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Giorno del non acquisto!

Giorno del non acquisto!

 

di Beppe Grillo – Viviamo su un pianeta finito, in un paese che consuma molto più del necessario per sopravvivere. Mentre ci lamentiamo della mancanza di un jack per le cuffie del nuovo iPhone, interi villaggi in Africa non hanno accesso all’acqua pulita. Ci chiediamo quali regali comprare alle persone per Natale mentre i bambini nel mondo muoiono di fame. Questa cultura del consumo, del materialismo, del profitto, è incredibilmente privilegiata e incredibilmente insostenibile. Il 12% della popolazione che vive in Europa e negli Stati Uniti, consuma il 60% dei beni del mondo mentre il 33% più povero, africano e asiatico, consuma il 3%.

In una casa media ci sono 300 mila oggetti (dalle graffette all’asse da stiro), e nel Regno Unito un bambino di dieci anni ha in media 238 giocattoli, anche se gioca con 10/12 giocattoli (o con le chiavi dei genitori). Passiamo in media dieci minuti al giorno a cercare cose che perdiamo: in una vita possono essere 200 giorni persi alla ricerca di qualcosa. Quasi nulla, se paragonati ai duemila che passiamo comprando cose! E’ pazzesco.

Proprio oggi è partito il Black Friday, la ricorrenza statunitense che sancisce l’inizio degli acquisti natalizi, con offerte super vantaggiose, e ormai adottata da anni anche in Italia. Ma quello che dovremmo celebrare è il Buy Nothing Day, il giorno del non acquisto: un giorno annuale di azioni e proteste durante il Black Friday per attirare l’attenzione sulla natura distruttiva di questa cultura dell’acquisto e offrire un’alternativa alla pubblicità, allo shopping e al consumismo insensato.

E’ così bello non comprare!

Il giorno del non acquisto significa ignorare le vendite del Black Friday e gli acquisti online e riflettere sulle nostre abitudini di spesa quotidiane. In giro per il mondo migliaia di persone non solo non compreranno nulla, ma non guideranno la propria auto e manterranno spenti per 24 ore televisori, computer e altri apparecchi non essenziali.

Uscite a fare una passeggiata per celebrare i grandi spazi aperti, leggete libri, coltivate i vostri hobby, “costruite una plaga lussureggiante” e allontanatevi dal consumismo e dallo shopping inutile.

Intelligenza Artificiale Geospaziale, un’arma evoluta al servizio della Sanità

Intelligenza Artificiale Geospaziale, un’arma evoluta al servizio della Sanità

di Fabrizio Paonessa – Da un po’ di tempo ho iniziato ad occuparmi professionalmentedi intelligenza artificiale geospaziale (GeoAI) che è una disciplina scientifica emergente,ancora non molto diffusa in Italia, che combina innovazioni dei sistemi GIS, metodi diintelligenza artificiale nell’apprendimento automatico (ad esempio, deep learning) e high-performance computing (calcolo ad elevate prestazioni) per estrarre dati utili ed integratidagli Spatial Big Data.

Questa nuova disciplina tecnologica si collega ai sistemi di controllo/monitoraggioterritoriale e alle soluzioni innovative che ho sviluppato per il settore e che ho avuto ilpiacere di illustrarvi nei precedenti articoli.

La rivoluzione in campo sanitario dello GeoAI nasce come evoluzione tecnologicadell’intuizione di John Snow, uno dei miei grandi eroi, che utilizzò il primo metodo dianalisi, incrociando dati geografici e dati sanitari per bloccare una epidemia di colera aLondra.

Se dovessimo attivare un progetto strategico di lotta contro la diffusione di alcuni tipi dimalattie, la tecnologia GeoAI potrebbe aiutarci a monitorare l’estensione di specifichemalattie a livello nazionale, regionale, provinciale e comunale individuandone moltoprobabilmente la causa scatenante e la sua posizione geografica.

In ambito sanitario, una piattaforma GeoAI potrebbe distribuire in tempo reale le risorsesanitarie alle popolazioni non servite e vulnerabili. Questo potrebbe potenzialmenterimuovere le procedure burocratiche; quindi, un passo avanti verso la prevenzione dellemalattie, che potrebbe far risparmiare miliardi di euro all’anno alle nazioni. Un sistema dimappatura con specifiche piattaforme GeoAI in ambiente Gis fornirebbe un ottimostrumento di analisi dei dati epidemiologici, che rivela le tendenze, le dipendenze e leinterrelazioni che altrimenti rimarrebbero nascoste nei dati riportati in formato tabellare.

Le tecnologie GeoAI forniscono importanti vantaggi per la modellazione dell’esposizionein epidemiologia ambientale, compresa la capacità di incorporare grandi quantità di datispaziali e temporali in una varietà di formati con una grande efficienza computazionale.Nel complesso, la GeoAI può raccogliere, gestire, analizzare e prevedere da datigeografici/locali e fornire potenti intuizioni visive. I vantaggi sono molti e comprendono lacapacità di svolgere attività ripetitive, confrontare rapidamente i dati spaziali e gestiregrandi volumi di dati.

Recentemente queste tecnologie sono state utilizzate nella sorveglianza e nelmonitoraggio delle malattie trasmesse da vari vettori, dalle malattie trasmessedall’acqua, alla salute ambientale, dalla modellazione dell’esposizione ai campielettromagnetici, alla quantificazione dei rischi da piombo in un quartiere, dallaprevisione delle incidentalità infantili all’analisi della pianificazione delle malattie.

Mediante l’uso della GeoAI è possibile individuare, studiare e contribuire a bloccare ladiffusione di malattie specifiche nelle aree altamente esposte a rischio ambientale, comele 44 aree d’italia altamente inquinate oltre ogni limite di legge che il Ministero dellaSalute ha già mappato. Si tratta di aree in cui il rischio di ammalarsi di tumori è piùelevato rispetto alle altre e dove, appunto, si calcola che i tumori siano aumentati del90% in soli 10 anni.

L’utilizzo delle tecnologie GeoAI potrebbero persinoindividuare, contro ogni previsione, la presenza di siti altamente inquinati su cuisarebbero stati riversati contaminanti ambientali e di cui se ne ignora l’esistenza,basterebbe georeferenziare i dati di incidenza oncologica stimata attraverso i dati delleospedalizzazione e delle elevate mortalità per poter individuare le coordinate dei sitiinquinati, pensiamo alla terra dei fuochi e alle migliaia di siti ancora ignoti in cui sonostate riversate tonnellate di contaminanti altamente tossici che stanno causando unpicco esponenziale di incidenze oncologiche mortali su molte aree del territorionazionale.

Le tecnologie GeoAI agirebbero come un criminologo che cerca di individuare e mapparei crimini di un serial killer, interpolando le zone degli attacchi è possibile individuarel’area potenziale in cui risiederebbe il colpevole. Lo stesso approccio viene utilizzato dalletecnologie GeoAI per individuare la sorgente criminale da cui hanno origine le cause diun tumore su una determinata area, consentendo di intervenire prontamente attraversoun piano di pronto intervento e bonifica dell’area.

Tra le tante zone in Italia, una di quelle in cui l’incidenza di malattie non lascia margini disperanza e che ha coinvolto diverse persone a me care è una vasta area nella città diCrotone. Lo dimostra lo studio Sentieri sui Siti di Interesse Nazionale: a Crotone ci siammala il 17% in più rispetto alla media nazionale.

Da una nota di Luigi Bitonti fondatore dell’Associazione Paideia sul rapporto trainquinamento e malattie oncologiche emerge che: “A Crotone, ex polo industrialeEnichem – Montedison – Pertusola, dove le fabbriche hanno chiuso 20 anni fa, lasciandodegli ospiti indesiderabili e bastardi: scorie, rifiuti pericolosi. Ettari ed ettari di discarichea cielo aperto. Tonnellate di veleni che infettano il terreno, finiscono a mare, uccidono.Con quello schifo hanno persino costruito. “Da cosa è provocata questa incidenza delcancro? Da sostanze cancerogene, inutile girarci intorno. Solo sul sito Pertusola e sulladiscarica consortile ci sono 528mila tonnellate di rifiuti pericolosi come il cadmio: unquantitativo in grado di uccidere l’Europa, non solo Crotone. Per non parlaredi arsenico e piombo, che assieme amplificano la loro pericolosità.”

Con l’impiego della tecnologia GeoAI, sarebbe possibile scoprire la diffusione storica delcircolo inquinante per individuare come dalle vecchie fabbriche crotonesi, si sianodistribuite nelle catene territoriali questi terribili contaminanti, per intervenireradicalmente con una bonifica seria e radicale del territorio, è vergognoso e disumanoche ancora oggi di fronte alle chiare evidenze scientifiche si resti impassibili ed inattivinei confronti di questo infinito dramma che coinvolge intere famiglie crotonesi

Bisogna attivare una azione politica corretta ed umana a livello nazionale che inverta lamarcia di una tendenza storica disastrosa che coinvolge l’intera popolazione nazionale.

Dagli esempi riportati si può comprendere quali e quante siano le applicazioni di questatecnologia in ambito sanitario sia per la pianificazione, l’assistenza, la prevenzione, lasorveglianza e il controllo, consentendo la conoscenza della distribuzione e dell’incidenzao della prevalenza di malattie o fattori di rischio in specifici modelli ambientali (peresempio tumori, malattie respiratorie, malattie infettive, etc).

Attualmente esistono alcune applicazioni GeoAI nella salute pubblica per le così dette“smart healthy cities” collegate attraverso l’internet degli oggetti (sensori IoT) e stannoemergendo opportunità di integrazione delle informazioni GeoAI basate sullalocalizzazione nella medicina di precisione. La ricerca futura potrà espandersi sulleattuali applicazioni GeoAI, come la modellizzazione di caratteristiche basate sullalocalizzazione o l’analisi per le nuove grandi fonti di dati spaziali emergenti, per sbloccarenuove aree di ricerca e far progredire la nostra comprensione della salute umana.

 
L’AUTORE

Fabrizio Paonessa – Innovatore ed Esperto in tecnologie avanzate con diversi brevettiall’attivo, consulente e CTO per grandi aziende che operano in ambiti di controllo eservizi per il territorio, ha creato e sviluppato diverse soluzioni brevettate e ad alto valoreetico ed innovativo che consentono di realizzare un sistema di sicurezza e controllo delterritorio estremamente capillare e di elevata precisone mediante l’uso di Big Data,intelligenza artificiale, elaborazione spinta di immagini georeferenziate e banche daticartografiche che costituiscono la base dei complessi algoritmi di analisi per ilriconoscimento di illeciti e l’individuazione immediata di situazioni ad alto rischio per ilterritorio e per individuare prontamente tutte quelle azioni di violenza e contaminazionedel territorio le quali sotto molti aspetti tristemente conosciuti compromettono la salutedegli abitanti e lo sviluppo economico micro-territoriale. Ha accompagnato Beppe Grillo intour per illustrare l’uso di queste tecnologie innovative e di come queste possano essereutilizzate per la salvaguardia del territorio e la lotta all’illegalità e all’evasione.

Regionarie Calabria e Emilia-Romagna 2019: aperte le candidature!

Regionarie Calabria e Emilia-Romagna 2019: aperte le candidature!

A partire da oggi, lunedì 25 novembre 2019, sono aperte le candidature per le regionarie della Calabria e dell’Emilia-Romagna in vista delle elezioni regionali che, in entrambe le regioni, sono previste per il 26 gennaio 2020. Di seguito alcune informazioni:

  • Come posso candidarmi? 

Da oggi tutti gli iscritti con documento certificato residenti in Calabria o Emilia-Romagna, se in possesso dei requisiti necessari, possono avanzare la loro candidatura entro il termine perentorio delle ore 23:00 del 4 dicembre 2019. Per farlo è necessario accedere alla funzione Open Candidature presente su Rousseau (dopo aver fatto login) e seguire le modalità indicate.

E’ possibile verificare lo stato della iscrizione, cliccando qui. Il Bollino verde in alto a destra è la conferma che sei un iscritto certificato.

Ti ricordiamo che se non sei un iscritto certificato devi provvedere a completare l’iscrizione entro e non oltre le ore 12.00 del 3 dicembre 2019.

 La lista di coloro che accetteranno la candidatura, che avranno completato tempestivamente la procedura per la formalizzazione della stessa su Open Candidature e che risulteranno effettivamente in regola con i requisiti, verrà resa pubblica e successivamente sottoposta alla votazione online su Rousseau.

 Non sono consentite iniziative di autopromozione sia relativamente alla candidatura che per la votazione online.

 Si ricorda che come previsto dallo Statuto, il Capo Politico, sentito il Garante, ha la facoltà di valutare la compatibilità della candidatura con i valori e le politiche del MoVimento 5 Stelle, esprimendo l’eventuale parere vincolante negativo sull’opportunità di accettazione della candidatura. Questo parere vincolante può essere espresso fino al momento del deposito delle liste elettorali.

  • Di quali documenti ho bisogno per candidarmi? 

Se vuoi candidarti, dovrai obbligatoriamente caricare il tuo Curriculum Vitae (dal quale ti suggeriamo di cancellare i dati sensibili), il tuo certificato del casellario giudiziale (art. 24 T.U.) e il certificato dei carichi pendenti (Art. 27 T.U.). I candidati a conoscenza di indagini o procedimenti penali a loro carico dovranno caricareanche il certificato rilasciato ai sensi dell’art. 335 del c.p.p..

Ottenere i certificati non è difficile ma può richiedere qualche giorno, quindi presenta già oggi la richiesta onlinequi.

Dopo aver compilato e inoltrato la richiesta di prenotazione sarà possibile stampare la ricevuta da presentare allo sportello dell’ufficio locale scelto per il ritiro. Tutta la documentazione sarà consegnata previo pagamento dell’imposta di bollo e dei relativi diritti di certificato con o senza urgenza.

Sono previste eventuali forme di esenzione del pagamento delle marche da bollo (ad esempio per fini elettorali). Nel campo “motivo esenzione bollo/diritti” è possibile selezionare la categoria “Altro motivo di esenzione del bollo” e riportare nella casella specifica il riferimento al DPR 642/1972 tabella allegato B. Tale richiesta può essere valutata ed eventualmente accolta discrezionalmente dal singolo ufficio locale competente. Ove non concedibile si ricorda che, ai sensi della legge 3 del 2019, è prevista la riduzione della metà delle imposte di bollo e di ogni altra spesa, imposta e diritto dovuti per il solo certificato del casellario giudiziale. 

  • Come posso ricevere supporto durante le fasi della mia candidatura? 

Nel caso avessi bisogno di supporto puoi consultare la pagina di FAQ su Rousseau. Nel caso remoto in cui non dovessi trovare risposta alle tue domande puoi scriverci a regionali@movimento5stelle.it .

Ci vediamo su Rousseau!

Defibrillatore per Venezia!

 

Defibrillatore per Venezia!

 

di Petra Reski – In una situazione di emergenza, l’uso di un defibrillatore può salvare lavita di qualcuno. Il referendum per l’autonomia di Venezia e Mestre ha avuto per noi aVenezia lo stesso effetto: rappresenta una scarica ad alta energia che ci ha messo in unostato di fibrillazione. Fino a poco fa, Venezia dimostrava tutti i sintomi di un arrestocardiaco: ridotta ad un parco di divertimenti, calpestata da 33 milioni di turisti all’anno,abitata da poco più di 52 000 anime, governata non da sindaci, ma da predicatori delfondamentalismo turistico di cui fede prevede: “Veneziani fuori, turisti dentro”. Dichiaratamoribonda e valutata come macchina da soldi e non più come spazio vitale, commiseratadagli esperti mondiali del turismo come un curioso caso clinico: parlano del “modelloVenezia” quando cercano un esempio di come il turismo di massa annienti una città.

Ma siccome non bastava per ammazzare Venezia del tutto, ci voleva ancora il colpo digrazia con il megaprogetto cinicamente chiamato MOSE, acronimo di ModelloSperimentale Elettromeccanico: un sistema di dighe mobili, opera faraonica con un costodi 7 miliardi di euro, nonché il più grande scandalo italiano dal dopoguerra (un miliardo dieuro per tangenti). Funzionari e politici si sono fatti corrompere in modo sistematico – alivello locale e nazionale. L’effetto su Venezia: la laguna si è trasformata in un braccio dimare. Non meno, ma più acque alte. Dopo il 12 novembre 2019: dieci acque alteeccezionali, di cui uno apocalittico di 1,87 metro, solo sette centimetri sotto l’acquagranda di 1966.

Il delicato equilibrio lagunare cominciò a vacillare ai tempi del fascismo quando ungruppo di imprenditori col fiuto per gli affari costruì il porto industriale di Marghera e ilpolo petrolchimico con il seguente scavo dei canali. Al contempo, costoro costrinseroVenezia al matrimonio forzato con la terraferma che perdura fino ad oggi. 180.000abitanti, la grande maggioranza della popolazione del comune, vivono sulla terraferma,motivo per cui i reali 52 000 veneziani sono in minoranza. E e anche con gli abitantidell’estuario la proporzione è sempre in favore degli abitanti della terraferma: 180 000mestrini contro i 79 000 abitanti di Venezia insulare – vuol dire che sono gli abitanti dellaterraferma che votano il sindaco.

Il primo dicembre, i veneziani tenteranno per la quinta volta di sfuggire allaconvivenza forzata con la terraferma. Con il referendum intendiamo ottenere unapropria amministrazione – affinché possiamo finalmente tornare a decidere noi il nostroproprio destino. Ovviamente è assurdo che non sono solo i cittadini veneziani che votanoal referendum, ma anche quelli della terraferma – un po’ come se la città di Shenzhencon i suoi 11 milioni di abitanti partecipasse ad un referendum sull’autonomia diHongkong con 3 milioni di abitanti.

E come se non bastasse, tutti i politici veneziani responsabili dei disastri degli ultimidecenni si dichiarano ferocemente contro il referendum e invitano gli elettori adastenersi al voto – e questo la dice lunga sul loro concetto di democrazia. L’attualesindaco Luigi Brugnaro ha vinto le elezioni nel 2015 con la promessa del referendum – laquale si è rivelata una promessa da marinaio appena Brugnaro era al potere. Ci volevanoanni di lotte giuridiche finché il Consiglio di Stato in settembre 2019 ha annullato lasentenza del Tar e ha dichiarato legittimo il referendum consultivo sulla suddivisione delComune di Venezia in due comuni autonomi di Venezia e Mestre. Negando il referendum,del resto, si avrebbe una discriminazione dei cittadini interessati, che verrebbero privatidel diritto costituzionale di esprimersi sul cambiamento dei loro assetti comunali. Il 25settembre, Luca Zaia, presidente della Regione Veneto comunica che il referendum siterrà il primo dicembre. E da quel momento, a Venezia niente è più come prima.

La campagna referendaria viene sostenuta soprattutto da noi cittadini veneziani e daassociazioni cittadine come Venessia.com, Gruppo25aprile o WeAreHereVenice che siimpegnano da una vita per la sopravvivenza di Venezia. I dibattiti sul referendum sitrasformano in assemblee cittadine, il teatro Goldoni sta per scoppiare con la gente fuoriin calle, le sale dell’Ateneo Veneto si gremiscono di cittadini in stivali di gomma. Neanchel’acqua alta ci può frenare. Per la prima volta da decenni abbiamo una speranza.

La politica veneziana ha fatto salti mortali per addolcire l’abbraccio mortale di Veneziacon la terraferma, sono gli stessi che ancora oggi predicano in maniera patetica i NO peril referendum con frasi fatti imbarazzanti come “si impara”, “è una prova importante”, “èstoricamente fondato“. Venezia non è un “centro storico” e ancora meno una “cittàbipolare”, espressione partorita dall’assessore più longevo del Comune (13 anni algoverno, prima come assessore all’Urbanistica, poi ai Progetti speciali) che eraapparentemente ignaro del fatto che il bipolarismo è un grave disturbo psichiatrico.Quello che viviamo qui non è un “utopia” come ci viene predicato da trent’anni, ma unincubo. Vuol dire che bisogna cambiare registro.

Quando andiamo in giro a distribuire volantini, ci sono i vigili che ci inseguono, non liabbiamo mai visti muovere in maniera organica come adesso: La casta politica aizza glielettori a non votare e il sindaco manda i vigili a case private per rimuovere le bandiereper il referendum. Il comune praticamente ogni ora diffonde Fake News, sulle tariffe deltrasporto urbano, sui costi amministrativi, sull’aeroporto (che è gestito da un’aziendaprivata), sullo Statuto Speciale che non viene deciso dall’Italia, ma dall’Europa. Ma perquanto cercano a intimorire i cittadini, noi votiamo SÌ.

Per Venezia il Sì significa un’amministrazione comunale che si occupa a tempo pienodegli interessi di Venezia e dell’Estuario, significa tutela per la laguna essendo il nostropolmone e la difesa della nostra salute: Venezia è la città portuale più inquinatadell’Italia. Il Sì rappresenta non solo il coordinamento dei flussi turistici, ma anche unoStatuto speciale per una città speciale – in base al Trattato di Lisbona, fino ad ora nonottenibile perché due terzi del comune si trovano in terraferma. Grazie allo StatuoSpeciale potremmo ottenere esenzioni e sgravi fiscali per attrarre aziende e stimolareun’economia oltre la monocultura turistica. Venezia deve diventare un laboratorio per ilfuturo che si confronta con le due grande sfide dei nostri giorni: il clima e l’overtourism,ovvero il sovraffollamento turistico. Due conseguenze dirette del neoliberalismo chedomina non solo l’Europa, ma il mondo da trent’anni.

L’autonomia migliora anche la vita per Mestre che adesso si può solo vantare per ilprimato dei morti per droga e dei centri commerciali, essendo considerata nient’altro cheun dormitorio senza nessuna visione urbanistica. Facendo parte di Venezia, Mestre ha leimposte più alte fra quelli italiani, ma senza ricevere benefici. Con l’autonomiapagherebbe meno TARI e IMU. Con un’amministrazione che curi solo gli interessi diMestre, la terza città del Veneto e la diciottesima d’Italia, servita dall’terzo aeroportodell’Italia, potrebbe finalmente sviluppare le sue potenzialità – con progetti culturali ecome polo del turismo della terraferma valorizzando la sua vicinanza alle ville venete epotrebbe finalmente riprendersi la sua identità storica. Mestre potrebbe anche chiederepiù fondi sia regionali e anche europei, senza essere attaccata a Venezia.

La nostra lotta per l’autonomia di Venezia e di Mestre è molto più di una lotta perun’altra amministrazione locale. È una lotta per la sopravvivenza di una cultura contro lamercificazione della nostra vita quotidiana. Comunque vada l’esito del referendum, lamiccia è accesa.

Carta di pietra: l’alternativa ecologica alla carta

Carta di pietra: l’alternativa ecologica alla carta

 
 

Molte persone pensano ingenuamente che la carta sia un prodotto naturale, la cui produzione non provochi danni. Tuttavia, non c’è nulla di più lontano dalla verità. Infatti, la produzione di carta tradizionale consuma enormi quantità di materie prime e moltissima energia, nonché acqua e sostanze chimiche; causa l’abbattimento di moltissimi alberi, contribuendo fortemente alla deforestazione globale.

Proprio per questo sono nate nel tempo molte alternative alla carta tradizionale, una su tutte la carta di pietra.

La carta di pietra è una carta composta principalmente da carbonato di calcio (pietra di scarto, marmo e piastrelle) piuttosto che fibra dell’albero. Il carbonato di calcio in polvere (80%) viene miscelato con polietilene ad alta densità (HDPE) non tossico e riciclabile — si tratta di un materiale che può essere riciclato quasi all’infinito — per creare delle palline bianche grandi come caramelle. In un processo completamente a secco che non prevede l’uso di acidi, candeggina o acqua, le palline vengono compresse per ottenere un materiale che assomiglia alla carta tradizionale.

E’ un prodotto resistente allo strappo, riciclabile all’infinito (a differenza delle 7 volte della carta di cellulosa), con minore assorbimento di inchiostro (il 30% in meno) durante la stampa, resistente all’acqua e fotodegradabile.

Durante le fasi della lavorazione, inoltre,  si risparmia una quantità di energia pari circa al 50% rispetto alla produzione della carta tradizionale o riciclata.

Molti motivi in più per optare a questa alternativa, che rispetta davvero l’ambiente.

Di seguito un video esplicativo:

Un ringraziamento particolare a Taiwan Lung Meng Advanced Composite Materials,società pioniera della produzione di carta di pietra.

Yuval Noah Harari: “Stiamo correndo nella direzione sbagliata”

Yuval Noah Harari: “Stiamo correndo nella direzione sbagliata”

 
 
 
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Artwork di Pawel Kuczynski https://www.facebook.com/pawelkuczynskiart/

Condivido questa interessante intervista a Yuval Noah Harari, tra i più grandi pensatori contemporanei, realizzata da Giuseppe de Bellis di Sky Tg 24.

Mister Harari, cominciamo da una definizione: cos’è il XXI secolo? 

Uh, il XXI…Direi che l’equazione che definisce del XXI Secolo è questa: se hai sufficienti competenze in fatto di biologia, sufficienti capacità computazionali, e abbastanza dati puoi “hackerare” gli esseri umani. Gli umani adesso sono animali che si possono “hackerare”. Se qualcuno detiene abbastanza informazioni e capacità computazionali, ci può conoscere meglio di quanto non ci conosciamo noi stessi. E questo cambia tutto. L’economia, la società, la politica. Questo potrebbe portare alla creazione del Paradiso o dell’Inferno. Alla nascita delle società più disuguali nella Storia. Dei regimi totalitari più estremi nella Storia. Ma, ecco, l’idea chiave è capire che molto presto, qualcuno al di fuori di noi avrà il potere di conoscerci meglio di quanto non ci conosciamo noi stessi. E di manipolarci come mai prima.

Come si può essere nell’era migliore della storia dell’umanità e al tempo stesso in una delle più turbolente?

Quando gli studiosi come me dicono che finora questa è l’epoca migliore per gli esseri umani, è perché siamo riusciti a superare la carestia, le piaghe, i due peggior nemici dell’umanità nella Storia. Inoltre la violenza dell’uomo è scesa anche ai minimi storici. Oggi si muore perché si mangia troppo, non perché si mangia poco e neanche per la violenza. Questo è un traguardo notevole. Ed è tutto merito dell’enorme potere che scienza e tecnologia ci hanno regalato. Ma è proprio questo potere che rappresenta anche un enorme pericolo. Se iniziamo ad abusare del potere invece che sfruttarlo per la cura di malattie, per la prevenzione di carestie e piaghe… se iniziamo a usarlo per fini malevoli, potrebbe portare a un aumento inaudito della violenza, a una riduzione della libertà, a regimi più totalitari che mai. È lo stesso potere ma usato in modi diversi.

Viviamo nello scontro tra globalismo e nazionalismo…non crede che quando il duello era ideologicamente destra-sinistra il mondo fosse più ordinato?

La Storia cambia di continuo. Le maggiori preoccupazioni del passato gradualmente sono cambiate a seconda della situazione. 400 anni fa, nel XVI o XVII Secolo, la preoccupazione di tutti in Europa era la grande battaglia tra Protestanti e Cattolici – la Riforma e la Controriforma. Oggi non importa quasi a nessuno. Persino i religiosi non sono così interessati a questa divisione. Abbiamo voltato pagina.

Qual è la sfida più grande per il genere umano oggi? 

Il principale pericolo di fronte alle persone in tutto il mondo è l’irrilevanza. Nel XX Secolo il grande problema era: che succede se vengo sfruttato da una multinazionale o un governo potenti?  Ora il pericolo principale è che succede se divento irrilevante? Se non avranno più bisogno di me? Magari l’unica cosa che gli servirà di me sono i miei dati. È molto più difficile combattere l’irrilevanza, piuttosto che lo sfruttamento. Quando sei sfruttato, almeno c’è chi ha bisogno di te – che lavori in fabbrica o che presti servizio in esercito. Ma quando sei irrilevante, perché c’è una macchina che fa tutto meglio di te, allora a stento puoi ribellarti. Perché non hai potere. Questo è uno dei motivi per cui la divisione tra Destra e Sinistra sta diventando meno rilevante. E lo scontro principale si ha tra problematiche globali versus problematiche locali e nazionali. Secondo me non possiamo risolvere nessuno dei nostri problemi più grandi senza una collaborazione mondiale, ma la collaborazione mondiale minaccia l’identità di molte persone. Per cui adesso vediamo molte tensioni.

Quali sono le sfide più importanti dell’era contemporanea? 

Oggi secondo me ci sono principalmente tre problemi nel mondo: la possibilità di una guerra nucleare, il collasso ecologico, soprattutto i mutamenti climatici, e infine la tecnologia “destabilizzante”, cioè l’ascesa dell’intelligenza artificiale, della bio-ingegneria, che destabilizzeranno completamente economia, società e perfino il corpo umano. Non si può intervenire minimamente su questi tre problemi a livello nazionale. L’Italia da sola non può impedire la guerra nucleare. L’Italia da sola non può impedire i mutamenti climatici, a prescindere dalle politiche adottate dal governo: a meno che non collabori con Stati Uniti, Germania, Cina, non sarà sufficiente. Allo stesso modo se si pensa alla destabilizzazione tecnologica, ci sono molti motivi per temere l’ascesa dell’intelligenza artificiale, se non viene regolamentata. Ma non c’è modo che il governo italiano regolamenti l’intelligenza artificiale o l’elaborazione dei dati da solo. Se si osservano le 20 aziende tecnologiche più grandi del mondo, nessuna è italiana. Anzi, nessuna è europea. Sono o americane o cinesi.  Bisogna collaborare con altri Paesi. Ciò non significa rinunciare all’indipendenza. Non significa rinunciare alla cultura locale, o aprire le frontiere all’immigrazione. Significa però che bisogna pensare al di là del livello nazionale e prendere provvedimenti per incoraggiare la collaborazione mondiale, non l’isolazionismo nazionale.

Non ha citato l’immigrazione… non è un problema tra i più importanti?

L’umanità, l’Europa, non saranno distrutte dalle ondate di immigrazione. Potrebbero essere distrutte dalla guerra nucleare, dai mutamenti climatici, dalla destabilizzazione tecnologica, non dall’immigrazione. Ci sono state anche ondate più significative di immigrazione in passato, e l’umanità se l’è cavata tranquillamente. Ma è un problema serio, non semplice. La cosa da ricordare sull’immigrazione è che è la classica problematica che la politica democratica è brava a risolvere. Di base secondo me sarebbe sbagliato se un governo avesse una politica migratoria contraria al volere della maggioranza della popolazione. Non si può imporre l’immigrazione a un popolo riluttante. L’assorbimento dell’immigrazione è un processo prolungato che richiede la collaborazione almeno della maggioranza della popolazione. Senza quella collaborazione, non può funzionare. Dall’altro lato è estremamente preoccupante constatare che in vari paesi europei i politici estremisti stanno gonfiando la paura dell’immigrazione in maniera spropositata.  La usano spesso per minare il sistema democratico, dicendo in pratica: “Dovete dare a me tutto il potere per salvare il paese da questa minaccia esistenziale”. Tutto ciò è estremamente pericoloso. E pensare che un paese come l’Ungheria ha pochissimi immigrati. Nessuno vuole migrare in Ungheria. Ci sono molti più emigrati ungheresi che immigrati. Eppure gran parte della popolazione è convinta di avere di fronte una minaccia esistenziale, che viene sfruttata per minare il sistema democratico. È una situazione molto problematica.

Ma come si fa a conciliare interessi globali e spirito nazionalista?

Il globalismo non consiste nell’abolizione del nazionalismo. Non vedo alcuna contraddizione tra nazionalismo e globalismo. Se pensate che nazionalismo significhi odiare gli stranieri, allora sì, le due cose sono inconciliabili. Ma nazionalismo significa prendersi cura dei propri connazionali. Oggi c’è bisogno di collaborazione mondiale per prendersi cura dei propri connazionali: bisogna essere dei globalisti per essere bravi nazionalisti. L’esempio migliore è il Campionato mondiale di calcio, dove si misurano squadre di tutto il mondo. Nessuno abolisce il nazionalismo nella Coppa del Mondo. Ma per fare una competizione calcistica, tutti devono concordare sullo stesso regolamento. Se i francesi giocano a calcio seguendo un regolamento, mentre gli argentini o i croati giocano con un altro regolamento, non funziona. Così alla fine ci sono giocatori che vengono da Argentina, Francia, Italia, Giappone e si radunano in Russia per fare un gioco le cui regole sono accettate da tutti. Si può essere estremamente nazionalisti, amare la propria Nazionale, sventolare la bandiera e via discorrendo, e al contempo rispettare regole mondiali.

In una recente intervista al Financial Times, Vladimir Putin ha detto che la democrazia liberale è morta. Lei che ne pensa?

La democrazia è stata dichiarata morta già da Hitler, da Stalin, ma è ancora viva. Non in formissima, è comunque in crisi, ma è ancora in vita. La cosa bella della democrazia liberale è che è il sistema di governo più flessibile che gli umani siano mai riusciti a creare. È un sistema che può assorbire le critiche, riconoscere i propri fallimenti e reinventarsi. L’ha fatto più volte nel XX Secolo. Per questo è sopravvissuta, mentre Fascismo e Comunismo sono crollati. E poi se pensiamo ai valori liberali chiave, oggi sono più forti e diffusi che mai nella Storia del mondo. Anche in posti come la Russia. C’è un test molto semplice per capire se si è un Liberale, non in senso stretto – per esempio negli Stati Uniti i Liberali sono i Democratici– intendo nel senso più profondo. Il Liberalismo viene da Libertà. È l’idea che le persone debbano essere libere di decidere per sé. Perciò in politica, per la maggior parte della Storia, si pensava che il Potere venisse dagli Dei o che fosse ereditato dai Re. Il Liberalismo dice invece di no: le persone dovrebbero essere libere di scegliere il proprio governo. Oggi questa convinzione è diffusa più che mai. Anche in Russia si tengono elezioni. Saranno fittizie, ma anche la Russia deve aderire formalmente a questo ideale.

Che cosa deve fare un politico per avere il suo consenso?

Se un politico volesse il mio voto, io gli chiederei: “Se vieni eletto, che provvedimenti prenderai per ridurre il rischio di una guerra nucleare? Se vieni eletto, che provvedimenti prenderai per ridurre il rischio dei mutamenti climatici e collasso ecologico? Se vieni eletto, che provvedimenti prenderai per ridurre il rischio di tecnologie destabilizzanti come l’intelligenza artificiale?”. E la quarta domanda è: “Qual è il suo progetto per il futuro del paese e dell’umanità? Dove vede l’umanità tra 30 anni?”. Un politico incapace di rispondere a queste domande o un politico che continua a parlare del passato ed è incapace di formulare un progetto significativo per il futuro, non avrà sicuramente il mio voto.

Lei parla con molti politici globali. Secondo lei c’è qualcuno che sta andando nella direzione giusta?

Ho intervistato Sebastian Kurz, il cancelliere austriaco, che ha dato le sue risposte a queste domande, che si possono accettare o meno. Ma alcuni politici almeno si pongono queste problematiche. Ho incontrato anche Emmanuel Macron, Angela Merkel. Loro riflettono su queste tematiche, provando a formulare risposte. Da storico io so che il passato non era bello. Non piacerebbe a nessuno tornare nel passato. E in ogni caso è impossibile. Se il tuo progetto per il futuro è tornare nel passato, allora non dovresti guidare alcun Paese.

Uno dei temi più rilevanti del suo pensiero è il rapporto tra noi e l’innovazione. La tecnologia è buona o cattiva?

Ogni tecnologia si può usare in modi molto diversi. L’abbiamo visto nel XX Secolo. Quando si presero le stesse tecnologie della Rivoluzione industriale – treni, radio, televisione, automobili, elettricità – per creare regimi fascisti, dittature comuniste e poi democrazie liberali. Era sempre la stessa tecnologia. Si poteva usare la radio e la televisione per fare il lavaggio del cervello al popolo con la propaganda governativa, e si poteva usare sempre la radio e la televisione per aprire la mente delle persone a una diversità immensa di notizie e opinioni. Alle onde non importa per cosa vengono usate. Anche le tecnologie come internet, si possono usare per avvicinare le persone e aiutare le persone che si trovano a grandi distanze non solo a connettersi tecnicamente, ma anche connettersi mentalmente per capire com’è il mondo in una cultura diversa. Si può usare la stessa tecnologia di internet, per fare il lavaggio del cervello o per insinuare radicalismo, odio verso gli altri e verso gli stranieri perché è più facile diffondere disinformazione, notizie false e teorie complottistiche. La tecnologia da sola non è né il problema, né la soluzione. Alla fine dei conti spetta sempre alla società decidere cosa fare con la tecnologia.

Incontra e dialoga con molti dei signori della Silicon Valley. Crede che abbiano troppo potere?

Non penso che i grandi imprenditori o gli ingegneri siano la causa del problema. Diventano un problema se hanno troppo potere ma non hanno meccanismi di controllo. Se non collaborano con altre forze. Come ho già detto, gli mancano molti fattori: una profonda comprensione della società, della Storia, della Filosofia. È difficile per loro capire le vere conseguenze delle loro azioni. Una volta che hai connesso 2 miliardi di persone su un social network, per capirne le conseguenze, la tua cultura deve andare al di là dell’informatica e della matematica. Devi capire la società e la storia dell’uomo. Poi queste figure non sono rappresentative perché non le ha votate nessuno. Trump è stato eletto. Merkel è stata eletta. Ma Zuckerberg non è stato eletto dai 2 miliardi di utenti di Facebook. Perciò non rappresenta nessuno. Deve svolgere un ruolo importante ma non dovrebbe essere un ruolo dominante. Se affidiamo il futuro dell’Umanità a un gruppo ristretto di ingegneri che non rappresenta nessuno e che ha una comprensione a volte ingenua di Storia e Filosofia, allora è un disastro annunciato.

Altro tema fondamentale del suo lavoro è il legame tra intelligenza artificiale e biologia… 

Molti parlano solo di Intelligenza artificiale, pensando sia l’invenzione più grande della nostra epoca. Ma da sola l’intelligenza artificiale è molto limitata. A meno che non si abbini a biotecnologia e bio-ingegneria. Perché la cosa fondamentale non è avere solo computer molto potenti. La cosa fondamentale è cosa possono capire quei computer sugli umani. Anche un’auto che si guida da sola: non si può mettere per strada a meno che non capisca gli umani. Deve capire le emozioni umane. Se un bambino perde il pallone, lo rincorrerà per strada, per esempio. Quindi le auto che si guidano da sole devono capire le emozioni umane. E per farlo hanno bisogno della bio-tecnologia. Di decifrare gli esseri umani. Non dipende solo dai computer. A cosa assistiamo ora nel mondo? L’intelligenza artificiale e la biotecnologia si stanno fondendo sempre di più per realizzare una singola rivoluzione tecnologica che presto permetterà ad aziende e governi di “hackerare”, decifrare gli esseri umani. Il segreto è raccogliere dati con la biotecnologia, sul corpo umano e soprattutto il cervello umano e poi analizzare quelle informazioni per decifrare l’essere umano. Per capire le sue emozioni, i sentimenti, le opinioni meglio di come le capiamo noi. Come primo risultato, permette prevedere cosa faranno gli umani, ma poi permette anche la manipolazione e il controllo. Assistiamo alla creazione di due tipi di regimi di sorveglianza. In Occidente vediamo la nascita del cosiddetto Capitalismo di Sorveglianza: multinazionali che ammassano quantità enormi di dati su ogni singolo individuo – al momento per venderci delle cose, ma più in là si potrebbe usare per altri scopi. In altri paesi, questo lo fanno i governi, non le multinazionali.

Lei è più attratto o più preoccupato dall’intelligenza artificiale e da come potrebbe cambiare le nostre vite?

L’intelligenza artificiale ha enormi potenzialità. Altrimenti non sarebbe allettante. Abbiamo appena citato i veicoli che si guidano da soli. Ogni anno ci sono 1,25 milioni di morti per incidenti stradali. La maggior parte di tali incidenti sono dovuti a un errore umano. Equivale al doppio dei morti per la violenza da arma da fuoco. Guerra, criminalità e terrorismo uccidono la metà di persone. Se passiamo da guidatori umani a veicoli senza pilota potremmo salvare probabilmente 1 milione di persone all’anno. Il che è meraviglioso. Analogamente, l’intelligenza artificiale e la bio-tecnologia, insieme, potrebbero garantirci una sanità migliore e meno costosa rispetto al passato. Anche questo è meraviglioso. Poi ci sono anche i pericoli: la perdita di qualsiasi libertà di decisione dell’uomo, la nascita di regimi totalitari estremisti. Molti perderebbero il posto di lavoro. L’economia crollerebbe nei paesi che dipendono dalla manodopera a basso costo. Ci sono dei pericoli. Sottolineo i pericoli, nei miei testi e nei miei interventi, perché si sente parlare spesso degli sviluppi positivi da parte di imprenditori, ingegneri e scienziati che sviluppano le tecnologie. Ovviamene loro enfatizzano i lati positivi. Perciò è compito di storici e critici sociali enfatizzare i pericoli. Ma provo a tenere in mente entrambi gli aspetti. Altrimenti non si capisce perché stiano sviluppando queste tecnologie, se comportano solo pericoli.

Ha detto: “Ciò che i nostri figli imparano oggi a scuola tra 20-30 anni non servirà”. Allora che cosa dovremmo insegnare nelle scuole? 

Per prima cosa dovremmo essere onesti con noi stessi e con i nostri figli. Dire loro e dire a noi stessi: non sappiamo come sarà il mondo nel 2050. È la prima volta nella Storia che ignoriamo anche le cose più basilari. Nel corso della Storia si poteva ignorare quale sarebbe stata la situazione politica dopo 20-30 anni. Ma almeno si poteva prevedere suppergiù il mercato del lavoro e le qualifiche che sarebbero state necessarie. Oggi, se pensiamo a come sarà il mondo tra 30 anni, nessuno sa come sarà il mercato del lavoro. Nessuno sa che qualifiche saranno necessarie. Perciò non sappiamo cosa insegnare di preciso ai giovani di oggi. La scommessa migliore è insegnare ai giovani a studiare, essere sempre flessibili. L’unica certezza sul mercato del lavoro e sul mondo nel 2050 è che saranno imprevedibili: continuamente ed estremamente cangianti. Le persone dovranno continuare a studiare e cambiare per tutta la vita. La cosa più importante è insegnare ai più giovani non solo come studiare, ma come preservare la loro flessibilità mentale perché dovranno continuare a cambiare per tutta la vita. È la parte più difficile per molti. Da giovani, si vivono continui cambiamenti. Ma alla maggior parte delle persone, a 40 o 50 anni, non piacciono i cambiamenti. Preferiscono la stabilità. È stato così per quasi tutta la Storia. Ma non sarà così nel XXI Secolo.  Penso che l’obiettivo principale dell’Istruzione dovrebbe essere formare persone con una mente flessibile e un’alta intelligenza emotiva. Non sappiamo quali qualifiche tecniche saranno necessarie. Spesso si dice che sarà fondamentale saper codificare. Ma forse per il 2050, l’intelligenza artificiale riuscirà a codificare meglio degli umani e non avremo bisogno di scrivere i codici perché sarà obsoleto. Avremo bisogno di altro. Per questo secondo me la scommessa più saggia è sviluppare la flessibilità mentale.

Ha scritto il suo ultimo libro due anni fa. C’è una ventiduesima lezione che oggi aggiungerebbe?

Nei due anni dopo la stesura del libro, la situazione del mondo è peggiorata notevolmente. Anziché andare verso la collaborazione mondiale su temi come l’Intelligenza artificiale e il clima, siamo corsi nella direzione opposta. C’è sempre più tensione mondiale e rivalità. Due anni fa temevo una corsa alle armi di intelligenza artificiale, specie tra USA e Cina, e forse altri paesi. Due anni fa era perlopiù una paura. Oggi è una realtà. Siamo già nel mezzo di una corsa alle armi di intelligenza artificiale tra Cina e USA. Il che è una pessima notizia per tutto il mondo. Non importa chi vincerà la corsa. A perdere sarà l’Umanità. A meno che non riusciamo in qualche mondo a porre fine alla corsa alle armi di intelligenza artificiale, e torniamo nella direzione della collaborazione mondiale, sarà quasi impossibile prevenire questi scenari distopici. Perché in caso di corsa alle armi di intelligenza artificiale, o qualsiasi tipo di corsa alle armi, anche biotecnologiche – tutti dicono “Sì, è pericolosissimo. Non vogliamo farlo. Ma lo fanno anche dall’altra parte – gli americani, i cinesi, i russi – perciò dobbiamo farlo anche noi, non possiamo restare indietro”. Tutti dicono la stessa cosa mentre l’Umanità si dirige verso il disastro. Questa è la mia lezione principale per gli ultimi due anni: stiamo correndo nella direzione sbagliata.

Albatross, bellezza e strazio in questo splendido documentario

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Albatross, bellezza e strazio in questo splendido documentario

 

Le immagini sono devastanti, il film straziante. Quello che esce fuori dalla visione del documentario Albatross è una condizione terrificante cui siamo complici e artefici.

Chris Jordan, un ex avvocato di Seattle diventato artista e fotografo, ha trascorso otto anni a filmare la situazione degli uccelli albatros nell’isolata Midway Island nel mezzo dell’Oceano Pacifico. Situati a 2000 miglia dal continente più vicino, gli uccelli muoiono a migliaia a causa dell’inquinamento da plastica che turbina all’infinito nei nostri oceani.

L’atollo di Midway ospita la più grande colonia di albatri del mondo. Più di 1,5 milioni di uccelli vivono lì, al largo delle Hawaii, a migliaia di chilometri da qualsiasi continente.

Il film documentario “Albatross”, visionabile in versione intera a questo indirizzo, potrebbe apparire come un film che vuole sensibilizzare sull’uso eccessivo della plastica, il suo creatore ha voluto invece che gli spettatori guardassero oltre gli uccelli morti, e scrutassero a fondo le proprie vite e le proprie case. Il film è più una lettera d’amore per questi straordinari uccelli che un documentario. Un’opera che vuole arrivare all’animo dello spettatore, tra orrore e bellezza per la vita sulla Terra. “Albatross” accompagna gli spettatori attraverso l’immensità di questa tragedia, permettendoci di affrontare direttamente la nostra complicità.

“Non penso davvero che Albatross riguardi l’attivismo attorno alla plastica. Naturalmente tratta questo argomento, ma questa è la cosa di cui mi interessa meno parlare in relazione al film. Penso ad Albatross come un’opera d’arte, non un pezzo di attivismo ambientale. Per come la vedo io, la plastica oceanica non è il problema. È un sintomo di un problema molto più profondo che risiede nel campo morfico della coscienza collettiva. Questo problema è l’obiettivo a cui “Albatross” mira, riconnettersi con empatia e amore con la natura.”

Il film intero è visionabile a questo indirizzo, e chi volesse può fare richiesta per organizzare una proiezione, nonchè lasciare una donazione.

Pesticida Killer

FONTE

°BLOG DI SAVERIO PIPITONE

Pesticida Killer

di Saverio Pipitone [pubblicato nel N. 69 – luglio/settembre 2019 di Scienza Conoscenza]

All’hotel Downtown Inn di Chiang Mai in Thailandia arrivarono nel tardo pomeriggio del 2 febbraio 2011 le giovani turiste neozelandesi Sarah Carter, Emma Langlands e Amanda Eliason. All’ingresso un cartello informava che la struttura era stata sottoposta a disinfestazione a causa di cimici trovate nei letti. Dopo il check-in per la camera, le ragazze cenarono in un vicino ristorante, ma l’indomani stettero male: dolori di pancia, vomito e finirono d’urgenza in ospedale. Sarah, ricoverata per tre giorni, morì il 6 febbraio 2011 all’età di 23 anni per miocardite. Nello stesso mese, al Downtown Inn, morirono la guida turistica thailandese quarantasettenne Waraporn Yingmahasaranont e i coniugi inglesi settantenni George ed Eileen Everitt, che come Sarah ebbero un’infiammazione acuta del muscolo cardiaco. Per le autorità pubbliche fu pura coincidenza: si accontentarono dell’ipotesi di intossicazione alimentare, con tutta l’intenzione di chiudere in fretta il caso per salvaguardare il turismo locale. La giornalista Sarah Hall del programma televisivo neozelandese «60 Minutes» volle indagare e a maggio soggiornò nella stanza della ragazza defunta, prelevando dei campioni e facendoli esaminare da un laboratorio: trovarono il pesticida Clorpirifos. Lo scienziato Ron McDowall, esperto mondiale di prodotti chimici pericolosi, disse all’epoca: «È una sostanza rapidamente assorbita dal corpo umano ed è probabile che i decessi siano legati ad essa».

Che cos’è e chi produce il più letale degli insetticidi

Discendente dai micidiali gas nervini della seconda guerra mondiale e sostituito del proibito DDT, il Clorpirifos è un insetticida organofosfato e neurotossico a largo spettro che inibisce l’azione dell’acetilcolinesterasi, un enzima fondamentale per il funzionamento del sistema nervoso, in modo da abbattere e uccidere parassiti, larve e insetti. È utilizzato su una cinquantina di colture agricole tra cui mais, grano, soia, barbabietole, meloni, fragole, cavoli, broccoli, peperoni, patate, uva, mele, pere e pesche, fino ai prodotti floreali. Si utilizza anche nei trattamenti sui campi da golf, nei canili e come ingrediente nello shampoo, negli spray e nei collari antipulci degli animali domestici. Ha un odore simile alle uova marce o all’aglio, ed è pericoloso se toccato, inalato e ingerito.

A inventarlo nel 1965 è stata la Dow Chemical, che alla fine del 2017 si è fusa con la concorrente DuPont, per la strutturazione del gigante chimico statunitense DowDuPont che nel 2018 ha generato un fatturato di 85,9 miliardi di dollari e 3,8 miliardi di profitti da spartire tra gli azionisti: i principali sono gli agguerriti fondi di investimento The Vanguard Group e Black Rock.

DowDuPont produce l’insetticida Dursban a base di Clorpirifos. Negli anni Novanta, per rinnovarne l’autorizzazione, commissionò all’Argus Research Laboratories della Pennsylvania un’analisi sul cervello di ratti gravidi e l’esito fu di non pericolosità nello sviluppo neurologico. Di recente, un team di ricerca guidato dal chimico Axel Mie dell’università medica Karolinska Institutet di Stoccolma, ha ricontrollato lo studio del produttore e i risultati – pubblicati a novembre 2018 sulla rivista scientifica «Environmental Health» – evidenziano condizioni di tossicità nei topi a basse e medie dosi che erano state omesse nel rapporto finale, con delle discrepanze rispetto ai dati grezzi di partenza che avrebbero fuorviato la valutazione dell’autorità di regolamentazione.

Effetti sul cervello: iperattività, spettro autistico, memoria

Gli effetti funesti del Dursban sull’organismo umano erano già stati rilevati nel 1995 dalla tossicologa Janette Sherman che in Arkansas aveva incontrato un bimbo con patologie cerebrali congenite causate dall’esposizione della madre all’insetticida nebulizzato per disinfestare gli uffici della banca dove lavorava nel periodo della gravidanza. La scienziata presentò uno studio completo il 25 ottobre 1998 a Carpi in provincia di Modena, alla conferenza internazionale dell’Istituto Ramazzini sulle malattie ambientali, mostrando come i difetti congeniti di 15 bambini, dagli occhi ai capezzoli, dal palato ai genitali, fossero imputabili al Dursban assorbito dalle mamme durante la gestazione.

Il Clorpirifos per uso domestico è stato proibito negli Stati Uniti a partire dal 2000. In seguito al divieto, una squadra di ricercatori guidata dall’epidemiologa Virginia Rauh della Columbia University di New York suddivise in due gruppi delle donne gravide di città, dimostrando che i pargoli partoriti prima del divieto ed esposti in utero alla sostanza erano più inclini a sviluppare disturbi da deficit di attenzione e iperattività o ADHD a 3 anni, carenze di memoria a 7 anni e lieve tremolio alle mani a 11.

Successivamente alcune ricerche dell’Università della California di Davis e di Berkeley documentarono il rischio di problemi alla memoria o di abbassamento del quoziente intellettivo per i nati da madri residenti tra i campi irrorati con Clorpirifos. Nella medesima università, un’équipe di professori di scienze della salute capeggiata da Ondine von Ehrenstein ha analizzato – nella zona ad agricoltura intensiva di Central Valley in California – i dati di nascita dal 1998 al 2010 di circa 38.000 persone, di cui 2961 con autismo, supponendo che l’esposizione prenatale e infantile all’insetticida entro 2 km dall’abitazione provochi un aumento di probabilità di contrarre disturbi dello spettro autistico: lo studio è stato pubblicato a marzo 2019 sull’autorevole rivista scientifica «British Medical Journal». Gli abitanti della Central Valley californiana sono incessantemente bersagliati dalle irrorazioni agrochimiche per un letale effetto deriva che avvelena aria e acqua, con conseguenti disturbi respiratori, cardiaci e neurodegenerativi, sia negli adulti che nei bambini.

Mele e uva al Clorpirifos
Il terribile pesticida viene principalmente a contatto con il corpo umano attraverso il consumo quotidiano di cibo. Come emerso dal dossier Stop Pesticidi di Legambiente pubblicato a gennaio 2019, il Clorpirifos è uno degli elementi più frequenti e diffusi in uva, mele e pere.
Nel 2017 una famiglia romana si è prestata a un biomonitoraggio urinario promosso da associazioni e imprese ecologiste, da Federbio al WWF e a NaturaSì, nell’ambito della campagna di sensibilizzazione I pesticidi dentro di noi. Nelle urine di mamma Marta, papà Giorgio e dei due figli è stato rilevato del Clorpirifos, misurato in microgrammi per grammo di creatinina, nelle seguenti quantità: 5 e 2,5 per i quarantenni Marta e Giorgio; oltre 5 e 2 per i figli Giacomo di 7 anni e Stella di 9, valori elevati rispetto alla media della popolazione che per i bambini prevede 1,5 microgrammi per grammo di creatinina e per gli adulti di 0,7. Dopo 15 giorni di sola dieta biologica, i livelli del pesticida si sono notevolmente ridotti, a eccezione di quelli di Stella rimasti immutati. In un’analoga analisi condotta dal professore di scienze ambientali Chensheng Lu e pubblicata nel 2006 nella rivista «Environmental Health Perspectives», sono stati somministrati alimenti biologici a 23 bambini di Seattle, con un’età compresa tra i 3 e gli 11 anni, per 5 giorni consecutivi: con la nuova dieta si è verificato un abbassamento significativo dei valori di Clorpirifos nell’organismo dei piccoli presi in esame, fino a quando non è stata reintrodotta la dieta convenzionale.

Interferenza endocrina: danni sino alla quarta generazione

Le autorità regolatorie rassicurano sul fatto che i residui di pesticidi sono quasi tutti nei limiti di legge e bisognerebbe ingerirne enormi quantità per superare la dose giornaliera ammissibile.

È però opportuno ricordare che il livello legale di nocività è misurato sulla singola molecola e non vengono valutati né l’insieme di elementi coesistenti nel medesimo prodotto, né la continuità espositiva giornaliera a parecchie sostanze presenti in diverse derrate alimentari, con il conseguente moltiplicarsi della tossicità. Nessuna dose può quindi considerarsi accettabile, soprattutto quando si tratta di Clorpirifos che agisce da perturbatore endocrino nel sistema ormonale, neurologico, psichico e immunitario, colpendo soprattutto l’organismo in fase di formazione e di crescita. I danni permangono sino alla quarta generazione, come ultimamente documentato dall’Università belga di Liegi con una ricerca, coordinata dallo studioso di neuroscienze David Lopez Rodriguez, sull’interferenza endocrina nella riproduzione di 31 ratti femmine che si trasmette in maniera intergenerazionale.

E, se non bastasse, il Clorpirifos sarà sempre disponibile anche per i posteri, dato che il reparto di ecotossicologia dell’Università di Milano-Bicocca l’ha trovato ibernato nei ghiacciai del Monte Rosa. Come ci è arrivato? È risalito dalle aree agricole limitrofe alle Alpi, principalmente dalla Pianura Padana, dove ogni anno l’ISPRA (Istituto superiore protezione e ricerca ambientale) ne rileva la presenza in migliaia di corsi d’acqua superficiali e sotterranei con ricadute inquinanti ed estintive su fauna e flora.

Tra petizioni, proteste, denunce e azioni legali, da molto tempo i movimenti ambientalisti, sindacalisti, sanitari e civici chiedono il totale divieto del Clorpirifos per qualunque uso e l’Agenzia governativa statunitense di protezione dell’ambiente (EPA) stava per bandirlo.

Purtroppo a gennaio 2017 è cambiata l’amministrazione governativa con l’elezione di Donald Trump alla presidenza statunitense e in EPA è stato designato il nuovo direttore, Scott Pruitt, un trumpiano antiecologista, che ha deciso di non revocare la sostanza, adducendo come motivazione il fatto che non ci sono ancora abbastanza dati scientifici sugli esiti di pericolosità per la salute umana. All’EPA è poi andata di male in peggio con le dimissioni a metà 2018 di Scott Pruitt e la nomina dell’attuale direttore Andrew Wheeler. Negazionista del cambiamento climatico, avvocato ed ex lobbista dell’industria energetica, Wheeler ha lavorato per tanti anni in Faegre Baker Daniels, un grosso studio legale che tra i propri clienti annovera anche il colosso chimico DowDuPont.

Per i “poteri forti” è impensabile vietare in maniera unilaterale il Clorpirifos negli Stati Uniti: altri Paesi sarebbero spinti a fare lo stesso, con pesanti ripercussioni negative sull’agricoltura industriale, il commercio internazionale e i consumi. Frattanto, nell’attesa della revisione all’autorizzazione per l’uso del Clorpirifos prevista per ottobre 2022, proseguirà la contaminazione ambientale e sanitaria dell’insetticida più spruzzato al mondo.

McDonald’s: l’immobiliare più inquinante al mondo

McDonald’s: l’immobiliare più inquinante al mondo

Photo Di Shutterstock

di Saverio Pipitone – “Evviva si torna a vendere hamburger!”, esclamò un dirigente di McDonald’s quando seppe delle dimissioni nel 1967 di Harry Sonneborn, che fu il primo presidente e CEO della compagnia.

Di lui, il proprietario Ray Kroc che lo assunse nel 1955, raccontava: “Harry era esattamente il tipo di uomo che mi serviva per far decollare McDonald’s. Si seppellì sotto pile di libri e imparò a padroneggiare i dettagli dei contratti e delle manovre finanziarie bene quanto avvocati e banchieri“.

Ebbe infatti la visione immobiliare nell’affiliazione commerciale, come parte di un programma di marketing a lungo termine, che consisteva nel prendere in locazione un terreno e costruirci il ristorante, per concederli in subaffitto all’affiliato, che attraverso la vendita di hamburger avrebbe pagato il canone, con il generarsi di un flusso di denaro destinato a coprire il mutuo – frattanto stipulato con gli istituti finanziari – per comprare l’intero lotto: terra e edificio. Egli affermava: “Noi non siamo tecnicamente nel settore alimentare. Siamo nel settore immobiliare. L’unico motivo per cui vendiamo hamburger da quindici centesimi è perché sono i maggiori produttori di entrate, dai quali i nostri inquilini possono pagarci l’affitto“.

È poi andato via per contrasti gestionali con lo stesso Kroc, ma lasciandogli il suo vincente modello di business che in quegli anni apportò un guadagno vero e permise di estromettere i fratelli Dick e Mac McDonald, acquistando da essi il marchio, i diritti d’autore e le formule dell’innovativo Speedee Service System per assemblare panini low cost, in serie e tutti uguali. Venne creata una rete distributiva globale con l’insegna di due giganteschi archi dorati a forma di un’arrotondata lettera “M”. All’epoca, lo psicologo e designer Louis Cheskin esortò a mantenere tale logo perché, seguendo il simbolismo freudiano, fa immaginare nell’inconscio dei nutrienti seni materni che attraggono l’affamato consumatore.

McDonald’s è adesso quotata alla Borsa di New York ed i principali azionisti sono gli agguerriti fondi speculativi The Vanguard Group e BlackRock. È presente in 120 Paesi con 37.855 fast-food (erano 11.800 nel 1990), di cui 2.770 gestiti in proprio e 35.085 in franchising, che sono ubicati in zone ad alta densità d’utenza oppure nelle vicinanze di luoghi prestigiosi – da Fontana di Trevi a Roma al Big Ben di Londra e dall’8th Avenue di Manhattan alla Piazza Rossa di Mosca.

Da bilancio 2018, in dollari, risulta possedere un ammontare di 5,5 miliardi di terreni con 15,3 miliardi di fabbricati ed altri 12,8 miliardi di edifici su aree rilevate in locazione, utilizzandoli completamente per l’operatività aziendale. Il fatturato è di 21 miliardi, di cui: 10 miliardi dai ristoranti a gestione diretta con margine di guadagno di 1,7 miliardi; 11 miliardi dal franchising, a sua volta suddivisi per circa il 65% affitti e 35% royalties, pagati ogni mese dal franchisee, con un’elevatissima redditività di 9 miliardi.

McDonald’s è sempre stata una enorme e proficua immobiliare, permanendo tuttora il modello “Sonneborn”. L’ex CEO Steve Easterbrook, dal 2015 l’ha ulteriormente potenziato per evolvere in modo graduale verso un’attività di puro franchisor. Ha inoltre puntato sull’intelligenza artificiale con la sperimentazione della tecnologia Drive Through, che al McDrive registra le targhe delle auto per offrire menù personalizzati sulla cronologia delle ordinazioni. Dall’inizio di novembre 2019, il nuovo CEO è Chris Kempczinski che proseguirà le politiche del predecessore Easterbrook, il quale è stato rimosso per violazione del codice di condotta interno, avendo avuto una relazione con una dipendente, dicono “consensuale”, anche se nella catena di fast-food ci sono continui casi di molestie, abusi e discriminazioni sessuali in un precario ed alienante contesto lavorativo.

All’ora, nelle fasce di maggiore affluenza, McDonald’s vende più o meno 100.000 hamburger e 20.000 Big Mac, equivalenti a 30.000 kg di manzo, con 70.000 kg di patatine, per 60.000 kg di imballaggi, emettendo un migliaio di tonnellate metriche di gas serra che causa il riscaldamento globale (fonte: www.everysecond.io). L’hamburger proviene in genere dallo storico fornitore Osi Group dell’Illinois che ha una cinquantina di fabbriche, una delle quali a Günzburg in Germania, dove – come descritto da un reportage del 2018 di Business Insider – la carne fresca in contenitori da 500 kg, pari a 5-6 mucche, è trascinata dai carrelli elevatori ai frullatori per macinarla e modellarla in polpette, mischiandola con carne congelata, per mantenere la compattezza e portarla rapidamente alla temperatura di -18 gradi Celsius, finendo in sacchetti di plastica ed inscatolata, per una produzione media giornaliera di 5 milioni di pezzi. Mangiarne 1-2 a settimana per un anno corrisponde indicativamente ad un impronta ecologica di 207 kg di CO2, 2.306 metri quadri di suolo e 120.237 litri d’acqua (fonte: www.essereanimali.org).

Lo sfruttamento ambientale è invece abbattuto di oltre il 90% con gli hamburger vegani, a base di proteici tofu o fagioli e piselli. Nella fabbrica di Günzburg i macchinari possono già produrli. Una recente ricerca dell’Università di Cambridge ha mostrato che i giovani scelgono cibo vegetariano.

Se, per McDonald’s, l’hamburger non è mai stato un fine ma solo un mezzo per redditizie entrate immobiliari, cosa aspetta a convertirsi del tutto al green food? Farebbe un gran favore al Pianeta!

L’AUTORE

Saverio Pipitone – Giornalista pubblicista e redattore economico-finanziario. Autore di articoli di varie tematiche, dalla critica economico sociale alla storia, dall’ecologia al consumismo. Oltre a Pesticidi a tavola, ha scritto i libri Shock Shopping La malattia che ci consuma (Arianna Editrice) e Forno a Microonde? No Grazie (Macro Edizioni). Blog:saveriopipitone.blogspot.com