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Daily Archives: giugno 15, 2018

Direttiva rinnovabili, c’è l’accordo: autoproduzione, autoconsumo e target del 32% al 2030

Direttiva rinnovabili, c’è l’accordo: autoproduzione, autoconsumo e target del 32% al 2030

tamburrano-m5s-movimento-consiglio-mise.jpgdi Dario Tamburrano, EFDD – M5S Europa

Direttiva rinnovabili, il Parlamento Europeo ha raggiunto l’accordo politico con il Consiglio UE, l’altro co-legislatore europeo: sono ora definitive le vittorie delle battaglie che abbiamo combattuto per vedere riconosciuto sia il diritto ad autoprodurre e autoconsumare energiarinnovabile – un cambiamento di portata storica – sia il principio che la geotermia può essere inquinante, come nel caso della Toscana. Il target di energia rinnovabile da raggiungere a livello UE entro il 2030 è pari al 32%, con la possibilità di alzarlo ulteriormente (ma non di abbassarlo) nel 2023. Previsto anche l’abbandono dell’uso dell’olio di palma come biocarburante, argomento che affronteremo in un post successivo.

Il trilogo (la trattativa politica fra Parlamento e Consiglio) sulla Direttiva rinnovabili si è svolto a Strasburgo ed è finito poco prima delle quattro del mattino di giovedì 14 giugno. La Direttiva rinnovabili guiderà lo sviluppo del settore dal 2020 al 2030. Il target di energia rinnovabile da raggiungere a livello unionale per quella data è pari appunto al 32% ed é rivedibile esclusivamente al rialzo. Il Parlamento Europeo aveva votato per il 35% di energia rinnovabile entro il 2030. Il 32% è un risultato inferiore alle nostre richieste iniziali ma comunque ottimo se si considera che sia la proposta legislativa della Commissione Europea, sia la posizione iniziale del Consiglio UE erano inchiodate ad un miserrimo 27%.

Se, nel corso degli anni, la somma dei contributi nazionali non si rivelerà tale da consentire di raggiungere l’obiettivo unionale del 32%, la Commissione Europea e gli Stati membri dovrannoadottare misure correttive: i dettagli in proposito sono in via di definizione all’interno del trilogo relativo al Regolamento per la governance dell’Unione dell’energia.

La Direttiva riconosce il diritto dei cittadini e delle comunità per l’energia ad autoprodurre, autoconsumare, stoccare l’energia rinnovabile, e a vendere quella in eccesso ad un prezzo pari come minimo al valore di mercato, con la possibilità che la remunerazione sia più alta per tener conto del valore aggiunto che i piccoli produttori offrono alla società e all’ambiente. Viene riconosciuto anche il diritto dei soci delle comunità per l’energia a scambiarsi l’energia rinnovabile.

E’ il frutto maturato grazie ad anni di nostre battaglie come M5S al Parlamento Europeo ed è soprattutto una svolta epocale. Finora la legislazione UE ha fatto riferimento ai diritti dei cittadini solo in qualità di consumatori di energia. Di conseguenza coloro che autoproducono ed autoconsumano energia rinnovabile sono stati esposti a vessazioni in Italia, Spagna e in altri Stati UE. Cose del genere non potranno più accadere.

L’autoconsumo inoltre non sarà gravato da oneri almeno fino al 2026. In seguito, gli Stati UE potranno imporli solo a ben precise condizioni. L’energia è indispensabile per tutte le attività umane. Controllarne la produzione significa condizionare e modellare la società. Grazie ai diritti riconosciuti dalla direttiva rinnovabili, i cittadini europei possono ora prendere il controllo della produzione dell’energia e diventa possibile un nuovo modello di energia e di società: una rete in cui si produce, si consuma e ci si scambia fra pari energia da fonti rinnovabili al posto della piramide che dalla grande centrale di produzione, alimentata da combustibili fossili, distribuisce energia ad ogni singolo consumatore ed immette gas serra all’atmosfera.

Attraverso la Direttiva rinnovabili, inoltre, l’UE prende atto che la geotermia può essere inquinante, come nel caso della Toscana. E’ un altro obiettivo per il quale ci siamo a lungo battuti. Nel testo è inserito il riconoscimento che le centrali geotermiche possono emettere gas serra e sostanze dannose per la salute e per l’ambiente e che va agevolata solo la geotermia a basso impatto ambientale e con emissioni di gas serra inferiori rispetto alle fonti di energia di origine fossile.

Non c’è stato più bisogno di inserire nella Direttiva l’invito, rivolto alla Commissione Europea, di studiare la situazione e verificare rapidamente la necessità di una proposta legislativa sulle emissioni delle centrali geotermiche. Questo invito era contenuto nel testo approvato dal Parlamento Europeo, ma la Commissione Europea ha già lanciato uno studio su tutte le emissioni delle centrali geotermiche: lo ha reso noto durante l’audizione a Bruxelles delle petizioni italiane sulla geotermia inquinante. Lo studio rappresenta la condizione necessaria – anche se non sufficiente – per il varo di una proposta legislativa sui limiti di emissione delle centrali geotermiche.

Ora il testo della direttiva sulle energie rinnovabili dovrà essere formalmente approvato sia dal Parlamento Europeo sia dal Consiglio UE. In seguito verrà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’Unione Europea. Entrerà in vigore 18 giorni più tardi e a quel punto gli Stati membri avranno 18 mesi di tempo per recepire la direttiva nella legislazione nazionale.

 
 

L’Acqua è di tutti

L’Acqua è di tutti

di Maurizio Montalto – Beviamo la stessa acqua che bevevano i dinosauri 230 milioni di anni fa. La ragione è che il ciclo dell’acqua funziona così, all’infinito. L’acqua evapora, poi ricade sul suolo sotto forma di pioggia e va a formare laghi e fiumi. Beveva acqua alla fonte l’Homo Sapiens 300.000 anni fa quando comparve nell’Africa Orientale. Circa 100.000 anni fa iniziarono i suoi grandi spostamenti e la colonizzazione dell’intero pianeta: meno di un milione d’individui. Poi, 10.000 anni orsono, scoprì l’agricoltura e qualcosa cambiò: divenne stanziale. La scoperta dei sistemi per produrre cibo e gestire l’acqua creò le condizioni per uno sviluppo demografico e intellettuale esponenziale. All’epoca della dinastia egizia, nel 5000 a.C., sul pianeta eravamo già 100 milioni e 250 milioni all’epoca dell’Impero romano. Ai primi dell’800 eravamo un miliardo, 100 anni dopo 2 miliardi. Nel 2000 siamo passati a 6 miliardi. Se le cose continueranno così, nel 2050 saremo 9 miliardi. Nella crescita umana l’acqua ha un ruolo centrale, lo sviluppo delle tecnologie anche. Dalle origini a oggi, la relazione dell’uomo con la preziosa risorsa è mutata, si è evoluta divenendo più complessa.

Nell’antichità

I Sumeri sull’acqua fondarono le prime civiltà urbane. Si stanziarono in Mesopotamia meridionale (l’attuale Iraq sud- orientale) verso il 4000 a.C.. Svilupparono l’aratro a trazione, ma soprattutto impararono a irreggimentare le acque per le loro coltivazioni. I canali irrigui, che realizzarono con grande capacità ingegneristica, riuscivano a fornire l’acqua necessaria alle produzioni. Ma nel lungo periodo emersero importanti criticità. La quantità di acqua immessa era tale che le falde idriche si alzarono avvicinandosi sempre più alla superficie. Le piante a radice profonda, che marcivano immerse nell’acqua, furono sostituite con altre a radice piatta. Ma gli accorgimenti non furono risolutivi. L’acqua continuò a salire. Arrivata in superficie evaporava rilasciando sale al suolo. Divenne impossibile coltivare. L’archeologo Joseph Tainter ce ne parla in “The collaps of complex societies” (Cambridge University 1988). I Sumeri commisero un grave errore: non realizzarono il sistema di drenaggio necessario a far defluire l’acqua in eccesso immessa nella rete d’irrigazione. Abbagliati dagli obiettivi di sviluppo e di potere, lasciarono che le imperfezioni tecnologiche prendessero il sopravvento provocando l’implosione della loro civiltà. La storia ci racconta della fine di un micro sistema il cui impatto fu circoscritto. E’ un’importante metafora per orientare le decisioni da adottare nell’attualità perché, a differenza del passato, gli effetti delle scelte tecnologiche possono avere dimensioni catastrofiche, così come possono generare benefici diffusi.

L’idea delle Nazioni Unite

Le Nazioni Unite col rapporto del World Water Assesment Program 2018 criticano aspramente la costruzione delle 57.000 dighe nel mondo per nulla compatibili con la natura. E il costo sociale che le comunità sono costrette a sopportare è enorme. Le tecnologie grigie, quelle fatte col cemento, sequestrano grandi quantità di acqua a monte e le sottraggono alle popolazioni a valle. Il rischio che generino conflitto, come quello di produrre gravi danni, è alto, talvolta concreto. In Kenya è collassata una diga che ha ucciso 50 persone e generato almeno 2.500 profughi ambientali; in Bolivia una diga ancora in costruzione ha provocato gli stessi danni.

Il Water Grabbing

L’accaparramento delle fonti è un fenomeno mondiale strettamente connesso al valore economico che l’uomo moderno riconosce all’acqua o alle produzioni che vi dipendono. Dall’antichità è mutata, dunque, la prospettiva con la quale si guarda alle risorse idriche. L’ambizione di controllare le fonti nasce dalla possibilità che generino profitto, che condizionino la politica dei territori e che siano un efficace strumento bellico. Ciò spiega in parte i modelli organizzativi imposti per la gestione, così come le scelte tecnologiche proposte con maggiore forza. Si spiega pure l’odiosa e diffusa pratica di applicare riduttori di portata idrica a coloro che non riescono a pagare il costo dell’acqua. Una sorta di tortura praticata ai poveri colpevolizzati per il loro stato d’indigenza. Paradossale che in luoghi in cui c’è abbondanza d’acqua, la condizione di scarsità idrica è provocata da chi fa con l’acqua profitto. Una scelta che può solo peggiorare la condizione sociale di chi vive in situazioni di disagio, considerato che la disponibilità di acqua pulita per l’igiene e per idratarsi è una precondizione necessaria per lo sviluppo umano e per la sopravvivenza. In Italia, questa pratica crudele si sta diffondendo ed è considerata legittima; paradossalmente il lavoratore che per ragioni etiche si rifiuti di dare seguito all’ordine di tagliare l’acqua o di ridurla a chi non può pagare, può essere penalmente perseguito. È chiaro che le leggi si sono imposte sul piano culturale come regole “giuste” e neanche ci si domanda più qual è la logica che le governa. Mai vi è di più! Il controllo dell’acqua, il potere di disporne che hanno le Corporation, genera un profitto che le tecniche di finanziarizzazione hanno elevato in maniera esponenziale. Ad aggravare la situazione, in Europa, è il principio del full cost recovery, pagano cioè tutto i cittadini, nella stessa misura, in bolletta, senza alcuna distinzione tra persone agiate e non. Per questo motivo impegnarsi nel riconoscimento del diritto all’acqua impone di cambiare le regole del gioco.

La politica dell’acqua

I Governi devono tornare a impegnarsi direttamente sull’acqua; le costruzioni e le ristrutturazioni delle opere idriche, eliminato il profitto, costeranno meno e l’intervento della politica potrà caricare gli oneri in proporzione alla capacità contributiva di ognuno dando ai ricchi la possibilità di fare la loro parte.

Ma l’impegno potrà andare oltre. Mutando la prospettiva, guardando esclusivamente a come assicurare l’acqua alle comunità, inizieremo a trovare risposte alle grandi domande. La creazione di un sistema di protezione civile internazionale per l’acqua, ad esempio, in grado di intervenire in caso di calamità, può garantire i soccorsi e la sopravvivenza delle popolazioni colpite. In Guatemala, con l’eruzione del Volcan de Fuego nel giugno 2018, l’accesso all’acqua nella zona colpita e nelle aree limitrofe è stata la necessità umanitaria da affrontare più importante. Avviene con ogni terremoto, inondazione, disastro naturale o provocato dall’uomo. L’operazione è relativamente semplice. Le creatività umane in competizione lavoreranno per migliorare le tecniche e le tecnologie già disponibili.

L’ingegno umano

L’uomo ha inventato già tanto. L’impiego di impianti, che prelevano l’acqua dal mare per creare acqua dolce e pulita, è già una realtà. Spuntano fiori nel deserto laddove un’industria fornisce l’acqua per l’irrigazione. Ma il ventaglio delle soluzioni da utilizzare è ampio e spetta alla politica fare la scelta. Le tecnologie non sono neutre. Un mega impianto può concentrare la produzione di acqua nelle mani di un unico potere economico e/o politico. Micro sistemi diffusi, come le torri di distillazione solare proposte da Giorgio Nebbia e realizzate in laboratorio in via sperimentale, potrebbero garantire ai singoli coltivatori l’acqua pulita, per irrigare i campi prelevandola dal mare o addirittura da falde inquinate rigenerandole. Gli agricoltori in rete potrebbero scambiare l’acqua in eccesso fornendone a chi ne ha più bisogno. È lo stesso modello proposto per l’energia solare da Jeremy Rifkin. È una soluzione democratica, che imita il ciclo della natura e che lascia spazio alle comunità per la gestione delle proprie necessità, senza che un soggetto terzo intervenga per prendere in mano le redini della loro vita e farvi profitto.

In occidente, lo sforzo culturale da fare necessario per giungere ai risultati auspicati, è notevole. La concezione andina (sud America) del mondo si fonda sull’idea della complementarietà nella relazione tra uomo e ecosistema con una tendenza a coltivare un rapporto affettivo, sia comunitario che individuale, con la natura. La ricerca di un vivere armonico è la base della vita di comunità. Diverso è l’approccio occidentale, essenzialmente antropocentrico, in cui l’idea di libertà giustifica l’individualismo e la sottomissione della natura alle necessità umane. Le devastazioni ambientali ne sono l’effetto. Le popolazioni indigene vivono la comunità e vi condividono la ricerca di una esistenza equilibrata. In occidente, invece, la evidente tendenza alla prevaricazione trova la propria ragione nella convinzione che si debba perseguire un obiettivo di arricchimento personale e lo si debba fare in una logica di continua competizione tra gli uomini e con la natura. Questo spiega in parte la forte richiesta di una formalizzazione dei diritti fondamentali, del diritto all’acqua, al cibo e all’ambiente in norme che, però, non potranno mai sostituirsi al buon senso e ai valori, che non siano socialmente riconosciuti. L’ipotesi, di alcuni studiosi, di imitare le Costituzioni latino americane dell’Equador e della Bolivia, al fine di cambiare lo stato delle cose, non tiene conto del fatto che quelle regole sono il prodotto di una cultura radicata e non la dotta formalizzazione di un’idea di società formulata da una élite. I passi da fare sono altri. Il processo è culturale e diffuso.

La difesa delle fonti d’acqua

Gli Stati nazione, con la globalizzazione, hanno perso forza e cedono sempre di più il passo e sovranità al mercato. Ma la presenza dei Movimenti popolari su tutto il pianeta sta mutando la geografia politica. V’è una tensione che spinge verso un bilanciamento dei poteri tra le lobby e le popolazioni. Le Corporation esercitano pressioni sui Governi e le Istituzioni internazionali, ivi incluse le Nazioni Unite. I territori muovono nella direzione opposta diffondendo consapevolezza. Talvolta gli effetti sono drammatici; nei paesi impoveriti l’aggressività delle Corporation viene espressa anche con la forza. Ma ci sono mondi diversi sullo stesso pianeta. E in Italia il referendum del 2011 è stato il frutto di un percorso di nonviolenza attiva durato oltre due lustri. Le indicazioni emerse dalle consultazioni sono chiare. Ora bisogna darvi concretezza. C’è ancora molto da fare. In primo luogo bisogna progettare il futuro sul breve, medio e lungo termine. Una sorta di piano industriale. Proprio come fanno le multinazionali! Nell’immediato bisogna fermare i processi di privatizzazione in atto. Le multinazionali stanno puntando ad accaparrarsi tutte le fonti d’acqua. Il controllo del rubinetto principale genera grande profitto a fronte di un impegno minimo, lontano dai luoghi nei quali è maturato il conflitto sociale.

Il futuro dell’acqua pubblica

Bisogna poi lavorare a una fase di transizione di medio termine. Un processo di riconversione che coinvolga gli 8000 Comuni ha la durata necessaria a destrutturare un sistema e costruirne un altro. Nel Belpaese è già possibile la gestione pubblica dell’acqua, ma i modelli organizzativi disponibili sono soggetti a regole, che ne impediscono il miglior funzionamento. È necessario rimuovere gli ostacoli. L’attuale Azienda speciale (l’Ente per la gestione pubblica) ha un’organizzazione farraginosa e burocratica, nata per funzionare in un’epoca diversa. Bisogna disegnare una nuova “Azienda per l’Acqua Pubblica” per le gestioni locali, più snella, economica e efficace. C’è poi il “Pubblico Puro”: è la soluzione più auspicabile e facilmente compatibile col funzionamento di piccoli Comuni. È l’acqua del Sindaco che dispone dei propri uffici recuperando le funzioni originarie dell’Amministrazione che rappresenta. Va escluso da subito che l’Autorità regolatrice del mercato sovrintenda ai processi, che vanno restituiti al Governo politico.

L’acqua di comunità

Sul lungo termine la soluzione è un’altra: l’Acqua di Comunità. Qui le cose cambiano, poiché dobbiamo entrare nell’idea che i cittadini devono avere una cura diretta dell’acqua. Non si tratta più di mettere in piedi un modello burocratico e amministrativo, un’organizzazione di uomini e mezzi, bensì di costruire una visione più ampia e proiettarla nella concretezza della realtà. Anche stavolta il processo è culturale. Muta la prospettiva. Dobbiamo pensare all’acqua non più con la mente del Gestore, ma con il cuore dei popoli. Le aziende erogatrici del servizio hanno il compito di portare l’acqua nelle abitazioni e di far quadrare i conti. I cittadini vanno formati a una visione ecosistemica del pianeta per poi assumersi la responsabilità dell’acqua. La preziosa risorsa va preservata, tutelata, rispettata, riconosciuta affinché possa esistere ed essere disponibile a chiunque. L’impegno di ognuno nell’indirizzo delle politiche generali ha un ruolo fondamentale. Sulle disponibilità idriche incidono le grandi opere che disastrano le sorgenti, il recupero di idrocarburi con tecniche distruttive, i metodi di coltivazione incompatibili, le produzioni industriali, che utilizzano acqua buona da bene per altre finalità, una gestione dei rifiuti, che contamina le falde, i disboscamenti, che impediscono ai terreni di conservare l’acqua, per restituirla con gradualità e tante altre pratiche umane, tutte da rivedere. Scopriremo che i mega impianti di depurazione competono con l’agricoltura togliendo qualità ai terreni, che siamo costretti a rivitalizzare con fertilizzanti chimici, che inquinano le falde e i mari, solo per garantire le economie di scala delle multinazionali. Il modello culturale da sviluppare deve tendere a imitare la natura, che non s’impegna in processi industriali, che ne garantiscano il massimo profitto economico, ma ha un approccio puntuale col quale trova soluzioni articolate a vantaggio di tutti.

In Italia e nel mondo già esistono le comunità dell’acqua: sono quei Movimenti popolari impegnati nel difendere la preziosa risorsa dall’attacco delle Corporation. Nel Belpaese v’è una rete straordinaria di cittadini sempre connessa nel portare avanti l’impegno comune, ognuno nel suo territorio. È espressione della nostra natura; la forza attualizzante (C. Rogers) trova sempre la strada per favorire la vita. Bisogna riaprire gli occhi per scoprire che vi sono angoli del paese nel quale l’acqua arriva ancora dalla sorgente, senza alcuna intermediazione. Luoghi nei quali la logica delle speculazioni non è riuscita ad imporsi. Piccoli Comuni in cui vi sono incontri periodici dei cittadini per discutere delle necessità di ognuno e per risolverle insieme, in modo che nessuno resti indietro. Conoscere e imitare questi esempi è un passo in avanti importante. Occupandoci personalmente della disponibilità dell’acqua, la gestione solidale eliminerà le spese o quantomeno i costi saranno ridotti ai minimi termini. Nella nostra epoca di avanguardia, l’uso compatibile delle tecnologie può favorire processi democratici e probabilmente annullare l’impatto negativo che possono avere i cambiamenti climatici. E torneremo a disporre di tanta acqua naturalmente, come i Dinosauri milioni e milioni di anni fa.

 

L’AUTORE

Maurizio Montalto – Avvocato e Giornalista pubblicista specializzato in “diritto e gestione dell’ambiente”. Presidente dell’Istituto italiano per gli Studi delle Politiche Ambientali.  È stato Presidente dell’azienda per l’acqua pubblica di Napoli ABC (Acqua Bene Comune). È attivista del Forum Italiano per i Movimenti per l’acqua e ha fondato la Rete a Difesa delle Fonti d’Acqua del Mezzogiorno d’Italia. Ha pubblicato: Le vie dell’acqua, tra diritti e bisogni ed Alegre, La guerra dei rifiuti ed Alegre, La Casa Ecologia ed Simone, L’acqua è di tutti ed L’ancora del Mediterraneo, La rapina perfetta ed libribianchi di stampalternativa. Ha avuto incarichi tecnici in Governi tipo Comitato Ministeriale sul diritto all’acqua, cd. Comitato scientifico del Ministero dell’Ambiente C.O.V.I.S. e ha lavorato sull’emergenza rifiuti per la Presidenza del Consiglio dei Ministri col Generale Jucci.

 
 

Migranti: l’Europa può solo imparare dall’Italia

 
Migranti: l'Europa può solo imparare dall'Italia

Migranti: l’Europa può solo imparare dall’Italia

 

Di seguito l’intervento di Ignazio Corrao al Parlamento Europeo sul caso immigrazione.

Signor Presidente, onorevoli colleghi, la prima domanda che voglio rivolgere ai colleghi eurodeputati presenti in quest’Aula è: quante volte in questi anni abbiamo discusso esattamente della stessa cosa? Non me ne voglia il Commissario Avramopoulos, ma il suo discorso sembra esattamente riciclato sulle stesse parole dette tre-quattro anni fa, e non è cambiato assolutamente nulla. Anzi, oggi c’è la novità che, alle stesse cose che si dicono sempre, si aggiunge il trend topic del momento che è dire “governo italiano populista, governo italiano xenofobo”, come qualcuno ha detto in maniera davvero irrispettosa.

Però cosa ha fatto il governo italiano? Il governo italiano ha fatto molto meno di quello che fanno tutti gli altri governi nell’Unione europea e non mi risulta che il governo francese, il governo di Macron europeista, sia stato additato da voi stessi come un governo nazista, xenofobo, per quello che ha fatto a Bardonecchia con blitz nel territorio italiano, dove c’erano donne incinta e bambini. Non mi risulta che sia stato considerato xenofobo Macron per avere chiuso i suoi porti o per quello che fa a Ventimiglia. E non mi risulta che il governo spagnolo, che faceva respingimenti a caldo, che non è quello che ha fatto l’Italia, sia stato additato come fascista, nazista, xenofobo, contrario ai diritti umani e genocida!

Non è successo, e allora incominciamo ad adottare lo stesso metro e la stessa misura. Quello che è successo in questi anni è che l’Italia è stata lasciata sola da tutti gli altri Stati dell’Unione europea. È stata lasciata sola ad affrontare un fenomeno epocale, un fenomeno globale di un continente che si sposta. Era logico che prima o poi qualcuno, che magari non fa business sulla pelle dei migranti avrebbe dovuto dire: basta non si può continuare avanti così! E allora cerchiamo di essere seri e pretendiamo da parte di tutti gli Stati europei di prendersi le loro responsabilità, a partire dalla Francia, che è stata la prima a causare quello che è successo in Libia…

Caro collega Schwab, mi sa che facciamo un po’ di confusione terminologica, perché quelli che tu chiami “migranti” in realtà si chiamano “rifugiati” e sono coloro che hanno già ottenuto lo status di protezione internazionale.

Quelli che arrivano in Italia sono migranti che, per via di Dublino, rimangono in Italia. Allora io dico: va bene la redistribuzione, facciamo che le navi delle ONG che fanno un lavoro straordinario di salvare vita, che battono bandiera tedesca, al posto di portare nei porti siciliani, che è la mia regione, e lasciarli lì dove rimangono bloccati per anni, in attesa di sapere quale sarà il loro destino, li portano in Germania e poi lo decidete voi se hanno diritto all’asilo o no. Va bene?

 
 

Arriva il #DecretoDignità

Il Blog delle Stelle

 
Arriva il #DecretoDignità

Arriva il #DecretoDignità

Authordi Luigi Di Maio

di Luigi Di Maio, Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico

Il primo decreto che farò come ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico si chiamerà Decreto Dignità e servirà solo ed esclusivamente per ristabilire i diritti sociali dei cittadini. In questi anni, con la scusa dell’urgenza, sono stati fatti decreti per tutto e per il contrario di tutto. Fondamentalmente però sono sempre stati decreti che servivano per fare gli interessi dei partiti o dei loro amici. Pensiamo ad esempio ai decreti banche che hanno salvato delle posizioni di rendita e hanno massacrato i risparmiatori. Il tempo in cui lo Stato si comportava in questo modo è finito.

Il decreto dignità avrà quattro punti fondamentali:

1. Per le imprese elimineremo lo spesometro, redditometro e studi di settore. L’era della martirizzazione degli imprenditori è finita. Ora gli imprenditori avranno lo Stato dalla loro parte.
2. Disincentivare le delocalizzazioni: chi prende fondi pubblici non può andare all’estero. Se lo Stato ti dà una mano il lavoro lo devi creare in Italia e devi dare lavoro ben retribuito e tutelato ai lavoratori italiani.
3. Lotta alla precarietà. Il Jobs Act è andato nella direzione dell’eliminazione di diritti e tutele, noi faremo esattamente l’opposto.
4. Stop alla pubblicità del gioco d’azzardo, la ludopatia è ormai una piaga che ha segnato profondamente migliaia di famiglie italiane e intendiamo sanarla in maniera risoluta. Così come è vietata la pubblicità delle sigarette, sarà vietata quella del gioco d’azzardo. Entrambi nuociono gravemente alla salute dei cittadini.

Sono quattro punti fondamentali da cui è necessario partire per ristabilire un principio che in questi anni è stato calpestato: il cittadino al centro. Infine nella legge di bilancio di quest’anno si dovrà avviare il fondo per il reddito di cittadinanza in modo da renderlo operativo il prima possibile. Non è possibile che ci sia gente che non riesce a campare mentre c’è chi percepisce pensioni d’oro e vitalizi.

La dignità dei cittadini deve tornare al primo posto e tutti i nostri poteri al governo del Paese li useremo in quest’ottica e nell’interesse esclusivo degli italiani. #DecretoDignità.

 
 
 

Stop ai tempi biblici per le liste d’attesa: la mossa del ministro della Salute Giulia Grillo

Il Blog delle Stelle

 
Stop ai tempi biblici per le liste d'attesa: la mossa del ministro della Salute Giulia Grillo

Stop ai tempi biblici per le liste d’attesa: la mossa del ministro della Salute Giulia Grillo

di Giulia Grillo, ministro della Salute

Basta con la vergogna di ottenere una mammografia dopo 13 mesi, di aspettare fino a un anno una colonscopia, una visita oncologica o neurologica. Salvo pagare di tasca propria, impoverirsi sempre di più e far fare gli affari ai privati. Lo abbiamo promesso nel contratto di Governo e adesso cerchiamo di passare dalle parole ai fatti.

Oggi ho inviato una circolare alle Regioni in cui chiedo informazioni puntuali dettagliate di ogni singola struttura sanitaria, sia pubblica che privata accreditata, per fare il punto della situazione e di qui partire per la prossima messa a punto del Piano nazionale per il governo delle liste d’attesa. Informazioni che dovranno arrivare entro quindici giorni compilando apposite schede ed eventuali note di accompagmamento. Partiremo da qui, sapendo se e quante prestazioni sanitarie siano state erogate tramite il Cup (centro unico di prenotazione), se sono garantite – e quando e come – i tempi massimi d’attesa previsti in sede locale, se i volumi di attività svolti dai medici in libera professione dentro il Ssn siano fuori regola e rispettino il principio della libera scelta dei cittadini. Sapremo anche se agli assistiti vengano chiesti balzelli extra. Cercheremo di saperlo presto e di adottare un’adeguata strategia di cambiamento per debellare un fenomeno odioso, che mina l’equità, l’uniformità di trattamento sanitario in tutta Italia, che fa carta straccia della trasparenza, dell’informazione ai cittadini e che in sostanza mina alla radice l’universalità del Servizio sanitario pubblico.

Metterò il massimo impegno e mi aspetto una grande collaborazione da parte delle Regioni in favore dei cittadini per abbattere lunghi e impossibili tempi d’attesa e per avere un giusto e democratico accesso ai servizi e alle informazioni. Cercherò di andare incontro a tutte le esigenze delle Regioni e ai loro eventuali problemi organizzativi, ma seguirò con grande determinazione nel corso del mio mandato questo obiettivo come uno dei capisaldi del Servizio sanitario pubblico e della tutela dei diritti della salute.

 
 
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