottega di stracci non necessari (perché sono stracci che vanno di moda), costosissimi e obbligatori. Si mettano bene in testa gli obiettori di sinistra e di destra, gli “etichettati” che etichettano, e che mi scrivono in termini linguistici assolutamente identici, che lo stesso vale per le ideologie. Mai si è avuto tanto spreco di questa parola, ridotta per mancanza di azione ideologica non soltanto a pura fonia, a flatus vocis ma, anche quella, a oggetto di consumo superfluo.

I giovani “comprano” ideologia al mercato degli stracci ideologici così come comprano blue jeans al mercato degli stracci sociologici (cioè per obbligo, per dittatura sociale). I ragazzi non conoscono più niente, non conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere. I ragazzi sanno che a una certa età (la loro) esistono obblighi sociali e ideologici a cui, naturalmente, è obbligo obbedire, non importa quale sia la loro “qualità”, la loro necessità reale, importa la loro diffusione. Ha ragione Pasolini quando parla di nuovo fascismo senza storia. Esiste, nel nauseante mercato del superfluo, anche lo snobismo ideologico e politico (c’è di tutto, vedi l’estremismo) che viene servito e pubblicizzato come l’élite, come la differenza e differenziazione dal mercato ideologico di massa rappresentato dai partiti tradizionali al governo e all’opposizione. L’obbligo mondano impone la boutique ideologica e politica, i gruppuscoli, queste cretinerie da Francia 1968, data di nascita del grand marché aux puces ideologico e politico di questi anni. Oggi, i più snob tra questi, sono dei criminali indifferenziati, poveri e disperati figli del consumo.

La povertà è il contrario di tutto questo: è conoscere le cose per necessità. So di cadere in eresia per la massa ovina dei consumatori di tutto dicendo che povertà è anche salute fisica ed espressione di se stessi e libertà e, in una parola, piacere estetico. Comprare un oggetto perché la qualità della sua materia, la sua forma nello spazio, ci emoziona.

Per le ideologie vale la stessa regola. Scegliere una ideologia perché è più bella (oltre che più “corretta”, come dice la linguistica del mercato degli stracci linguistici). Anzi, bella perché giusta e giusta perché conosciuta nella sua qualità reale. La divisa dell’Armata Rossa disegnata da Trotzky nel 1917, l’enorme cappotto di lana di pecora grigioverde, spesso come il feltro, con il berretto a punta e la rozza stella di panno rosso cucita a mano in fronte, non soltanto era giusta (allora) e rivoluzionaria e popolare, era anche bella come non lo è stata nessuna divisa militare sovietica. Perché era povera e necessaria. La povertà, infine, si cominci a impararlo, è un segno distintivo infinitamente più ricco, oggi, della ricchezza. Ma non mettiamola sul mercato anche quella, come i blue jeans con le pezze sul sedere che costano un sacco di soldi. Teniamola come un bene personale, una proprietà privata, appunto una ricchezza, un capitale: il solo capitale nazionale che ormai, ne sono profondamente convinto, salverà il nostro paese».

 

Quanto la nostra salute è legata all’inquinamento plastico degli oceani?

Ogni anno si tengono centinaia di conferenze, meeting, incontri e dibattiti di ogni tipo sugli oceani e sulla salute umana. Tutte sono pensate per attirare l’attenzione della gente sull’inquinamento degli oceani.

Ma dopo tutti questi sforzi, dopo tanti milioni spesi, sembra proprio non interessare a nessuno. Perché?

Di fatto la maggior parte delle persone si preoccupa dell’ambiente solo quando influenza direttamente la loro vita. Oppure quando è visibile e inevitabile.

Guardiamo i cambiamenti climatici. Non hanno ancora influenzato la maggior parte delle nostre vite in un modo veramente significativo. Ma non sono nemmeno invisibili. Stiamo iniziando a vedere il loro impatto intorno a noi. Percepiamo che qualcosa è cambiato. Ricordiamo gli autunni di quando eravamo bambini e qualcosa non ci quadra. Ma cosa davvero stiamo rischiando?

Il documento della Plastic Soup Foundation, ci da qualche dato.

Ecco alcuni estratti spaventosi:

  • Nel 2013, gli scienziati del Plymouth Marine Laboratory in Inghilterra hanno filmato il plancton, la base della catena alimentare, che consumava plastica. Il plancton è l’alimento principale, a volte l’unico, di una varietà impressionante di specie marine. Molte finiscono direttamente o indirettamente nei nostri piatti.
  • I ricercatori dell’Università di Lund (Svezia) hanno dimostrato che le microplastiche possono spostarsi attraverso la catena alimentare degli animali, andando addirittura ad influenzare gli animali al vertice della catena.
  • Le microplastiche si trovano nel 63% dei gamberi nel Mare del Nord.
  • Un quarto del pesce acquistato nei mercati ittici locali ha plastica nei loro tratti digestivi.
  • E molto recentemente, a luglio 2016, gli scienziati hanno dimostrato per la prima volta che le microplastiche possono perdere sostanze chimiche tossiche nei corpi dei pesci.

Ma cosa davvero comporta così tanta plastica negli oceani?

Gli oceani sono la fonte di proteine più grande al mondo, con oltre 3 miliardi di persone che dipendono dagli oceani come fonte primaria di cibo. Inoltre gli oceani forniscono il 50% dell’ossigeno del pianeta. Queste sono solo 2 delle caratteristiche che rendono i nostri mari intoccabili.

La plastica contiene diverse sostanze chimiche aggiunte, molte interferiscono con gli ormoni, la plastica può essere portatrice di virus e parassiti e le nanoplastiche possono passare attraverso le nostre membrane cellulari.

Rolf Halden, professore associato presso la School of Sustainable Engineering presso la Arizona State University, ha intrapreso un’indagine riguardante i pericoli della plastica per la salute umana e per gli ecosistemi da cui dipendiamo.

Rolf si chiede quali sono le conclusioni di un inquinamento, senza controlli negli ultimi 60 anni, negli oceani. Si chiede quali sono le conseguenze per la salute umana, quali sono gli effetti complessivi della plastica che involontariamente ingeriamo.

Il risultato è che è molto difficile capirlo. Parte della difficoltà sta nell’assenza di buoni controlli per lo studio delle conseguenze sulla salute. Il fatto è che l’esposizione plastica è un fenomeno globale e la ricerca di soggetti non esposti ad essa, per il confronto, è quasi impossibile.

È noto tuttavia che gli effetti sulla salute variano a seconda di chi è esposto e quando. I neonati e le donne incinte o che allattano, sono ad alto rischio.

Quindi non sappiamo per certo quanto, ma sappiamo che fa male e probabilmente quando lo sapremo misurare, il risultato non ci piacerà.

La conclusione è che questa è la più grande crisi globale della salute e parte dall’oceano.

 

Canapa: da prodotto tradizionale a tessuto del futuro

di Matteo Gracis – La Canapa è la più antica fibra tessile utilizzata dall’uomo. I primi frammenti fossili di corde e nodi risalgono a più di 15.000 anni fa.

In Cina ci sono riferimenti a riguardo risalenti all’8.000 a.C. e per questo potrebbe essere una delle prime piante utilizzate dall’uomo insieme al frumento e all’orzo.

I Sumeri la usavano sia come incenso nei templi e per scopi medici, ma anche per fare corde, tessuti e reti da pesca.

Il tessuto per abbigliamento, arredamento, corde e tappeti, si ricava dalla fibra lunga della pianta di canapa. Quella che ci aveva resi primi al mondo per qualità della nostra canapa, era proprio la fibra, dalla quale si ottenevano ad esempio corde e vele per le navi, ma anche corredi per le spose, biancheria, tende e rivestimenti per materassi e poltrone. Le navi della famosa ed imbattibile flotta britannica avevano le vele realizzate in canapa italiana, così come l’Amerigo Vespucci, per statuto deve avere le vele di canapa di Carmagnola, una varietà italiana piemontese coltivata ancora oggi.

La stessa fibra tessile che in passato era considerata “oro verde”: un prodotto dal forte valore aggiunto lavorato in modo artigianale, che garantiva la maggior parte degli introiti di chi lavorava la canapa. La successiva diminuzione delle coltivazioni ha purtroppo impedito, tra le altre cose, anche il passaggio da una lavorazione artigianale a quella industriale meccanizzando i processi di lavorazione come la macerazione o la pettinatura successiva. Il risultato è che oggi in Italia, non c’è la possibilità di produrre tessuto di canapa e quello a disposizione viene importato dall’estero, soprattutto dalla Cina. Se pensiamo che il cotone è una delle colture più inquinanti del pianeta, mentre la canapa non necessita quasi mai di diserbanti o fitofarmaci, avremmo una ragione in più per andare in questa direzione, nonostante sia un investimento non indifferente. Immaginiamo però il valore che potrebbe avere una canapa made in Italy, coltivata con nostre genetiche, che dia vita a capi di vestiario fatti in Italia.

Richard Fagerlund, studioso che ha oltre 40 anni di esperienza nella gestione di specie nocive per le piante, ha di recente spiegato che: “La coltivazione del cotone è probabilmente il più grande inquinante del pianeta poiché, occupando solo il 3% dei terreni agricoli del mondo, esige il 25% dei pesticidi utilizzati in totale. Le sostanze chimiche vanno nelle acque sotterranee e il veleno non ha come bersaglio solo gli insetti, ma tutti gli organismi, compresi gli esseri umani. Inoltre la fibra di canapa è più lunga, più assorbente, resistente e isolante della fibra di cotone”.
Sempre a livello di coltivazione il cotone per crescere, richiede circa il doppio dell’acqua rispetto alla canapa.

Come tessuto, grazie alla sua fibra cava, la canapa rimane fresca in estate e calda in inverno. Ha proprietà antibatteriche ed è in grado di assorbire l’umidità del corpo, tenendolo asciutto e assorbe i raggi infrarossi e gli UVA fino al 95%. La resistenza agli strappi è tre volte maggiore a quella del cotone e tra le fibre naturali è quella che meglio resiste all’usura.

“Il ritorno della canapa tessile? Basterebbe ripristinare gli impianti esistenti o crearne di nuovi, è una cosa che abbiamo già fatto per la lana, non vedo perché non possiamo farlo per la canapa”. Va dritto al punto il dottor Marco Antonini, che oltre ad essere ricercatore per l’ENEA (l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) è anche presidente di Arianne, consorzio internazionale per le fibre tessili naturali.
Secondo il ricercatore: “Quello che si deve fare è creare una filiera tessile di qualità. Bisogna costruire un impianto apposito, l’interesse c’è, ora servono gli imprenditori e gli investimenti”.

Un tentativo era stato fatto agli inizi degli anni duemila con il consorzio Canapa Italia, appoggiato anche dal gruppo Armani, che aveva provato a riavviare una produzione di canapa tessile utilizzando la varietà Fibranova. Per la filatura del prodotto era poi intervenuto il Linificio Canapificio nazionale, ma purtroppo l’esperimento si è concluso con un nulla di fatto.

I problemi fondamentali nel ricreare una moderna filiera tessile sono due: il know how ed i macchinari necessari: “Abbiamo perso la capacità delle persone di lavorarla, ma c’è anche un problema di macchinari: non abbiamo più quelli che servono ad estrarre la fibra lunga e quindi stigliarla. Ricreare una filiera italiana significa anche ricreare i macchinari per andare a tagliarla sul campo che presuppone investimenti molto importanti ed è il limite che oggi tutti incontrano. Si parla di 4 o 5 milioni di euro di investimenti che spaventano chi si avvicina. Poi resta il problema della macerazione”.

L’interesse per la canapa è crescente e il mercato sembra che si stia muovendo in questa direzione per la sua alta sostenibilità: è un materiale del passato che potrebbe diventare anche il materiale del futuro, ma ad oggi la canapa ad uso tessile in Europa praticamente non esiste. Ci sono sperimentazioni in Francia e nell’Europa dell’est, però siamo ancora lontani dall’ottenere una canapa di qualità ad uso tessile che possa essere lavorata per ottenere dei filati interessanti.
E’ notizia di quest’anno che Italia e Austria stanno lavorando insieme per ricostruire una moderna filiera tessile.

Sempre più spesso (e volentieri) vesto abiti di canapa e personalmente ritengo non ci sia tessuto più confortevole e sano.

 
L’AUTORE

Matteo Gracis – Direttore editoriale di Dolce Vita magazine. Editore e giornalista
indipendente. Si occupa di stili di vita alternativi e cultura della
canapa da oltre 15 anni. Viaggiatore seriale.

 

Economia circolare

 

di Beppe Grillo – La scorsa settimana ho fatto visita all’impianto della Mater-Biotech, di Bottrighe Adria, azienda prima al mondo per la produzione industriale di bio-butandiolo da materie prime rinnovabili.

Nel video allegato vi porto dentro questa realtà: un’eccellenza italiana che deve essere valorizzata e conosciuta da tutti, perchè il rispetto per l’ambiente e il futuro dei nostri figli deve essere sempre al primo posto per tutti noi.

La Mater-Biotech ha infatti messo a punto una piattaforma biotecnologica che partendo da zuccheri fermentati ricava il bio-butandiolo.

Ma cosa è il butandiolo? E’ un composto chimico derivato dal butano, ottenuto da fonti fossili,  usato sia come solvente che per la produzione di plastiche, fibre elastiche e poliuretani. Attualmente i principali produttori di butandiolo da fonti fossili sono i grandi gruppi chimici mondiali.

Il bio-butandiolo quindi, a differenza del butandiolo tradizionale, presenta un’impronta di carbonio inferiore del 50%.

L’esempio dell’azienda di Bottrighe è un tassello di un sistema di impianti primi al mondo, un vero esempio di economia circolare, al quale dobbiamo guardare come un punto di moltiplicazione di opportunità della filiera delle bioplastiche, per chi produce materie prime, per chi fa prodotti finiti, per nuove idee imprenditoriali, per la creazione di posti di lavoro, per chi si preoccupa di progettare un futuro di maggiore sostenibilità ambientale e sociale.

Guardate e condividete.

 

Ecco come l’austerity viola i diritti umani: il rapporto shock che imbarazza Bruxelles

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Ecco come l'austerity viola i diritti umani: il rapporto shock che imbarazza Bruxelles

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di MoVimento 5 Stelle

L’austerity viola i diritti umani. Lo afferma una relazione del Commissario dei diritti umani del Consiglio d’Europa, Dunja Mijatovic, a seguito di una missione in Grecia che si è tenuta dal 25 al 28 giugno 2018. Tagli a stipendi, pensioni, prestazioni sanitarie, aumento di suicidi e persino dei tassi di HIV per i consumatori di droghe: il quadro che emerge in Grecia delle politiche dettate da Bruxelles sono una vergogna per tutta l’Europa.

Consigliamo ai Commissari europei Moscovici e Dombrovskis di leggere questo rapporto e di iniziare a interrogarsi sugli effetti nefasti delle politiche portate avanti finora. Il Movimento 5 Stelle lotta fieramente contro queste politiche che non riducono i debiti e massacrano i cittadini. Eccone uno stralcio del rapporto, tradotto in italiano, con gli elementi più significativi:

Punto 97
Il Commissario osserva che le successive misure di austerità hanno colpito severamente la popolazione in Grecia. In un intervento del 15 luglio 2015, la Commissione Nazionale greca per Diritti umani (GNCHR) ha sottolineato che “le misure di austerità minano i più fondamentali principi costituzionali e violano i diritti umani costituzionalmente garantiti” così come “i regolamenti sui diritti umani internazionali ed europee”.

Punto 98
L’indagine economica del 2018 dell’OCSE sulla Grecia ha sottolineato che la povertà è aumentata in modo significativo dalla nascita della crisi del debito e colpisce oltre un terzo della popolazione. 1,5 milioni di greci, per la maggior parte giovani e disoccupati, hanno vissuto nel 2017 in estrema povertà e la Grecia occupa il primo posto nei tassi di disoccupazione europei sempre nel 2017, con un tasso di circa il 21,5%. Il tasso di disoccupazione era del 23,1% al momento della visita del Commissario.

Punto 99
Come sottolineato nel rapporto PACE del dicembre 2017, la situazione economica e le misure di austerità hanno avuto un effetto devastante su un’ampia gamma di diritti sociali. Ad esempio, la riforma del sistema pensionistico ha accentuato la vulnerabilità e il rischio di povertà per gli anziani, con assegni pensionistici spesso sotto il livello di povertà.

Punto 100
Il Commissario rileva che anche il diritto a un’abitazione adeguata è stato gravemente compromesso, considerato che il numero dei senzatetto è quadruplicato in pochi anni.

Punto 102
Il Commissario osserva che, come dimostrato da numerosi studi accademici, misure di austerità su larga scala hanno paralizzato la capacità del sistema sanitario di rispondere ai bisogni medici della popolazione, aumentando allo stesso tempo i bisogni della gente

Punto 106
Il Commissario osserva che l’associazione medica panellenica ha stimato nel marzo 2017 che il sistema sanitario nazionale era, a seguito di tali misure, sull’orlo del collasso.

Punto 114
Oltre a ostacolare l’accesso all’assistenza sanitaria, la crisi economica e le successive misure di austerità sembrano aver aggravato direttamente alcune patologie e, quindi, aumentato la necessità di assistenza medica.

Punto 115
Secondo lo studio scientifico pubblicato nel 2017 sopra citato, lo stato di salute mentale dei cittadini è peggiorato in modo significativo in Grecia, con la depressione che è diventata particolarmente diffusa a causa della crisi economica…Di conseguenza, la maggior parte degli ospedali psichiatrici risultano sovraffollati, il che contribuisce al deterioramento delle condizioni di queste istituzioni mediche. Le relazioni indicano anche che il numero di inserimenti involontari è aumentato drammaticamente dal 2010, in concomitanza con la crisi finanziaria. La maggior parte dei pazienti ammessi sotto questo regime sono persone disoccupate, uomini d’affari in bancarotta o genitori che non hanno alcun mezzo per prendersi cura dei propri figli o per pagare gli alimenti. La maggior parte di essi ha più di 40 anni e non ha mai mostrato precedenti segni di malattia mentale. Inoltre, i suicidi sono aumentati del 40% tra il 2010 e il 2015, con la mortalità per suicidio che è aumentata a un tasso medio annuo del 7,8% dal 2009, rispetto all’1,6% prima della crisi. Il Commissario rileva inoltre con preoccupazione che sono stati segnalati picchi nei tassi di HIV e di tubercolosi tra i consumatori di droghe, dopo che i programmi di lavoro su strada sono stati ridotti di un terzo.

 

 

Reddito di Cittadinanza: aiutiamo i nostri ragazzi a costruirsi un futuro

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Reddito di Cittadinanza: aiutiamo i nostri ragazzi a costruirsi un futuro

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di MoVimento 5 Stelle

Save The Children ci dice che 1,2 milioni di bambini e adolescenti in Italia vivono in condizione di povertà assoluta. Un numero impressionante. Vuol dire che ci sono oltre 700mila famiglie che non riescono a farsi carico dei loro figli e non hanno le possibilità per garantirgli un futuro dignitoso. Abbiamo il dovere di aiutare queste famiglie e questi ragazzi che rappresentano il futuro del nostro Paese ma che, oggi, sanno di avere una probabilità cinque volte più alta rispetto ai propri nonni di diventare poveri.

Vi sembra normale che nel nostro Paese tanti genitori non abbiano nemmeno i soldi per dare da mangiare ai propri figli? Ci sono famiglie che non riescono a pagare un affitto e vivono in condizioni di grande disagio, perché non possono permettersi un tetto sulla testa.Molti rinunciano anche a curarsi e a comprare i libri scolastici. È così che, negli anni, una politica senza scrupoli ha creato cittadini di sere A e cittadini di serie B. Il reddito di cittadinanza serve proprio a colmare questo divario: è una misura necessaria per sostenere i cittadini più deboli, permettere loro di essere reinseriti nel mondo del lavoro e costruire un futuro per sé stessi e per la propria famiglia.

È inconcepibile infatti che si possa ancora pensare di procrastinare questa situazione, continuando a puntare su politiche di austerity che hanno già mostrato il loro potere distruttivo. In questi anni è stato tagliato tutto: mentre altri paesi europei rispondevano alla crisi aumentando gli investimenti in settori economici chiave, da noi una classe politica che non ne ha mai indovinata una, ha pensato bene di togliere soldi all’istruzione e all’università, non ha investito nello sviluppo dei territori, ha devastato il mondo del lavoro e colpito i piccoli imprenditori a vantaggio delle multinazionali. Questo ha generato una serie di scompensi e disuguaglianze sociali che oggi scontiamo a tutti i livelli.

In TV sentiamo ancora quegli stessi soggetti che hanno ridotto il Paese in macerie, e i loro sodali giornalisti, sciorinare ricette anti-crisi. E li sentiamo criticare la manovra economica del Governo che, con coraggio, investe sulla crescita e lo sviluppo economico del Paese dopo anni di decrescita. Dovrebbero soltanto vergognarsi.
Dicono di essere contro il reddito di cittadinanza, perché secondo loro sarebbe mero assistenzialismo. Come al solito non hanno capito nulla e dimostrano, ancora una volta, di non avere idea di cosa sta accadendo a questo Paese e ai suoi abitanti.

Tanti giovani e meno giovani oggi vivono una condizione di sofferenza e incertezza. Grazie al reddito non passerebbero certo il loro tempo sul divano a guardare la Tv, ma tornerebbero piuttosto ad essere parte attiva della società, facendo lavori socialmente utili, impegnandosi nella formazione e nella ricerca di un lavoro
Ma non si tratta soltanto di restituire il lavoro alle persone. In Italia ci sono oltre 2 milioni di “neet”, ovvero ragazzi tra i 15 e i 29 anni che non studiano e non cercano più un’occupazione. Per loro il reddito di cittadinanza rappresenta la possibilità di superare questo momento di crisi, dargli nuova linfa, farli sentire di nuovo parte di una comunità e migliorare così la qualità della loro vita.

Per farlo è necessario capire i bisogni e le criticità di questi adulti di domani. Il mondo del lavoro cambia rapidamente e questi ragazzi tra qualche anno faranno dei lavori che oggi forse non riusciamo neanche a immaginare. Il MoVimento 5 Stelle mette al centro della propria politica le persone e non il mercato. Ecco perché vogliamo garantire a tutti le stesse possibilità: non possiamo permetterci di lasciare indietro nessuno.

 

 

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