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Daily Archives: maggio 3, 2018

Norme per il blocco del consumo di suolo e la tutela del paesaggio

Dalila Nesci

Norme per il blocco del consumo di suolo e la tutela del paesaggio

Il nostro ordinamento non ha mai attuato in modo organico la finalità costituzionale del razionale sfruttamento del suolo (art. 44 Cost.) che oggi più che mai deve intendersi una risorsa sempre più scarsa, con pesanti ripercussioni sull’economia agricola e turistica.
Il suolo non è solo un elemento produttivo ma anche il cardine della nozione di paesaggio (art. 9, II° comma, Cost.) che, come ha affermato la giurisprudenza costituzionale, “non dev’essere limitato al significato di bellezza naturale, ma va inteso come complesso dei valori inerenti al territorio” (Corte Cost., 7 novembre 1994, n. 379) e conseguentemente come bene “primario” ed “assoluto” (Corte Cost., 5 maggio 2006, nn. 182 e 183) necessitante di una tutela unitaria e supportata pure da competenze regionali, sempre nell’ambito di standard stabiliti a livello statale (Corte Cost., 22 luglio 2004, n. 259).
Nel recente “Rapporto sul benessere urbano” redatto dall’Istat nel 2013 si legge nel capitolo “Il diritto alla bellezza” (pag. 195) “Mentre la tutela dei centri storici e la protezione delle aree naturali sono principi consolidati nel quadro normativo e sedimentati ormai da tempo, la salvaguardia dei paesaggi rurali non si è ancora affermata nella legislazione e neanche nell’opinione pubblica”.
E’ dunque evidente che la legislazione italiana versa, ancora, in una situazione di profondo ritardo rispetto all’attuazione del dettato costituzionale, con gravi ripercussioni sullo stato del paesaggio e del mercato edilizio. Da un lato la gravissima crisi della finanza locale sta portando ad una drastica riduzione del welfare urbano con la prospettiva di una ulteriore arretramento delle condizioni di vita delle popolazioni già colpite da sei anni di crisi economica e finanziaria. Già oggi i comuni italiani non hanno più le risorse sufficienti per garantire l’erogazione dei servizi essenziali da cui dipende la vita quotidiana della popolazione: si chiudono servizi; si riduce l’assistenza sociale; a Napoli, caso emblematico passato troppo in fretta sotto silenzio, il 30 gennaio 2013 non si è garantito il servizio di trasporto pubblico per la mancanza di combustibile con cui far circolare gli autobus municipali.
Sul fronte del paesaggio agricolo e delle aree aperte in generale, stiamo rischiando di cancellare paesaggi storici che hanno formato il vanto della cultura  italiana del territorio. A differenza degli altri paesi europei, i nostri comuni non riescono a controllare il processo di diffusione urbana e abbiamo il paesaggio agricolo più disordinato e compromesso. Peraltro, gran parte delle nuove proposte di realizzazione di grandi trasformazioni urbanistiche che connotano la vita della regioni italiane, basti pensare a Mediapolis di Ivrea o alle cinque nuove città tematiche del Veneto,  vengono localizzate in area agricola: ulteriori compromissioni di migliaia di ettari di territorio sacrificati per uno “sviluppo” speculativo, una delle cause della crisi economica che stiamo vivendo.
Il disordine insediativo e l’abbandono del territorio agricolo sono anche elemento di gravi conseguenze sullo sviluppo del paese e sulla stessa vita dei suoi abitanti. Dissesto idrogeologo, esondazioni e frane non sono infatti fenomeni “naturali”, sono invece le conseguenze della mancanza di governo del territorio.  Si legge ad esempio nel “Primo rapporto Ance – Cresme sullo stato del territorio italiano (2012)” che (pag. 25): “Per avere un’idea della dimensione del problema, si pensi solo che a partire dall’inizio del secolo gli eventi di dissesto idrogeologico gravi sono stati 4.000 che hanno provocato ingenti danni a persone, case e infrastrutture, ma soprattutto hanno provocato circa 12.600 morti, dispersi o feriti  e il numero degli sfollati supera i 700 mila“.  Un costo umano ed economico che il sistema Italia non si può più permettere: la tutela del paesaggio agrario è dunque un’emergenza assoluta.
Infine, sul versante del mercato edilizio  assistiamo da cinque anni alla progressiva diminuzione dei valori immobiliari,  in particolare nelle piccole e medie città e in generale nelle aree periferiche urbane. La stragrande maggioranza delle famiglie italiane si trova così a fare i conti non soltanto con la crisi economica e con la disoccupazione, ma per la prima volta vede il concreto rischio di una forte perdita di ricchezza a causa del crollo dei valori immobiliari in atto. I risparmi di una vita sembrano dunque messi a rischio e ciò provoca un diffuso e pericoloso senso di insicurezza sociale.
Di fronte a questi tre fenomeni, procede senza soste il processo di ulteriore crescita delle città. Nel 2012 il Politecnico di Milano, a seguito di una specifica ricerca, evidenziava come città di grandi dimensioni come Brescia o Bergamo sulla base dei permessi di costruzione già rilasciati, si troveranno ad avere rispettivamente  107 mila e 135 mila  alloggi vuoti inutilizzati. Una quantità edilizia insostenibile, in grado di ospitare un numero di abitanti uguale se non superiore a quello già oggi residente! Giacomo Vaciago sul Sole 24 Ore del 16 febbraio 2012 poneva invece  l’attenzione sulle enormi previsioni edificatorie  esistenti nei piani regolatori comunali  ideati e approvati negli anni in cui si era convinti di un processo di crescita infinita. Nelle mutate condizioni in cui siamo dentro una crisi economica da cui nessuno è in grado di prevedere l’esito e di fronte alla forte riduzione in atto dei valori immobiliari stiamo costruendo un imponente patrimonio immobiliare che  provocherà inevitabilmente un’ulteriore caduta dei valori delle case e per ciò stesso dei redditi della stragrande maggioranza della popolazione italiana.
Sulla base dei dati del censimento Istat 2011, a fronte di circa 25 milioni di nuclei familiari, esistono circa 29 milioni di alloggi. Questi numeri vanno maneggiati con cura, come è noto: la loro distribuzione geografica non è infatti omogenea e possono ancora esistere aree in cui sussistono segmenti di fabbisogni abitativi. Ma tutti gli analisti dei processi territoriali concordano che siamo in  presenza di un eccesso di offerta, come è evidente dall’esteso numero di alloggi invenduti e dal gigantesco processo di abbandono di manufatti per uffici o per le attività produttive. Se il numero delle abitazioni e degli edifici dismessi crescesse ancora, saremmo di fronte ad una situazione di assoluta gravità che, come nella recente esperienza spagnola, rischia di far crollare ulteriormente i valori immobiliari di gran parte delle famiglie italiane.
Fermare il consumo di suolo; cancellare le gigantesche previsioni edificatorie dei piani urbanistici comunali è in tal senso l’unica responsabile risposta per tenere unita la coesione sociale. Insistere, come fanno ancora in molti, sulla sacralità dei diritti edificatori – inesistente, come noto, nella legislazione italiana – significa soltanto privilegiare gli interessi di pochi proprietari fondiari contro gli interessi del 75% dei piccoli proprietari del proprio alloggio.
Una situazione fuori controllo provocata da venti anni di deregulation, di condoni edilizi, di demolizione delle regole pubbliche di controllo delle trasformazioni urbane.  Di concetti giuridicamente  inesistenti, come i “diritti edificatori”, di strumenti di moltiplicazione del consumo di suolo come la compensazione urbanistica. Di deroghe urbanistiche e   paesaggistiche ottenute con l’uso strumentale dell’accordo di programma. Se vogliamo salvare quanto   resta del paesaggio italiano,  le città e tutelare il bene casa degli italiani, dobbiamo voltare pagina e dobbiamo chiudere per sempre la fase di potenziale  ulteriore  espansione urbana. “Stop al consumo di suolo” è pertanto il principale obiettivo della legge: l’unica strada per salvare il  paesaggio agrario e le città.
E’ noto che sul tema del contenimento del consumo di suolo ci sono stati nel recente periodo non soltanto autorevoli interventi di enti di ricerca pubblici come l’Ispra (2012 – 2013). Siamo d fronte a una diffusa presa di coscienza da parte dell’intero paese dimostrata da importanti ricerche e proposte svolte dal WWF insieme al FAI (2011 – 2013), da Legambiente, dall’Inu, da numerose facoltà universitarie, nonché  da importanti associazioni ambientalistiche quali Salviamo il Paesaggio o Italia Nostra.
La proposta di legge si fa carico responsabilmente di questa tematica e stabilisce un duplice principio già presente in alcune leggi urbanistiche regionali: le nuove trasformazioni urbane devono essere collocate all’interno delle zone già urbanizzate e i nuovi impegni di suolo libero possono essere autorizzati soltanto se non sia altrimenti possibile collocarle attraverso la riutilizzazione degli  immobili esistenti non utilizzati.
Per funzionare efficacemente, questa norma generale ha necessità che venga definito in maniera univoca il perimetro delle aree urbanizzate formato dai nuclei storici, dalle zone di consolidata e nuova espansione, dalle aree produttive e da quelle destinate a servizi.  In tal senso i comuni dovranno effettuare la prime trazione delle zone urbane sottoponendole all’approvazione delle regioni. Al di fuori di questo perimetro si può svolgere soltanto attività agricola.
La proposta di legge compie in particolare un fondamentale passaggio culturale indispensabile se si vuole dare solennità al tema della salvaguardia del paesaggio agricolo. E’ infatti noto che esso, pur presentando diffuse  compromissioni causate dall’abusivismo e in generale da una carente azione di governo del territorio da parte delle amministrazioni comunali,  rappresenta una parte fondamentale del paesaggio italiano e, spesso, un elemento identitario della cultura del nostro paese.
Nel 1985 con l’approvazione della legge Galasso (n. 431) il legislatore operò una fondamentale innovazione della nozione di tutela estendendola anche ad alcune  categorie di beni paesaggistici. Questo principio basilare di tutela del paesaggio italiano è stato come noto oggetto di successive conferme legislative fino all’approvazione del Codice dei beni culturali e del paesaggio.
Oggi, di fronte al concreto rischio della scomparsa di importanti porzioni di territorio agricolo ci siamo assunti la responsabilità di ampliare le categorie dei beni paesaggistici vincolati includendovi anche le aree agricole, nella convinzione che la tutela sia lo strumento fondamentale per ricostruire l’unitarietà del paesaggio e nel contempo il ruolo del governo pubblico del territorio previsto dalla Costituzione e troppe volte messo in discussione negli ultimi decenni.
La proposta di legge affronta poi la questione cruciale, in un momento di crisi come quello che il paese sta vivendo, dell’uso produttivo e sociale del patrimonio immobiliare pubblico. E’ noto che da venti anni è in atto un processo di vendita di importanti segmenti della proprietà collettiva. Provvedimenti che, seppur criticabili in linea di principio anche per il fatto che mancava – e ancora manca! – l’elenco dettagliato delle numerose esposizioni di bilancio passivo per le locazioni di immobili privati esse potrebbero trovare collocazione in edifici di proprietà con un importante risparmio economico, poteva avere una sua spiegazione all’interno della fase espansiva dell’economia.
Oggi lo scenario è cambiato radicalmente e ciò ha due oggettive conseguenze. Una delle questioni principali che deve affrontare il nostro paese è la mancanza di lavoro giovanile. Eppure i nostri giovani presentano tassi di scolarizzazione elevati e attitudine all’imprenditorialità spiccata ma frustrata dagli elevatissimi valori locativi degli immobili. Le proprietà pubbliche devono dunque diventare il volano virtuoso da assegnare ai giovani imprenditori in cui poter sperimentare la capacità di  innovazione e creare impresa. Resta inoltre da ricordare che seppure in  presenza di un gran numero di alloggi invenduti, resta alta nei grandi centri metropolitani la questione abitativa perché molte famiglie non hanno la capacità di spesa sufficiente. Anche in questo caso, le proprietà pubbliche dovranno diventare il prezioso strumento per risolvere il diritto all’abitare di tutti i cittadini.
Del resto, è noto che i valori economici di vendita sono sempre più modesti e l’eventuale vendita non farà recuperare neppure i passivi di locazione che si continuano a pagare in ogni parte d’Italia. Senza pensare alle malversazioni e agli sprechi di denaro pubblico che si sono verificati in modo diffuso nel ventennio della svendita. Si può  infatti ricordare la vendita delle caserme di Foggia dove il privato acquirente ha guadagnato in un sol colpo 3 milioni di euro rivendendo lo stesso immobile all’Università locale. O allo scandalo della sede del Ministero dell’economia dell’Eur dove sono stati abbandonati al degrado gli edifici di proprietà per tentare una speculazione edilizia e dove – dopo 6 anni! – lo Stato paga  enormi canoni di  affitto alla proprietà fondiaria privata pur avendo a disposizione grandi contenitori, comprese le stesse torri dismesse, per ospitare le attività istituzionali.
La proposta di legge prevede che prima di procedere a qualsiasi vendita si debbano effettuare quattro adempimenti: il censimento, da parte dei comuni, degli immobili sfitti situati all’interno del proprio territorio; il censimento delle proprietà pubbliche;  il censimento di tutte le esposizioni verso le proprietà private per lo svolgimento delle attività istituzionali; la verifica, effettuata attraverso rigorose forme di pubblicità, delle esigenze di spazi lavorativi da parte di giovani imprenditori e abitativi per le famiglie in stato di disagio abitativo.
Ulteriore tema affrontato dalla legge riguarda il finanziamento da parte dello Stato dei processi di rinnovo e riqualificazione urbana. E’ noto che negli ultimi anni si è affermato il concetto de “non ci sono i soldi”. Problema serio e reale per gli elevati processi di indebitamento della pubblica amministrazione. Problema mal posto se si pensa che il  “Piano  città” è stato finanziato per 2 miliardi di euro a fronte dello stanziamento di oltre 100 miliardi per le grandi opere, come noto spesso inutili a delineare una prospettiva di sviluppo. Per uscire dalla crisi occorre investire in una serie estesa di “piccole opere” che, considerate nei loro aspetti sistemici, potrebbero portare benefici ben maggiori. Si tratta insomma di mutare l’agenda dei finanziamenti e rilanciare gli interventi di riqualificazione urbana.
All’articolo 1 la legge precisa i suoi obiettivi, e cioè la tutela dell’uso dei suoli agricoli come previsto dall’articolo 44 della nostra Costituzione e il contenimento del suo uso a fini insediativi  o di trasformazione territoriale.
L’articolo 2 reca le definizioni di “aree agricole”, “aree a vocazione ambientale”, “consumo di suolo” e “aree urbanizzate”, con l’obiettivo di dare un quadro giuridico meno incerto ed approssimativo di una materia delicata come il governo del territorio.
L’articolo 3 obbliga i comuni ad individuare in modi univoco le aree di uso agricolo. Li obbliga in altri termini a tracciare  una rigorosa suddivisione tra le aree urbanizzate e le aree che appartengono all’uso agricolo e alla conservazione della natura. Una volta tracciata entro 180 giorni questa delimitazione e trasmessa alla regione di appartenenza e al Ministero dell’Ambiente, tutti i nuovi impegni di suolo dovranno avvenire all’interno del perimetro della città edificata, lasciando all’uso produttivo agricolo tutte le restanti aree.
L’articolo 4 restituisce al paesaggio agrario la dignità di elemento costitutivo dell’identità culturale dell’Italia. Esso diviene conseguentemente una categoria di beni vincolati  ai sensi dell’art. 142, comma 1, del d.lgs 22 gennaio 2004, n. 42.
All’articolo 5 la legge risolve un tema di grande delicatezza giuridica, quello dei diritti edificatori. Insieme alla perimetrazione dell’edificato, infatti, i comuni dovranno obbligatoriamente e riportare tutte i diritti edificatori fino ad allora maturati sul proprio territorio. Come è ampiamente noto, nella legislazione urbanistica italiana si intende per “diritto edificatorio” quanto maturato fino alla emissione del provvedimento abilitativo, lasciando tutte le previsioni edificatorie contenute nei piani urbanistici alla legittima potestà comunale di cancellarle sulla base di rigorose e imparziali motivazioni. Esistono a questo riguardo fondamentali sentenze come ad esempio quella del Consiglio di stato  n. 6656/2012. La motivazione che è alla base della cancellazione delle previsioni edificatorie contenute nei piani urbanistici  è quella che dicevamo fin dall’inizio: non si può continuare a inflazionare la costruzione di residenze se non vogliamo mettere a repentaglio i valori immobiliari ancora esistenti, ancorché fortemente decurtati rispetto a cinque anni fa.
All’articolo 6 affronta la possibilità di recuperare alcune delle previsioni urbanistiche contenute negli strumenti vigenti sospesi dalla procedura prevista dall’articolo 2. I comuni in questo caso dovranno però dimostrare con dati ufficiali e organici l’entità dei fabbisogni abitativi o produttivi da realizzare e dimostrare altresì sulla base della ricognizione esaustiva del numero degli immobili dismessi o abbandonati esistenti all’interno del territorio comunale, che non è possibile soddisfare tali esigenze all’interno del perimetro dell’area edificata come stabilita dall’articolo 2 o negli immobili abbandonati.
L’articolo 7 affronta un tema decisivo, poiché da alcuni anni con la legge 244 del 24 dicembre 2007, i proventi ricavati con i proventi dei titoli abilitativi potevano essere utilizzati non soltanto per la realizzazione di opere di urbanizzazione ma anche per la spesa corrente. Tale provvedimento legislativo è stato una delle cause della cementificazione del nostro paese e va conseguentemente abrogato. Anzi, questo divieto alla scorciatoia e alla deroga fa parte di un più generale disegno di ripristino della legalità di cui si sente fortemente l’esigenza.
Altro elemento decisivo per riportare la legalità e la trasparenza nei processi di trasformazione urbana è affrontato all’articolo 8. In esso si pone un limita all’uso derogatorio che in questi anni si è affermato dell’accordo di programma previsto dall’articolo 34 del D.lgs 18 agosto 2000 n. 267 e all’insieme degli strumenti di negoziazione territoriale.  La legge impone che il ricorso all’uso dell’accordo di programma possa avvenire soltanto se esista conformità urbanistica con gli strumenti di piano  paesaggistico e urbanistico vigenti. Basta, insomma, con la cultura delle varianti puntuali che hanno devastato le città e  i territori italiani.
Gli articoli dal 9 all’11 affrontano la questione della conoscenza sistematica dello stato del patrimonio edilizio inutilizzato; di quello pubblico e di quello utilizzato in locazione dalle pubbliche amministrazioni che è causa come noto di forte indebitamento per lo Stato.
L’articolo 13 affronta una questione di grande delicatezza sociale. Il patrimonio immobiliare pubblico deve diventare il volano per facilitare al ripresa economica e produttiva del paese affidandolo ad usi economici a favore di imprese, in particolare giovanili. Inoltre, di fronte al dramma dell’assenza di alloggi sociali per le classi sfavorite, per le giovani coppie e per gli anziani, l’articolo impone che il riuso del patrimonio pubblico sia finalizzato prioritariamente alla soddisfazione dei gravi disagi abitativi. Soltanto dopo questa fase pubblicistica, da effettuarsi mediante le più ampie forme di pubblicizzazione, lo Stato potrà procedere alla vendita degli immobili non utilizzabili a questo fine.
L’articolo 14 torna sul tema delle politiche di sostegno alle attività agricole, come noto oggi in gravi difficoltà economiche e, in particolare, con l’articolo 15 si cancella l’obbligo le pagamento dell’IMU per gli immobili strumentali al funzionamento delle attività agricole.
Gli ultimi due articoli, sono infine destinati alla precisazione delle disposizioni di carattere finanziario e sanzionatorio (art. 16) e delle disposizioni transitorie e finali (art. 17).
Colleghi deputati, con questa  legge  ci proponiamo di salvare il paesaggio italiano da un’ulteriore fase di devastazione urbanistica e di contribuire alla ripresa economica del paese utilizzando in modo intelligente il grande patrimonio immobiliare pubblico. Soltanto così si potrà aprire una nuova prospettiva per il paese e per le giovani generazioni.
 
PROPOSTA DI LEGGE
 
ART. 1.
(Tutela e contenimento del consumo del suolo).
 
La presente legge detta principi fondamentali per il razionale sfruttamento del suolo nonché per la conservazione e la valorizzazione dei terreni agricoli, al fine di promuovere l’attività agricola e forestale – necessaria anche nel contenimento del dissesto del territorio – riconoscendole un ruolo fondamentale per il perseguimento di un rapporto equilibrato tra sviluppo delle aree urbanizzate e aree rurali, al fine di azzerare il consumo di suolo libero, nonché per la tutela del paesaggio,  in attuazione dell’articolo 9, secondo comma, dell’articolo 44 della Costituzione e della Convenzione Europea del Paesaggio del 20 ottobre 2000, ratificata dall’Italia con la legge 9 gennaio 2006, n. 14.
Le politiche di sviluppo territoriale nazionali e regionali perseguono la tutela e la valorizzazione della funzione agricola attraverso l’azzeramento del consumo di suolo e l’utilizzo agroforestale dei suoli agricoli abbandonati, privilegiando gli interventi di riutilizzo e di recupero di aree urbanizzate.
 
ART. 2
(Definizioni)
 
1. Ai fini della presente legge, si intende:
per «aree agricole»: tutte le superfici interessate dalla presenza di suoli produttivi o comunque vegetati, coltivati, incolti o forestali, libere da edificazioni e infrastrutture allo stato di fatto;
per «aree a vocazione ambientale»: tutte le superfici boschive o forestali nonché tutte le aree sottoposte a vincolo di carattere ambientale, idrogeologico, forestale e paesaggistico tutelate ai sensi del d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42, della legge 6 dicembre 1991, n. 394, del  r.d.lgs. 30 dicembre 1923, n. 3267 e della legge 16 giugno 1927, n. 1766 e loro successive modifiche e integrazioni.
per «consumo di suolo»: la riduzione di superficie agricola e forestale, di aree agricole e a vocazione ambientale per effetto di scelte di pianificazione urbanistica nonché di interventi di impermeabilizzazione del suolo, urbanizzazione ed edificazione non connessi all’attività agricola;
per «aree urbanizzate»: tutte le aree individuate dagli strumenti urbanistici vigenti come zone territoriali omogenee di cui alle lettere A), B), D) e F) del comma 1 dell’articolo 2 del decreto del Ministro dei lavori pubblici 2 aprile 1968, n. 1444, nelle quali il rapporto tra superficie impermeabilizzata e superficie totale sia superiore al 50 per cento.
 
ART. 3 
(Perimetrazione del territorio agricolo e naturale)
 
Entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, i comuni redigono la perimetrazione del territorio comunale suddividendolo in tre categorie: le aree urbanizzate, le aree agricole e le aree a vocazione ambientale.
Entro 90 giorni dalla ricezione degli elaborati di cui al comma 1, le regioni o le province nonché le province autonome di Trento e Bolzano, sulla base delle leggi regionali vigenti, predispongono la mappatura del territorio di propria competenza e la inviano al Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.
Entro 90 giorni dalla ricezione delle mappature, Il Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare approva, con proprio decreto, il Quadro nazionale dello stato del territorio, il cui contenuto è pubblicato sul portale cartografico nazionale del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.
Le trasformazioni urbanistiche dei territori comunali avvengono esclusivamente all’interno del perimetro delle aree urbanizzate.
 
ART. 4
(Modifiche al codice del paesaggio)
 
1. All’art. 142, comma 1, del d.lgs 22 gennaio 2004, n.42, è inserita la seguente lettera:
n) il territorio non urbanizzato sia in condizione naturale sia oggetto di attività agricola o forestale“.
2. All’art. 142 del d.lgs 22 gennaio 2004, n. 42 sono aggiunti i seguenti commi:
5. Le regioni, d’intesa con la competente soprintendenza, individuano il territorio di cui al comma 1, lettera n)”.
6. Fino all’intervenuta individuazione ai sensi del comma 5 il territorio di cui al comma 1, lettera n), coincide con l’insieme delle zone di cui alla lettera E) dell’articolo 2 del decreto ministeriale 2 aprile 1968, n.1444, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 16 aprile 1968, n.97, ovvero delle omologhe zone comunque denominate nelle leggi regionali, individuate e perimetrate negli strumenti di pianificazione vigenti”.
“7. Fino all’adeguamento delle leggi regionali ai principi fondamentali dettati dalla legislazione dello Stato in materia di governo del territorio con riferimento al territorio non urbanizzato, nonché fino all’entrata in vigore dei piani paesaggistici, ai sensi dell’articolo 156 ovvero ai sensi dell’articolo 135, e all’eventualmente necessario adeguamento degli strumenti urbanistici ai sensi dell’articolo 145, nel territorio di cui al comma 1, lettera n), è vietata ogni modificazione morfologica dell’assetto del territorio, nonché ogni nuova costruzione, o demolizione e ricostruzione, di edifici, eccezione fatta per quelle finalizzate alla difesa del suolo e alla riqualificazione ambientale”.
3. All’art. 143, comma 4, del d.lgs.  22 gennaio 2004, n. 42, è inserita la seguente lettera:
c) per il territorio di cui al precedente articolo 142, lett. n), il piano paesaggistico prevede obiettivi e strumenti per la conservazione e il restauro del paesaggio agrario e non urbanizzato“.
 
ART. 5 
(Diritti edificatori)
 
I comuni, all’interno della perimetrazione di cui all’articolo 3, individuano anche le aree su cui sussiste un diritto edificatorio.
Ai sensi della normativa nazionale in materia, il diritto edificatorio si concretizza allorquando sia previsto da un titolo abilitativo non decaduto né annullato.
Le previsioni di espansione contenute all’interno degli strumenti urbanistici comunali sono indicazioni meramente programmatiche, che, sulla base di provvedimenti motivati e imparziali, possono subire modifiche o cancellazioni,  attraverso la normale attività pianificatoria della pubblica amministrazione competente.
 
ART. 6 
 (Previsioni di nuove urbanizzazioni)
 
Le trasformazioni urbane avvengono all’interno del perimetro delle zone urbanizzate.
I comuni, sulla base di specifiche e effettive esigenze abitative o infrastrutturali e accertata l’assenza di alternative di riuso e riorganizzazione degli immobili e delle infrastrutture esistenti,  possono prevedere nuove aree edificabili.
Le previsioni di cui al precedente comma devono essere giustificate sulla base di indicatori statistici relativi alla dinamiche demografiche, economiche ed occupazionali elaborati dall’Istat o da istituti di ricerca pubblici.
Le previsioni di nuove urbanizzazioni devono altresì essere giustificate dall’impossibilità di poter essere soddisfatte all’interno delle aree interstiziali urbane non edificate o in edifici esistenti inutilizzati così come individuati dal censimento previsto dall’articolo 9.
Le aree edificabili, individuate ai sensi del comma 1, sono soggette ad un contributo addizionale  rispetto agli obblighi di pagamento connessi con gli oneri di urbanizzazione e con il costo di costruzione, la cui misura è stabilita dai comuni ai sensi delle leggi statali e regionali vigenti.
A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge, il contributo di cui al comma 5 si applica in tutto il territorio nazionale con riferimento a ogni attività di trasformazione urbanistica ed edilizia che determina un nuovo consumo di suolo. Esso è pari a cinque volte il contributo relativo agli oneri di urbanizzazione ed al costo di costruzione.
Sono tenuti al pagamento del contributo di cui al comma 6 i soggetti tenuti al pagamento degli oneri relativi ai costi di urbanizzazione e al costo di costruzione, secondo le stesse modalità e gli stessi termini. I comuni destinano i proventi del contributo a un fondo vincolato destinato ai seguenti interventi:
non meno del 20 per cento alla bonifica dei suoli;
non meno del 20 per cento al recupero e riqualificazione del patrimonio edilizio pubblico esistente, con priorità per gli interventi di messa in sicurezza e risanamento conservativo degli edifici scolastici;
non meno del 20 per cento ad interventi di riduzione del  rischio idrogeologico, sia mediante interventi di riduzione della pericolosità, sia mediante interventi di rilocazione di edifici pubblici posti in aree ad elevato rischio;
non meno del 20 all’ acquisizione, realizzazione e manutenzione di aree verdi.
Gli interventi di cui al comma 7 sono esclusi dal vincolo del patto di stabilità interno.
 
ART. 7 
(Finalizzazione degli introiti derivanti dai provvedimenti abilitativi)
 
I comuni destinano obbligatoriamente i proventi dei titoli abilitativi edilizi e del contributo addizionale di cui all’articolo 4, comma 7, nonché delle sanzioni di cui al d.p.r. n. 380 del 2001, alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, a interventi di recupero e riqualificazione del patrimonio edilizio esistente, anche ai fini della messa in sicurezza delle aree esposte a rischio idrogeologico e sismico, di acquisizione e realizzazione di aree verdi, di qualificazione dell’ambiente e del paesaggio.
Il comma 8 dell’articolo 2 della legge 24 dicembre 2007, n. 244 è abrogato.
 
ART. 8 
 (Ripristino delle regole ordinarie in materia urbanistica)
 
Qualora la definizione e l’esecuzione di interventi complessi, programmi di intervento, opere pubbliche o di interesso pubblico, anche di iniziativa privata, richiede l’azione integrata e coordinata di Comuni, Province, Regioni, amministrazioni dello Stato e altri enti pubblici, si procede alla stipula di accordo di programma secondo quanto disposto dall’articolo 34 del D.lgs 18 agosto 2000, n. 267.
Comuni, Province, Regioni, amministrazioni dello Stato e altri enti pubblici possono concludere  accordi di programma per la realizzazione di proposte e iniziative di rilevante interesse pubblico di cui al comma 1 del presente articolo solo se conformi agli strumenti di tutela del paesaggio e di pianificazione urbanistica.
L’eventuale variazione della strumentazione urbanistica dovrà avvenire, nel rispetto di quanto stabilito dall’articolo 6 della presente legge, attraverso i procedimenti ordinari di variante urbanistica previsti dalle legislazioni regionali.
Gli strumenti di concertazione, negoziazione e semplificazione amministrativa, compresi gli accordi di programma di cui all’articolo 34 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, e la conferenza dei servizi di cui agli artt. 14 e ss della l. 241 del 1990, non possono avere effetto derogatorio rispetto ai regolamenti e agli strumenti urbanistici adottati o approvati secondo la normativa vigente, ad eccezione degli interventi per la realizzazione di infrastrutture e urbanizzazioni pubbliche da realizzarsi su aree di proprietà pubblica.
 
ART. 9 
(Censimento degli immobili inutilizzati all’interno del territorio comunale)
 
Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, i comuni elaborano ed approvano il “Censimento degli edifici sfitti, non utilizzati o abbandonati” esistenti sul proprio territorio, quantificandone caratteristiche e dimensioni.
Ad ogni immobile è allegato il certificato catastale e l’indicazione della destinazione d’uso dell’immobile medesimo, al fine di creare una banca dati del patrimonio disponibile.
La Regione o la provincia competente verificano che le previsioni urbanistiche che impegnano nuove aree edificabili ai sensi dell’articolo 6 non possano essere soddisfatte con gli immobili individuati dal Censimento di cui al presente articolo.
 
ART. 10 
(Censimento delle proprietà pubbliche)
 
Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, i comuni, le province, le regioni, le amministrazioni dello Stato, gli enti pubblici di cui all’art. 1, comma 2, l. 196 del 2009 e ss.mm.ii, e le Università agrarie a qualsiasi titolo proprietari di immobili redigono e inviano al Ministero dell’economia e delle finanze il censimento delle proprietà pubbliche, ivi compresi i beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.
Ad ogni immobile è allegato il certificato catastale e l’indicazione dell’uso dell’immobile medesimo, con specifica distinzione tra proprietà utilizzate per fini istituzionali e proprietà cedute in locazione o inutilizzate.
Per gli immobili ceduti in locazione dovrà essere specificato il titolare del contratto di locazione e le caratteristiche economiche del contratto medesimo.
 
ART. 11 
(Censimento degli immobili privati utilizzati dalle amministrazioni pubbliche)
 
Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, i comuni, le province, e regioni, le amministrazioni dello Stato, le Università agrarie redigono e inviano al ministero dell’economia e delle finanze l’elenco delle proprietà immobiliari private con contratto di locazione passivo.
Ad ogni immobile è allegato il certificato catastale e l’indicazione dell’uso dell’immobile medesimo.
Per ogni immobile sono specificate le caratteristiche economiche del contratto medesimo.
 
ART. 12
(Vendita del patrimonio immobiliare pubblico)
 
Le informazioni raccolte in attuazione degli articoli 8 e 9 sono inserite in una banca dati pubblica e consultabile attraverso il sito internet del ministero dell’economia e delle finanze.
E’ vietata l’alienazione di immobili di cui all’articolo 8, prima che sia concluso il censimento di cui al comma 1.
Il Ministero dell’economia e delle finanze, di concerto con le amministrazioni interessate, redige per ogni amministrazione interessata da affitti passivi un piano di rientro basato sulla piena utilizzazione degli immobili di proprietà pubblica di cui all’articolo 8.
 
ART. 13
(Uso sociale del patrimonio immobiliare pubblico)
 
I comuni e le amministrazioni a vario titolo proprietarie di immobili non utilizzabili a fini istituzionali redigono il piano di utilizzazione dei medesimi immobili destinandoli, sulla base delle loro caratteristiche, ad usi produttivi a favore di nuove imprese giovanili, ad associazioni o, in presenza di gravi disagi abitativi, alla soluzione dei fabbisogni residenziali.
Le amministrazioni devono comunicare in modo efficace e presentare alla popolazione la disponibilità di immobili e il piano di utilizzazione approntato.
Dopo due anni dalla prima pubblicizzazione del piano di utilizzazione, il Ministro per dell’economia e delle finanze, sentite le amministrazioni interessate, redige un piano di vendita per gli immobili pubblici non interessati all’uso per i fini istituzionali o per gli usi previsti dal comma 1.
 
ART. 14
(Tutela del territorio non urbanizzato) 
 
Le leggi regionali assicurano che sul territorio non urbanizzato gli strumenti di pianificazione non consentano nuove costruzioni, né consistenti ampliamenti, di edifici, se non strettamente funzionali all’esercizio dell’attività agro-silvo-pastorale, nel rispetto di precisi parametri rapportati alla qualità e all’estensione delle colture praticate e alla capacità produttiva prevista, come comprovate da piani di sviluppo aziendali o interaziendali, ovvero da piani equipollenti previsti dalla normativa vigente.
Le leggi regionali stabiliscono che le trasformazioni di cui al comma 1  siano assentite previa sottoscrizione di apposite convenzioni nelle quali sia prevista la costituzione di un vincolo di inedificabilità, da trascrivere sui registri della proprietà immobiliare, fino a concorrenza della superficie fondiaria per la quale viene assentita la trasformazione e a non frazionare né alienare separatamente i fondi per la parte corrispondente all’estensione richiesta per la trasformazione ammessa, nonché l’impegno a non operare mutamenti dell’uso degli edifici, o delle loro parti, attivando utilizzazioni non funzionali all’esercizio delle attività agro-silvo-pastorali.
Le leggi regionali disciplinano altresì le trasformazioni ammissibili dei manufatti edilizi esistenti con utilizzazioni in atto non strettamente funzionali all’esercizio delle attività agro-silvo-pastorali, limitandole a quelle di manutenzione, di restauro e risanamento conservativo, di ristrutturazione edilizia con esclusione di qualsiasi fattispecie di demolizione e ricostruzione.
Le leggi regionali e gli strumenti di pianificazione possono disporre ulteriori limitazioni, fino alla totale intrasformabilità, in relazione a condizioni di fragilità del territorio, ovvero per finalità di tutela del paesaggio, dell’ambiente, dell’ecosistema, dei beni culturali e dell’interesse storico-artistico, storico-architettonico, storico-testimoniale, del patrimonio edilizio esistente.
 
ART. 15
(Esenzione dal pagamento dell’Imposta municipale) 
 
I terreni destinati ad uso agricolo e i manufatti che svolgono funzioni strumentali delle aziende agricole sono esenti dal pagamento dell’Imposta municipale.
Sono soggetti al pagamento dell’Imu i terreni improduttivi e i manufatti di uso agricolo inutilizzati.
 
ART. 16
(Disposizioni di carattere finanziario e sanzionatorio) 
 
Il Ministro dell’economia e delle finanze sospende l’erogazione delle risorse del Fondo di solidarietà comunale di cui al comma 380, articolo 1, della legge 24 dicembre 2012, n. 228 nei confronti dei comuni inadempienti rispetto alle disposizioni di cui all’art. 3, c. 1, all’articolo 4, c. 1 e all’art. 5, c. 1.
Il Ministro dell’economia e delle finanze sospende l’erogazione delle risorse di cui al D.Lgs. 18 febbraio 2000, n. 56 nei confronti delle regioni inadempienti rispetto alle disposizioni di cui all’art. 3, c. 2, all’articolo 4, c. 2 e all’art. 5, c. 2.
Dall’attuazione della presente legge non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica. Le Amministrazioni interessate provvedono agli adempimenti previsti nella presente legge con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili.
 
ART. 17
(Disposizioni transitorie e finali) 
 
A decorrere dalla data di entrata in vigore della presente legge e fino all’adozione del decreto di cui all’articolo 3, comma 3, non è consentito il consumo delle aree agricole e delle aree a vocazione ambientale tranne che per la realizzazione di interventi previsti dagli strumenti urbanistici vigenti e provvisti di titolo abilitativo edilizio non decaduto alla data di entrata in vigore della presente legge.
Le regioni a statuto ordinario possono individuare ulteriori aree,  rispetto a quelle indicate al comma 1,  per le quali  è vietato il consumo di suolo.
Le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e Bolzano adeguano la propria legislazione alle disposizioni del presente articolo, secondo i rispettivi statuti e le relative norme di attuazione.

 

Casa, fonte di energia

Casa, fonte di energia

Lark Rise

Le nostre case sono il fulcro delle nostre vite, da loro iniziamo la grande esperienza della vita e con una casa immaginiamo di creare una famiglia. Sono luoghi del cuore che però consumano davvero tanto. Infatti sono come grossi consumatori di energia.

Ma perché consumano così tanto? La stragrande maggioranza delle nostre emissioni di carbonio proviene da due cose: i nostri edifici e le auto che viaggiano tra i nostri edifici. Immaginiamo se tutte le nostre case fossero centrali elettriche in grado di soddisfare le nostre esigenze e ricaricare le nostre auto.

Case così esistono, ed una veramente speciale si trova in Inghilterra. Più che una abitazione è un progetto, un progetto chiamato Larke Rise. É un prototipo che alza il livello ad uno standard completamente nuovo. Non è solo una casa passiva ma una centrale elettrica, che genera il doppio della potenza di cui ha bisogno.

Come funziona la casa forse più avanzata del Regno Unito?

Lark Rise produce 2 volte più energia in un anno di quanta ne consumi. Consuma il 97% in meno di energia dalla rete rispetto alla casa media del Regno Unito. Incredibile. E lo fa per tutti gli usi, compreso il riscaldamento. Inoltre esporta 10 volte più energia di quanta ne importi dalla rete. Il consumo energetico estremamente basso consente a un impianto fotovoltaico da 12 kWp di produrre ogni anno oltre il doppio dell’energia consumata. Dopo aver utilizzato ciò di cui ha bisogno, l’edificio esporta nella rete nazionale più di dieci volte l’energia che importa in un anno e importa il 97% in meno dalla rete nazionale rispetto alla casa media del Regno Unito.

Il fabbisogno di calore è talmente basso che, a partire da marzo 2018, un accumulatore da 12 kWh renderà la casa quasi completamente indipendente dal punto di vista energetico, anche in pieno inverno. Allo stesso tempo, offre condizioni interne estremamente confortevoli, stabili e salutari durante tutto l’anno, in ogni stagione.

Perché serve un prototipo del genere? Lark Rise è stato progettato per mostrare come la “rivoluzione energetica intelligente”possa davvero consentire al Regno Unito di essere alimentato interamente da energia rinnovabile. E non tra 20 anni o più. Lo si può fare ora e per sempre. Il concetto di “edificio come centrale elettrica” consentirà ad ogni città di essere autosufficiente.

Riuscire a ridurre la domanda di energia, significa eliminare proposte anti ecologiche. Si sente parlare di energia nucleare ancora oggi nel 2018. Dovremmo invece spendere soldi per convertire le abitazioni ormai vecchie in qualcosa di diverso. Questo significherebbe posti di lavoro e salute.

Lark Rise è solo uno dei tanti progetti nel mondo che stanno funzionando alla grande. Al momento non è neanche grado di utilizzare e monetizzare tutta quella potenza, dato che la National Grid nel Regno Unito, non è in grado di accettare l’eccesso di energia.

Progetti come Lark Rise dimostrano il potenziale per il governo del Regno Unito di guidare iniziative politiche che consentiranno di risparmiare denaro che altrimenti sarebbe necessario per le centrali elettriche di fornire lo scenario alternativo di business.

La spinta di un nuovo tipo di mercato fatto di micro reti, come quella di Brooklyn , darà vita a una  nuova rivoluzione tecnologica verde. Una rivoluzione che è ormai necessaria sotto tutti i punti di vista.

 

L’inquinamento oggi, la “stupidità” domani

L’inquinamento oggi, la “stupidità” domani

di Pierluigi Scerbo – Noi tutti assistiamo inermi e quasi incoscienti ad una delle catastrofi (se non la piu grande catastrofe) per l’essere umano: un allarmante crollo del quoziente intellettivo. Il sospettato numero uno: l’inquinamento. L’impatto dell’inquinamento sulla biodiversità, l’ecologia e quindi gli equilibri degli ecosistemi sono mostruosi ma non saranno il soggetto di questo articolo, incentrato sull’essere umano e la sua “intelligenza” che, causa numerosi perturbatori ormonali presenti nell’ecosistema, è in via di regressione.

Importanti studi scientifici hanno messo in evidenza che l’essere umano, sin dallo stato fetale nell’utero materno, è esposto a dei “perturbatori” ormonali che possono alterare, in modo disastroso, il corretto sviluppo del cervello (1). Questi perturbatori, presenti nel liquido amniotico che circonda e nutre il bimbo nel ventre materno, possono incidere profondamente sulla proliferazione e differenziazione delle cellule neuronali, quindi sul loro corretto funzionamento. E’ stato cosi osservato che questi “perturbatori” possono ridurre la crescita della massa cerebrale. Per studiare in dettaglio l’impatto che questi “perturbatori” hanno sullo sviluppo del cervello, dei ricercatori ricchi d’ingegno hanno esposto e hanno lasciato nuotare dei girini di rana in presenza di 15 sostanze chimiche (“perturbatori”) presenti nel liquido amniotico di donne incinte (2). Questo approccio permette di mimare in laboratorio lo stato in cui un piccolo essere umano, o qualsiasi animale, si trova esposto nel suo ambiente di sviluppo embrionale. Questi studi ci permettono di comprendere l’impatto di sostanze inquinanti, i “perturbatori”, sull’organismo vivente in fase di sviluppo (impatto ecologico), tanto quanto sulla formazione del cervello umano (impatto socio-sanitario). Con solo un’esposizione di 72 h (3 giorni!), i risultati si sono rivelati a dir poco stupefacenti ed allo stesso tempo inquietanti. Infatti, i ricercatori hanno descritto anomalie nell’espressione di geni importanti per il corretto sviluppo e la crescita del cervello, per la corretta formazione delle strutture neuronali e per la sopravvivenza dei neuroni stessi. E’ stato osservato che, in presenza di questi “perturbatori”, il volume della rete neuronale nel cervello si riduce del 30-40% e ne risulta un’alterazione del comportamento (2-5).

L’asse fisiologico sotto controllo dell’ormone tiroideo è il bersaglio principale di questi “perturbatori” (3). Niente di nuovo sotto il sole, potremmo dire. Infatti delle perturbazioni nell’asse tiroideo durante lo sviluppo embrionale provoca il cosidetto “cretinismo” ed i suoi effetti si conoscono da almeno un secolo. Il “cretinismo” è una malattia che provoca ritardi mentali e problemi di crescita. Carenze di iodio nel regime alimentare materno, o alcune mutazioni, possono provocare il “cretinismo”. Adesso scopriamo che anche l’inquinamento può avere un impatto sullo sviluppo del cervello e favorire il cretinismo, tanto quanto l’autismo.

Delle ricerce scientifiche condotte in Europa e negli USA hanno dimostrato una stretta correlazione tra l’inquinamento da pesticida e l’autismo. E’ un reale shock vedere che in alcune aree della California si è passati, in meno di 20 anni, da 1 bambino su 600 con problemi di autismo, a 1 bambino su 60. Ricerche di fisiologia, biologia cellulare e molecolare hanno svelato l’azione di questi agenti inquinanti sull’organismo durante lo sviluppo embrionale e la riduzione del quoziente intellettivo. L’inquinamento non solo ci farà morire di cancro, ma renderà più “stupide” le generazioni future (3-4-6).

Si può invertire la curva che porterà, inevitabilmente, l’umanità verso la morte dell’intelligenza?

I dati sono allarmanti e le politiche locali, nazionali ed europee saranno all’altezza per rispondere ai richiami provenienti dal mondo scientifico, sociale e sanitario? E se non ne saranno all’altezza, chi potrà spingere la società verso nuovi scenari economico-sociali, socio-cultrali ed ecosostenibili?

Il cittadino dovrà farsi “Stato” e farsi carico di questa terribile eredità?

Se si, engagez-vous, engageons-nous !

L’AUTORE


Pierluigi Scerbo é ricercatore all’Institut Curie (UMR3347-CNRS, France). Muove i suoi primi passi nella ricerca scientifica a Tolosa ed a Marsiglia, dove studia i meccanismi molecolari implicati nella formazione del cervello durante lo sviluppo embrionale. Sotto la direzione del Pr. Demeneix, team leader del laboratorio “Evoluzione delle Regolazioni Endocrine” (UMR7221-CNRS, MNHN-Paris), ha completato il suo dottorato di ricerca in Biologia Molecolare e Fisiologia nel 2012 con tesi sulla pluripotenza cellulare e riprogrammazione nucleare indotta in vivo. Dal 2013 fino al 2016 svolge l’attività di ricerca all’ Institut de Biologie du Developpement di Marsiglia (UMR 7288-CNRS, IBDM) dove raffina le sue competenze in biologia cellulare e imaging, dimostrando l’esistenza di molecole distribuite asimmetricamente durante la divisione (mitosi) delle cellule pluripotenti embrionali. La collaborazione tra due teams de l’IBDM e l’ Institut Paoli Calmet permettono a Pierluigi Scerbo di studiare l’attività di alcune molecole importanti per la morfogenesi embrionale e l’aggressività delle cellule tumorali metastatiche. Nel 2017 raggiunge l’Institut Curie (UMR3347-CNRS) dove porta avanti la sua attività di ricerca, sotto la direzione del Pr. Monsoro-Burq, sulla plasticità cellulare durante lo sviluppo embrionale e nella genesi del cancro.

 

  1. Woodruff TJ, Zota AR & Schwartz JM (2011) Environmental chemicals in pregnant women in the United States: NHANES 2003–2004. Environmental health perspectives 119, 878–885, doi: 10.1289/ehp.1002727
  2. Fini JB, Mughal BB, Le Mével S, Leemans M, Lettmann M, Spirhanzlova P, Affaticati P, Jenett A, Demeneix BA. 2017 Human amniotic fluid contaminants alter thyroid hormone signalling and early brain development in Xenopus embryos. Sci Rep. Mar 7;7:43786. doi: 10.1038/srep43786.
  3. Le Cerveau endommagé : Comment la pollution altère notre intelligence et notre santé. Demeneix Barbara ; Odile-Jacob Science
  4. Cocktail toxique: Comment les perturbateurs endocriniens empoisonnent notre cerveau. . Demeneix Barbara ; Odile-Jacob Science
  5. Mughal BB, Fini JB, Demeneix BA. 2018 Thyroid-disrupting chemicals and brain development: an update. Endocr Connect. Apr;7(4):R160-R186. doi: 10.1530/EC-18-0029.
  6. Mughal BB, Demeneix BA.Endocrine disruptors: Flame retardants and increased risk of thyroid cancer. Nat Rev Endocrinol. 2017 Nov;13(11):627-628. doi: 10.1038/nrendo.2017.123.

     

Basta allevamenti intensivi: torniamo al passato

Basta allevamenti intensivi: torniamo al passato

di Dan Barber – Durante gli ultimi 50 anni abbiamo pescato nei mari nello stesso modo in cui abbiamo raso al suolo le foreste. La distruzione è stata tremenda.

Il 90% dei grandi pesci, quelli che ci piacciono così tanto, come i tonni, gli halibut, i salmoni, i pesci spada si sono ridotti drasticamente di numero. Non c’è rimasto quasi nulla. Così, ci piaccia o meno l’acquacoltura, l’allevamento di pesci, diventerà parte del nostro futuro. Ci sono un sacco di argomenti contrari. Gli allevamenti di pesci inquinano (per lo meno la maggiore parte di essi) e sono inefficienti.

Scopro che c’è finalmente un’azienda che cerca di allevare nel modo giusto. Sono famosi per fare allevamento in mare aperto, senza inquinare. In pratica sono così lontani dalla costa che i gli scarti vengono diluiti, non concentrati. Inoltre la qualità rimane egregia.

Li chiamo e gli chiedo cosa diano da mangiare a questi pesci?

“Proteine sostenibili”, mi risponde. Ma di preciso cosa sono le proteine sostenibili? Scopro cosi che sono mangimi vari, come qualche alga, alcuni mangimi a base di pesce, ma anche “Pezzi di pollo. Per esempio le penne, pelle, ossa, scarti vari, seccati e processati a mangime. Ovviamente non tutta la dieta e cosi, ma un abbondante 30%.

Ma che cosa c’è di sostenibile nel dare ai pesci del pollo da mangiare?

Così tutto finì. Mi capitò anni dopo di recarmi in un ristorante nel sud della Spagna. Mangiai un pesce fantastico. Incredibile. Cosi chiesi da dove proveniva. Mi diedero l’indirizzo di un allevamento che si trovava sulla costa. Li andai a trovare e mi fecero fare un giro dell’immenso allevamento su una piccola barca. Mi accompagnava il propietario.

Non vedevo recinti, vasche, nulla. Ma solo un grande ed immenso ambiente naturale. Come in un safari acquatico. Cosi chiesi alla mia guida cosa rendeva il suo pesce così buono. Lui mi indicò le alghe. Cominciò cosi a raccontarmi di come il loro sia un sistema così ricco che i pesci mangiano esattamente ciò che mangerebbero in un ambiente selvatico. La biomassa delle piante, il fitoplancton, lo zooplancton, è tutto questo che nutre i pesci. Il sistema è così in salute che si auto-rinnova completamente. Non ci sono mangimi.

Avete mai sentito parlare di un allevamento che non dà da mangiare ai suoi animali?

Poi girammo l’angolo e vedemmo una scena tra le più incredibili. Migliaia e migliaia di fenicotteri rosa. Un vero tappeto rosa che si perdeva a vista d’occhio.

“Quello è il successo”, disse. “Guarda le loro pance, sono rosa. Stanno banchettando”

Ero completamente confuso.

“Sì”, disse. “Perdiamo circa il 20% del pesce e delle uova di pesce per via degli uccelli. L’anno scorso su questa proprietà c’erano 600mila uccelli più di 250 specie. Oggi è diventato il più grande e uno dei più importanti santuari privati per gli uccelli in tutta l’Europa.”

Ma una popolazione rigogliosa di uccelli non è l’ultima cosa che vorresti nel tuo allevamento di pesci?

Ma loro non allevavano in modo estensivo, non in modo intensivo. Era un network ecologico. I fenicotteri mangiano i gamberi. I gamberi mangiano il fitoplancton. Così, tanto più è rosa la pancia dei fenicotteri tanto migliore è il sistema.”

Ok, allora riassumiamo.

C’è un allevamento che non dà da mangiare ai suoi animali e che misura il suo successo in base alla salute dei suoi predatori. Un allevamento di pesci, ma anche un santuario per uccelli. A proposito, quei fenicotteri non dovrebbero nemmeno esserci. Fanno il nido in una città lontana 150 miglia dove le condizioni del suolo sono migliori per la costruzione dei nidi. Ogni mattina, volano per 150 miglia e arrivano all’allevamento e ogni sera, si fanno altre 150 miglia per il ritorno.

Tornammo al campo base e mangiammo il loro pesce. La pelle era deliziosa. A me di solito non piace la pelle del pesce. Non mi piace abbrustolita, non mi piace croccante. È quel sapore acre, come di asfalto. Non la cucino quasi mai. Eppure, quando l’ho assaggiata non sapeva per niente di pelle di pesce. Aveva un sapore dolce e pulito era come dare un morso all’oceano.

Bene. Il proprietario mi spiegò che la pelle dei pesci è come una spugna. È l’ultima difesa prima che qualsiasi cosa entri nel corpo del pesce. Si è evoluta per trattenere le impurità. E poi aggiunse “Ma la nostra acqua non ha impurità.”

Ok. Ma l’acqua che fluisce in quell’allevamento viene dal fiume Guadalquivir che è un fiume che porta con sé tutte le cose che i fiumi tendono a portare oggigiorno contaminanti chimici scarichi di pesticidi. E quando scorre lungo il sistema e ne esce l’acqua è più pulita di quando è entrata. Il sistema è così in salute, che purifica l’acqua.

Quindi un allevamento che è letteralmente un impianto di purificazione dell’acqua e non solo per quei pesci ma anche per me e per voi. Perché quando l’acqua esce, se ne va nell’Atlantico. È una goccia nell’oceano, lo so ma io le do il benvenuto.

Quello di cui adesso abbiamo bisogno è una concezione radicalmente nuova dell’agricoltura, nella quale il cibo abbia davvero un buon sapore e non solo un bell’aspetto. In tutto questo periodo l’industria agricola ha semplicemente pensato di nutrire più persone in modo più economico.

Volete nutrire il mondo? Iniziamo a chiederci: come faremo a nutrire noi stessi? O meglio, come possiamo creare le condizioni che consentano a ogni comunità locale di nutrire se stessa?

 

Translated by Giovanni Masino

Reviewed by Enrico Battocchi

Come uno shampoo può inquinare più del traffico

Come uno shampoo può inquinare più del traffico

Quando le persone sono in giro per le città, lasciano dietro di sè una scia di sostanze chimiche. Può sembrare strano? Ebbene non è così.

Le emissioni di silossano, un ingrediente comune negli shampoo, lozioni e deodoranti, sono paragonabili alle emissioni dei principali componenti degli scarichi dei veicoli, come il benzene, durante il traffico dell’ora di punta (in una città del Colorado) secondo un nuovo Studio CIRES e NOAA (Agenzia federale statunitense che si interessa di meteorologia).

Questo lavoro, pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology, è in linea con altri recenti risultati secondo cui le emissioni di prodotti per la cura personale possono contribuire significativamente all’inquinamento atmosferico urbano.

“Abbiamo rilevato un modello di emissioni che coincide con l’attività umana: le persone applicano questi prodotti al mattino, lasciano le loro case e vanno al lavoro o a scuola, quindi le emissioni aumentano durante le ore di lavoro”, ha detto l’autore dello studioMatthew Coggon, scienziato del CIRES.

Il D5 Silossano, abbreviazione di decametilciclopentasilossano, viene aggiunto ai prodotti per la cura della persona come shampoo e lozioni per dare loro una sensazione liscia e setosa. Il silossano appartiene a una classe di sostanze chimiche chiamate composti organici volatili (COV); una volta applicato, evapora rapidamente.Nell’aria, la luce solare può innescare quei COV per reagire con gli ossidi di azoto e altri composti per formare ozono e particolato: due tipi di inquinamento che causano effetti nocivi sulla qualità dell’aria e sulla salute umana.

Coggon e i suoi colleghi hanno misurato i COV dal tetto del laboratorio di ricerca a dicembre 2015 e gennaio 2017, e da un laboratorio mobile nella città di Boulder in Colorado nel febbraio 2016. Tra le altre misurazioni, hanno monitorato le concentrazioni dei composti relativi al traffico, incluso il benzene, comunemente usato come marcatore dello scarico dei veicoli, durante l’ora di punta.

“Stavamo osservando l’aria, monitorando tutte le specie a cui il nostro strumento era sensibile – circa 150 composti. Da quel mix di sostanze chimiche, un composto attirò la nostra attenzione. Abbiamo riscontrato un grande picco nei dati ma non sapevamo cosa fosse”.

Patrick Veres, scienziato del NOAA e coautore del giornale, suggerì il silossano: aveva ragione. Poiché le emissioni di silossano erano correlate alle emissioni di benzene dovute al traffico; la squadra di Coggon pensava che si trattasse anche di una sostanza chimica nello scarico dei veicoli; quindi hanno testato direttamente le emissioni dallo scarico e hanno misurato i bordi della strada.

Dal momento che il silossano e il benzene non provenivano dalla stessa fonte, Coggon e i suoi colleghi si sono resi conto che avevano comunque collegato entrambe le sostanze chimiche a un particolare comportamento umano: il pendolarismo.

Studiando i loro dati ora per ora, hanno realizzato che le emissioni di silossano hanno raggiunto il picco al mattino, quando le persone sono uscite di casa nelle loro auto o autobus. In quel momento anche le emissioni di benzene sono aumentate. Le emissioni di entrambi i prodotti chimici sono diminuite durante il giorno, quindi hanno raggiunto il picco durante il tragitto serale. Il picco serale delle emissioni di silossano era inferiore a quello della mattina, poiché i prodotti per la cura personale erano in gran parte evaporati per tutto il giorno. “Quel modello quotidiano di emissioni è la chiave del nostro studio”, ha detto Coggon. “Ricalca le attività della gente.”

Questa analisi fa parte di un progetto di ricerca emergente che studia come le emissioni di prodotti industriali siano importanti fonti di inquinamento atmosferico urbano.

“Questo studio fornisce ulteriori prove del fatto che, mentre le emissioni di COV dei trasporti sono diminuite, altre fonti di COV, inclusi i prodotti per la cura personale, stanno emergendo come importanti contributi all’inquinamento atmosferico urbano”, ha affermato McDonald.

Tornare a prodotti naturali, che utilizzavano le nostre nonne è la soluzione: fanno bene a noi e non inquinano l’ambiente.

 

Con Berlusconi la Lega si allea ai falchi dell’austerità

Con Berlusconi la Lega si allea ai falchi dell’austerità

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Oggi Matteo Salvini torna ad attaccare l’Europa proponendo un esecutivo che si opponga alle, parole sue, “eurofollie”. Un tormentone fatto di retorica vuota e ampio disinteresse istituzionale, manifestato con insistenza durante tutte le legislature che l’hanno visto uno degli europarlamentari più assenteisti della storia del Parlamento europeo. Le “eurofollie” di cui parla sono ormai ben chiare agli italiani: perché non vengono fatti gli interessi dell’Italia a Bruxelles e Strasburgo? La risposta è semplice, non c’è mai stato un Governo forte, legittimato dal popolo, svincolato dalla vecchia politica, che abbia proposto ricette differenti da quelle imposte dai falchi dell’austerità. L’Italia, negli oltre 20 anni berlusconiani – inframezzati dalle parentesi della cosiddetta sinistra – è stata presa a pesci in faccia. Mancanza di serietà, assenza di responsabilità istituzionale, il Parlamento UE utilizzato come “cimitero per gli elefanti”, sono stati il mix che ha portato il Bel Paese nella serie B del Continente.

Tuttavia, Forza Italia è purtroppo presente in Europa grazie all’alleanza con i falchi dell’austerità a cui Salvini promette di dichiarare guerra, il Gruppo PPE di cui gli europarlamentari di Berlusconi fanno parte. Praticamente, Salvini sta dichiarando guerra alla presunta alleanza di centrodestra. Dunque a se stesso, essendo – sempre usando parole sue – un’alleanza non creata ad hoc per la legge elettorale, ma su punti programmatici. Cosa ci può essere in comune tra la Lega di Salvini e il gruppo europeo di Angela Merkel e Jean-Claude Juncker? Insomma, siamo dinanzi all’ennesima prova dell’enorme presa in giro rappresentata da questa finta intesa di scopo, in cui un partito con i conti correnti bloccati sta insieme a unpregiudicato incandidabile col solo fine d’impedire il cambiamento. A pagare il prezzo di questa macchinazione sono l’Italia e gli italiani, che da mesi aspettano un Governo che risolva i problemi e se ne freghi di questi giochi di palazzo.

Intanto, rispolverando la memoria a Salvini e alla Lega, viene fuori quello che solo in questa legislatura europea il suo alleato ha avuto il coraggio di votare, dando ampiamente prova della sua integrità:
a favore di ogni testo economico che imponeva maggiore austerità;
a favore del CETA;
contro la riduzione delle spese delle istituzioni europee;
in favore dell’insabbiamento dello scandalo Dieselgate (con i famosi limiti di tolleranza innalzati dal Parlamento europeo);
contro il blocco ai finanziamenti dei partiti politici e delle fondazioni europee;
contro norme più dure verso i paradisi fiscali;
ha votato a favore di pesticidi; del glifosato; degli OGM;
ha votato per non rinunciare ai privilegi (pensioni e stipendi assurdi);
in favore dei fosfati per la conservazione della carne congelata utilizzata per i kebab;
per non dichiarare le spese degli europarlamentari
.

Un bel quadretto che rappresenta plasticamente chi sta giocando con la fiducia degli italiani, prendendo in giro milioni di persone che hanno diritto di essere rappresentate anche in Europa.

 

Giornata storica, Parlamento UE vota per bloccare la sperimentazione animale

Giornata storica, Parlamento UE vota per bloccare la sperimentazione animale

sperimentazione-animale-m5s-movimento-evi-stop-mondiale.jpgdi Eleonora Evi, EFDD – M5S Europa

Oggi è stata votata una risoluzione storica al Parlamento europeo: un testo che chiede all’UE d’impegnarsi nel promuovere, sostenere e facilitare la conclusione di una convenzione internazionale per dire basta ai test su animali e per vietare una volta per tutte il commercio internazionale di qualsiasi prodotto cosmetico che non sia “cruelty free”. Una vittoria che abbiamo fortemente cercato, giocando un ruolo fondamentale nel fare in modo che l’Europa ascoltasse i suoi cittadini e assumesse una posizione forte e con parole nette contro la sperimentazione animale nel settore dei cosmetici. Ad esempio, abbiamo chiesto e ottenuto che si lavori per arrivare ad un accordo internazionale, dunque giuridicamente vincolante. L’UE si assume quindi la responsabilità di condurre una battaglia globale di sensibilizzazione, con lo scopo ultimo di arrivare alla messa al bando globale.

Finalmente si è scelto di ascoltare la voce di milioni di cittadini europei che, con numerose petizioni, hanno chiesto di combattere questa battaglia di civiltà. Con la seguente risoluzione, insieme agli Stati membri, l’Unione dovrà come detto impegnarsi, nel contesto delle Nazioni Unite e non solo, a convincere il più ampio numero di Paesi ad affrontare seriamente il problema. Una sperimentazione che, tra le altre cose, in Europa non potrebbe avvenire. Perché il “Regolamento 1223/2009” vieta i test sugli animali d’ingredienti e prodotti cosmetici, così come la loro commercializzazione. Tuttavia, la legislazione dell’Unione – incardinata sul “Regolamento REACH” – prevede comunque la sperimentazione sugli animali di sostanze chimiche che sono presenti, oltre che nei cosmetici, anche in altri prodotti di largo consumo, come detergenti e farmaci.

Inoltre, una questione da affrontare è quella dei prodotti cosmetici (provenienti da paesi terzi) che arrivano nel mercato europeo. Quest’ultimi sono spesso privi delle informazioni sui test eseguiti, una mancanza d’informazioni che aggira di fatto la piena attuazione dei nostri divieti. Ecco perché la risoluzione approvata oggi ha ancor più valore: si è scritto nero su bianco che l’obiettivo è arrivare a un bando globale con un impegno ben preciso per l’Europa.

L’UE, in questo senso, si assume il ruolo di portabandiera della campagna politica e culturale condivisa dal 90% degli intervistati da Eurobarometro (indagine svolta nel marzo 2016), secondo i quali è necessario vietare la sperimentazione animale e porre fine al commercio internazionale di prodotti e ingredienti cosmetici che hanno avuto questo tipo di test oltre i confini europei, non solo in Cina. Una battaglia ambiziosa e che si preannuncia anche complessa, visto che queste pratiche sono ancora ampiamente accettate e praticate nell’80% dei paesi del mondo.

Un risultato di grande rilevanza che spero possa rappresentare un primo passo verso l’ambizioso progetto di cancellazione totale dei test su animali per qualunque prodotto, non solo cosmetico.

 

Il 15 maggio saranno pubblicati i bandi europei per il Wi-Fi gratuito. Ecco la guida per tutti i Comuni

Il Blog delle Stelle

 
Il 15 maggio saranno pubblicati i bandi europei per il Wi-Fi gratuito. Ecco la guida per tutti i Comuni

Il 15 maggio saranno pubblicati i bandi europei per il Wi-Fi gratuito. Ecco la guida per tutti i Comuni

di MoVimento 5 Stelle Europa

L’accesso a Internet è un diritto che va riconosciuto a tutti i cittadini. Il bando europeo (WiFi4EU) che finanzia il Wi-Fi gratuito negli spazi pubblici dei piccoli Comuni è una lodevole iniziativa. Il 15 maggio 2018 alle 13 verrà pubblicato il primo bando: questi voucher saranno assegnati secondo la modalità “a sportello”, in base all’ordine di arrivo della richiesta. Sarà quindi fondamentale la data e l’orario di inoltro della candidatura. Per questo i Comuni dovranno prepararsi nel migliore dei modi per non perdere l’occasione.

Questo è il portale per registrarsi: https://www.wifi4eu.eu/#/home

L’ammontare del voucher equivale a 15.000 Euro per ciascuna municipalità. Chiederemo che l’iniziativa venga replicata anche oltre il 2020 e con una maggiore dotazione finanziaria. È importante sottolineare l´importanza del coinvolgimento delle PMI locali per l’installazione e la manutenzione dei servizi Wi-Fi, perché ciò favorirebbe l’innovazione e la creazione di occupazione nelle comunità locali. Qui trovate la lista dei Comuni italiani ammessi a partecipare. Per fare chiarezza riportiamo una lista di domande e risposte utili per chi voglia accedere al bando.


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Chi beneficerà dell’iniziativa?
Il progetto WiFi4EU è destinato ai cittadini dell’UE e ai visitatori e permetterà loro di accedere gratuitamente a connessioni Wi-Fi in luoghi pubblici come parchi, piazze, edifici pubblici, biblioteche e centri sanitari nell’UE. Gli hotspot Wi-Fi possono essere installati dal comune e dall’impresa di impianti Wi-Fi utilizzando il buono dell’UE.

Chi può presentare domanda?
L’iniziativa WiFi4EU è rivolta agli enti pubblici degli Stati membri dell’UE e dei paesi SEE partecipanti, ossia Norvegia e Islanda. Nel primo invito possono presentare domanda solo i comuni (o amministrazioni locali equivalenti) oppure le associazioni formate da comuni, che però presentano domanda solo per conto dei singoli comuni. L’elenco dei soggetti ammissibili (p. es. i comuni o le associazioni di comuni che agiscono per conto dei singoli comuni) è stato concordato con ciascuno Stato membro; i comuni e le associazioni di comuni potranno consultarlo per verificare la propria ammissibilità a registrarsi/presentare domanda. Le “associazioni di comuni” possono registrare più comuni, ma devono presentare la domanda definitiva online individualmente per ciascun comune incluso nella registrazione. Le associazioni di comuni non hanno diritto a ricevere un buono. Ogni buono avrà come beneficiario un singolo comune. Ogni comune può ricevere un solo buono per l’intera durata dell’iniziativa. Pertanto, i comuni a cui viene assegnato un buono non possono presentare domanda negli inviti successivi, mentre i comuni che hanno presentato domanda e non hanno ricevuto un buono possono partecipare nuovamente qualora vi siano successivi inviti.

Come si presenta domanda?
I comuni possono registrarsi sul portale in qualsiasi momento compilando un semplice modulo di registrazione. Per registrarsi il comune deve disporre di un account EU Login. Il portale web WiFi4EU offre inoltre ai fornitori di servizi la possibilità di registrarsi e indicare dove (ossia, in quali paesi e regioni) possono prestarli, in modo che i beneficiari possano consultare l’elenco per le proprie procedure d’appalto. In un secondo momento, una volta pubblicato l’invito, i comuni potranno presentare domanda (cliccando sul pulsante “Domanda di buono” sulla pagina “La mia domanda”).

Quali informazioni sono necessarie per registrarsi prima della pubblicazione?
I comuni (o le associazioni di comuni che agiscono in nome dei propri membri) possono registrarsi in qualsiasi momento sul portale. Devono fornire informazioni di base sul comune, in particolare le coordinate di contatto del rappresentante legale e, se lo desiderano, i recapiti della persona di contatto (in genere un dipendente) incaricata di gestire la registrazione e la presentazione delle domande. Per registrare un comune sono necessarie le seguenti informazioni che non saranno rese pubbliche, ad eccezione del nome del comune registrato:
– paese e tipo di organizzazione da registrare (comune o associazione);
– informazioni sul comune (nome del comune; indirizzo ufficiale, numero e codice postale);
– informazioni sul rappresentante legale (nome e cognome; indirizzo e-mail);
– informazioni sulla persona di contatto se diversa dal rappresentante legale (nome e cognome; indirizzo ufficiale, numero e codice postale).
Il processo di registrazione è semplice: i comuni possono presentare domanda nella lingua da loro scelta senza bisogno di alcun intermediario. I comuni NON devono allegare un progetto tecnico o documentazione tecnica sulla rete Wi-Fi da sviluppare, NÉ è loro richiesta la valutazione preliminare dei costi da parte di un fornitore per poter presentare domanda per il buono.

Quando si potrà presentare la domanda di buono?
Una volta pubblicato l’invito, i comuni registrati potranno presentare la domanda di buono sul medesimo portale. Per presentare la domanda basta cliccare sul pulsante “invia”.
La data del primo invito è pubblicata sul portale; le date degli inviti successivi saranno anch’esse pubblicate sul portale
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Come avverrà la selezione?
I comuni saranno selezionati in base all’ordine di presentazione delle domande (in base alla data e all’ora della presentazione della domanda e NON in base all’ordine di registrazione). Nel primo invito a presentare proposte sarà assegnato un minimo di 15 buoni per paese. Il numero di buoni per paese non deve superare l’8% del budget del primo invito.

Quanto vale ogni buono?
Ogni buono ha un valore di 15 000 EUR.

Cosa fare dopo aver ricevuto il buono?
Il beneficiario deve garantire il completamento dell’installazione e l’attivazione dell’hotspot Wi-Fi entro 1,5 anni dall’assegnazione del buono. Entro tale termine il beneficiario potrà pertanto definire il proprio progetto e scegliere un’impresa di impianti Wi-Fi che porti a termine l’installazione. Ogni beneficiario appalterà a uno o più fornitori di sua scelta l’installazione dell’apparecchiatura wireless (conformemente alle norme in materia di appalti pubblici). La Commissione non interverrà nei rapporti contrattuali tra il beneficiario e il fornitore. Ciascun fornitore può registrarsi sul portale in qualsiasi momento, ma in ogni caso entro la data in cui il beneficiario gli conferisce l’appalto. I beneficiari sceglieranno i “centri della vita pubblica” in cui installare gli hotspot WiFi4EU. Gli hotspot Wi-Fi saranno installati in aree in cui non sono già presenti offerte analoghe di connettività Wi-Fi gratuita. I beneficiari sono liberi di scegliere il proprio fornitore di servizi internet, che non deve necessariamente essere l’impresa di fornitura/installazione del Wi-Fi. Il beneficiario dovrà abbonarsi per almeno 3 anni dal momento in cui la rete entra in funzione a un servizio di connettività a banda larga ad alta velocità che fornisca agli utenti una connessione a internet di elevata qualità.

Che cosa finanzia il buono?
I buoni WiFi4EU coprono i costi delle attrezzature e delle installazioni degli hotspot Wi-Fi che soddisfano i requisiti definiti nel testo dell’invito e nella convenzione di sovvenzione che sarà firmata con i comuni selezionati. Questi ultimi sosterranno i costi della connettività (abbonamento a internet), del funzionamento e della manutenzione delle apparecchiature per almeno 3 anni. Il comune si farà carico anche dei costi relativi alla procedura di gara d’appalto (compresa l’elaborazione del capitolato d’oneri), della messa a punto della necessaria connettività backhaul (ad esempio l’estensione delle reti) o delle attrezzature aggiuntive non direttamente pertinenti agli hotspot Wi-Fi (postazioni di ricarica, arredi urbani, ecc.).

Come si può riscattare il buono?
Per assicurare la corretta riscossione del buono, il fornitore dovrà registrarsi sul portale WiFi4EU e fornire i dati necessari (referente, estremi di contatto, copertura geografica delle operazioni e coordinate bancarie). Sia il fornitore che il beneficiario dovranno confermare che la rete locale è installata e operativa. Una volta confermata l’effettiva operatività della rete locale (tramite monitoraggio a distanza), verrà effettuato il pagamento. Il fornitore potrà allora riscattare il buono dalla Commissione europea; qualsiasi importo da saldare non coperto dal buono o superiore al valore del buono sarà pagato dal beneficiario.

Quali responsabilità ha il comune a cui è stato assegnato il buono?
L’hot spot Wi-Fi deve essere installato utilizzando il buono. I comuni o gli altri enti pubblici sono tenuti, per almeno 3 anni, al finanziamento dell’abbonamento a internet e alla manutenzione delle apparecchiature necessarie per offrire gratuitamente Wi-Fi di elevata qualità ai cittadini e ai visitatori. I beneficiari devono utilizzare l’identità visiva comune fornita dalla Commissione e i collegamenti agli strumenti online ad essa associati.

Il progetto può essere più ampio del buono?
I beneficiari possono utilizzare il buono WIFI4EU per finanziare parzialmente un progetto di valore superiore: in questo caso le attrezzature e i costi di installazione che superano il valore del buono rientreranno nell’ambito del contratto tra il fornitore e il beneficiario.

Come può registrarsi un’impresa d’impianti Wi-Fi?
Le imprese di impianti Wi-Fi possono registrarsi nella sezione dedicata del portale WiFi4EU, inserendo i seguenti dati:
– informazioni sulla società (nome della società; indirizzo ufficiale, città, codice postale e Stato; partita IVA; sito internet aziendale (opzionale); codice BIC e numero di conto corrente (in formato IBAN)
– informazioni relative alla zona geografica (paesi o aree di un paese) in cui opera la società
– informazioni su una persona di contatto (nome e cognome; codice del paese e numero di telefono; indirizzo e-mail).
Le imprese di impianti Wi-Fi possono registrarsi sul portale in qualsiasi momento, ma in ogni caso entro la data in cui un comune selezionato conferisce loro l’appalto. In questo modo potranno riscattare il buono una volta completata l’installazione. Non è necessario che le imprese di impianti Wi-Fi facciano richiesta del buono, per poterlo riscattare; esse devono essere registrate sul portale e aver stipulato un contratto di servizio con uno dei comuni selezionati
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Quale dovrebbe essere la velocità delle reti?
La rete Wi-Fi dovrebbe essere in grado di fornire all’utente un’esperienza di alta qualità. I comuni dovrebbero optare, tra le offerte disponibili sul mercato di massa, per quella che garantisce la più alta velocità disponibile nella zona o comunque una velocità pari ad almeno 30 Mbps. Anche la velocità della rete di backhaul dovrebbe essere almeno pari alla connettività utilizzata dal comune per le sue esigenze interne. La Commissione monitorerà in remoto la qualità della connettività di tutti gli hotspot WiFi4EU.

È possibile avviare il progetto e riscattare il buono in un secondo momento?
A norma del regolamento finanziario, non è possibile concedere retroattivamente una sovvenzione per le azioni già completate. Questo significa che i comuni non dovrebbero sostenere alcun costo prima della data alla quale viene loro assegnato un buono, ossia la data della firma della convenzione di sovvenzione. Qualora i comuni decidessero di usare il buono per ampliare una rete esistente mediante hotspot supplementari, i costi sostenuti per tali hotspot supplementari non dovrebbero essere anteriori alla data della firma della convenzione di sovvenzione.

Le reti esistenti possono aderire all’iniziativa?
Le reti Wi-Fi attualmente esistenti potranno aderire all’iniziativa WiFi4EU nel rispetto delle condizioni da definirsi, fra cui alcune specifiche tecniche, al fine di non alterare le caratteristiche principali dell’iniziativa WiFi4EU, come l’accesso gratuito e senza condizioni discriminatorie, nel rispetto di alcuni requisiti di marca e condizioni tecniche. Le reti esistenti potranno inoltre aderire all’iniziativa WiFi4EU anche senza il ricorso ai buoni. Stiamo lavorando per trovare soluzioni adeguate alle diverse situazioni che potrebbero presentarsi.

Saranno necessari documenti?
Per presentare la domanda i comuni dovranno integrare la registrazione con i seguenti documenti giustificativi:
– una scansione firmata della prova dell’approvazione della domanda e una copia di un documento d’identità del sindaco (carta d’identità, passaporto);
– un documento attestante che il rappresentante legale rappresenta il comune (quale un atto di nomina).
I documenti dovranno essere caricati come file separati sul portale WiFi4EU nella pagina “Il mio account” in un formato idoneo (.pdf, .png o .jpg). Questa funzionalità sarà disponibile a breve. Una volta disponibili, prima della pubblicazione dell’invito il 15 maggio (Orario estivo dell’Europa centrale), sarà inviata un’e-mail ai comuni registrati affinché possano caricare tutti i documenti di cui sopra. Si osservi che i comuni non potranno presentare la domanda di buono finché non avranno fornito tutti i documenti giustificativi di cui sopra
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Il buono può essere utilizzato per pagare l’IVA?
Il buono può essere utilizzato per pagare l’IVA, tranne nei casi in cui il beneficiario sia una persona non soggetto passivo (quale definita nella direttiva 2006/112/CE) o possa recuperare l’IVA in virtù del diritto nazionale (legislazione sull’IVA applicabile).

È possibile connettere più centri della vita pubblica locale?
Sì, è possibile connettere più centri della vita pubblica locale a una singola rete (portale di accesso unico) o a più reti (diversi portali di accesso). Se i costi delle attrezzature e dell’installazione superano il valore del buono, i costi in eccesso devono essere finanziati dal comune o da altre fonti di finanziamento nazionali/regionali.

La connettività internet (abbonamento a un fornitore di servizi internet) deve essere esclusivamente destinata alla rete WiFi4EU?
Il comune può decidere se limitare la connessione alla sola rete WiFi4EU o condividerla con altri servizi/reti, a condizione di garantire in ogni momento agli utenti un’esperienza internet di alta qualità e di rispettare le condizioni dell’iniziativa.

Il comune può affidare a più terzi l’allestimento della rete e quindi richiedere che il buono sia diviso tra più imprese?
No. I buoni WiFi4EU possono essere utilizzati solo per l’acquisto e l’installazione delle apparecchiature per i punti di accesso. L’ammontare del buono sarà versato a una singola impresa che il comune indicherà come installatore della rete Wi-Fi.

Che cosa si intende con accesso gratuito?
Ai sensi del regolamento (UE) 2017/1953, l’accesso non è considerato gratuito se, per esempio, sul portale di accesso sono presenti pubblicità che costituiscono una fonte di entrate per il comune o se l’utente finale è obbligato ad acquistare prodotti o servizi per accedere alla rete. Come indicato al considerando 4 del regolamento, il servizio fornito dagli hotspot WiFi4EU deve essere gratuito, ovvero fornito “senza alcuna remunerazione in cambio, sotto forma non solo di pagamento diretto, ma anche di altri tipi di corrispettivo, quali la pubblicità commerciale o la fornitura di dati personali a fini commerciali”, per i primi tre anni di funzionamento.

Per quanto tempo è valido il buono?
Il buono ha una validità di 18 mesi, trascorsi i quali scade e non può più essere riscattato. Pertanto la rete dovrebbe essere operativa e pronta all’uso entro 18 mesi.

Le reti WiFi4EU prevedono particolari caratteristiche di sicurezza?
Le specifiche tecniche dell’apparecchiatura comprenderanno alcune caratteristiche di sicurezza che saranno definite in dettaglio nella convenzione di sovvenzione. In ultima analisi la responsabilità della gestione di ciascuna rete WiFi4EU a livello locale spetterà ai beneficiari (i comuni), che definiranno quindi le impostazioni di sicurezza, conformemente alla normativa dell’UE e nazionale. Sebbene in una prima fase gli hotspot pubblici WiFi4EU non dovranno necessariamente essere criptati, nella seconda fase (dal 2019 in poi) sarà creata una piattaforma comune di autenticazione che fornirà caratteristiche di sicurezza aggiuntive per la connessione degli utenti finali e agevolerà il roaming ininterrotto tra gli hotspot WiFi4EU situati in zone differenti.

Quali saranno i requisiti tecnici per i sistemi informatici di WiFi4EU?
Le specifiche tecniche del captive portal saranno definite in dettaglio nella convenzione di sovvenzione firmata tra i beneficiari (i comuni) e la Commissione.
Nella fase iniziale del programma il captive portal dovrà avere almeno le seguenti caratteristiche:
– snippet integrato dalla CE per monitorare l’effettivo funzionamento della rete WiFi4EU (nessuna raccolta di dati personali);
– marchio WiFi4EU obbligatorio (WiFi4EU SSID).
Una volta avviata la fase 2 sarà necessaria una riconfigurazione Wi-Fi locale per consentire la funzione di roaming (piattaforma comune di autenticazione) tra le diverse reti locali WiFi4EU
.

Quali saranno i requisiti tecnici per i punti di accesso WiFi4EU?
Le specifiche tecniche dell’apparecchiatura saranno definite in dettaglio nella convenzione di sovvenzione firmata tra i beneficiari (i comuni) e la Commissione.
Si prevede che i punti di accesso dovranno avere almeno le seguenti caratteristiche:
– conformità a 802.11ac Wave I;
– supporto 802.1x;
– capacità di gestire almeno 50 utenti concorrenti senza degrado delle prestazioni;
– almeno 2×2 MIMO (entrate multiple/uscite multiple);
– conformità a Hotspot 2.0 (programma di certificazione Passpoint di Wi-Fi Alliance)
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Per chi avesse ulteriori dubbi o domande potrà scrivere direttamente alla Commissione Europea tramite questo link: https://europa.eu/european-union/contact/write-to-us_en.

Buon Wi-Fi a tutti!

 

Si scrive occupati, si legge precari

Il Blog delle Stelle

 
Si scrive occupati, si legge precari

Si scrive occupati, si legge precari

di Nunzia Catalfo

L’ISTAT oggi conferma le nostre preoccupazioni. Il miglioramento dei dati occupazionali, legato peraltro a una crescita in via di indebolimento, è purtroppo quasi soltanto virtuale.

Il primo trimestre 2018 segna l’ennesimo boom dei contratti precari, mentre i permanenti calano di 8mila unità e diminuiscono gli indipendenti addirittura di 37mila unità. Su base annua, il trend si accentua: addirittura 51mila contratti stabili in meno e oltre 323mila lavoratori a termine in più.

Senza dimenticare la preoccupante stasi del lavoro femminile: senza un maggiore coinvolgimento delle donne, il mercato occupazionale non potrà mai ripartire davvero. E’ evidente come il Jobs Act abbia fallito il suo principale obiettivo: rendere il contratto a tutele crescenti, che poi è stabile solo in teoria, il preferito da parte degli imprenditori.

Bisogna riformare in profondità le politiche attive, rilanciare la formazione continua e quegli investimenti che possano aiutare le imprese a guadagnare in produttività: è dimostrato infatti che le aziende preferiscono scommettere e investire su lavoratori stabili. Solo così si creerà quel circolo virtuoso tra lavoro di qualità, consumi e innovazione di cui il Paese ha urgente bisogno.

 

Previsto un taglio dei fondi UE per 5 miliardi alle Regioni più povere

Il Blog delle Stelle

 
Previsto un taglio dei fondi UE per 5 miliardi alle Regioni più povere

Previsto un taglio dei fondi UE per 5 miliardi alle Regioni più povere

di MoVimento 5 Stelle Europa

Con l’uscita della Gran Bretagna dall’UE i soldi per il funzionamento delle istituzioni europee aumentano, mentre i fondi destinati agli Stati membri in difficoltà diminuiscono. Un paradosso logico quello che ha proposto la Commissione europea per bocca di Jean-Claude Juncker nell’appuntamento odierno della presentazione del prossimo quadro finanziario pluriennale 2020-2027. Una proposta a cui l’Italia deve reagire in modo deciso. I tagli alla cosiddetta politica di coesione del 7% sono inaccettabili perché colpiranno i territori più poveri d’Europa e d’Italia: Puglia, Sicilia, Campania, Lazio e via dicendo. Si tratterebbe di circa 5 miliardi di Euro di minori risorse investite, un’accetta usata fuori dalle logiche di solidarietà e cooperazione comunitarie. Il prezzo della Brexit non possono pagarlo le Regioni più povere e generalmente meno industrializzate.

Noi chiediamo che il livello di disoccupazione giovanile sia inserito, oltre al PIL, come indicatore principale per quantificare l’assegnazione dei fondi europei. Durante la discussione al Parlamento europeo presenteremo emendamenti per rimediare agli errori della Commissione. Ci sono spazi per ridurre i troppi sprechi europei e per rimodulare le spese, come abbiamo sempre proposto dal nostro ingresso al Parlamento europeo.

I tagli lineari sono una follia a cui ci siamo sempre oppost
i e, per quanto invece riguarda la PAC – la Politica Agricola Comune che interessa il nostro Sud – chiederemo di privilegiare nell’assegnazione dei fondi i piccoli agricoltori ed eliminare tutte le inefficienze. Vogliamo capire meglio, infine, come verranno utilizzati i 25 miliardi stanziati a sostegno delle riforme strutturali. Se per riforme strutturali la Commissione Europea intende il Jobs Act e la riforma Fornero troveranno un muro rappresentato da 11 milioni di cittadini italiani che ci hanno dato fiducia.

Ricapitolando, l’Italia ha una dotazione complessiva di 76,1 miliardi di Euro derivanti dai quattro fondi Strutturali e d’investimento (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale FESR; Fondo Sociale Europeo FSE; Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale FEASR; Fondo europeo per gli affari marittimi e la pesca FEAMP) ai quali è eleggibile. Ecco cosa potrebbe avvenire nelle varie Regioni con un taglio confermato del 7% qualora la quota italiana di questa programmazione venga mantenuta, e stiamo parlando solo di due dei quattro fondi a cui l’Italia ha diritto (FSE e FESR):

– Sicilia: 820 milioni FSE + 4,5 FESR = 4,9 miliardi, si rischia di perdere 340 milioni (nella prossima programmazione);
– Campania: 1,25 FSE + 4,08 FESR = 5,33 miliardi, si rischia di perdere 370 milioni;
– Calabria 2,3 miliardi (multifondo FESR-FSE) = si rischia di perdere 160 milioni;
– Basilicata: 289 FSE + 826 FESR = 1,1 miliardi si rischia di perdere 77 milioni;
– Puglia: 7,2 miliardi (multifondo) = si rischia di perdere 500 milioni;
– Sardegna: 444 FSE + 930 FESR = 1,37 miliardi, si rischia di perdere 95 milioni;
– Lazio: 902 FSE + 969 FESR = 1,8 miliardi, si rischia di perdere 125 milioni;
– Abruzzo: 142 FSE + 271 FESR = 413 milioni, si rischia di perdere 28 milioni;
– Marche: 287 FSE + 585 FESR = 872 milioni, si rischia di perdere 61 milioni;
– Molise: 153 FSE + FESR (multifondo) = si rischia di perdere 10 milioni;
– Toscana 732 FSE + 792 FESR = 1,5 miliardi, si rischia di perdere 105 milioni;
– Umbria 237 FSE + 585 FESR = 858, si rischia di perdere 60 milioni;
– Liguria: 354 FSE + 392 FESR = 746, si rischia di perdere 52 milioni;
– Lombardia: 970 FSE + 970 FESR = 1,9 miliardi, si rischia di perdere 133 milioni;
– Piemonte: 965 FESR + 872 FSE = 1,83 miliardi, si rischia di perdere 128 milioni;
– Emilia Romagna: 721 FESR + 786 FSE= 1,5 miliardi, si rischia di perdere 105 milioni;
– Veneto: 764 FSE + 600 FESR = 1,3 miliardi, si rischia di perdere 91 milioni;
– Trento: 109 FSE + 108 FESR = 217 milioni, si rischia di perdere 15 milioni;
– Bolzano: 136 FSE + 136 = 272 milioni, si rischia di perdere 19 milioni;
– Friuli Venezia Giulia: 276 FSE + 230 FESR = 506 milioni, si rischia di perdere 35 milioni;
– Valle D’Aosta: 55 FSE + 64 FESR = 119 milioni, si rischia di perdere 8 milioni.

QUI IL COMUNICATO STAMPA DEI PORTAVOCE MARCO VALLI E LAURA AGEA

 

Parte l’operazione taglia privilegi del MoVimento e scattano le fake news di Repubblica

Il Blog delle Stelle

 

 

L’operazione taglia-privilegi del M5S è partita e, puntuale come un orologio svizzero, scatta la disinformazione di Repubblica. L’obiettivo è evidente: screditare la nostra azione che, guarda caso, intacca direttamente gli interessi personali del gruppo politico-imprenditoriale di riferimento dell’house organ. Noi non ci lasceremo intimorire e taglieremo tutti i vitalizi, anche a Eugenio Scalfari e ai membri della famiglia De Benedetti che beneficiano di questo privilegio. Lo faremo per riaffermare un principio di equità sociale non più derogabile, con buona pace di Repubblica.

Per la prima volta nella storia una forza politica accoglie le istanze dei cittadini e si fa carico di intervenire sui vitalizi in essere calcolati con il metodo retributivo. Il rapporto tra contributi versati ed emolumenti percepiti è di 1 a 9, vi sono ancora casi di ex parlamentari che incassano l’assegno senza aver mai messo piede alla Camera ma Repubblica si ostina ad attaccarci. Il M5S ha mantenuto la promessa: in soli 15 giorni il Collegio dei Questori ha consegnato l’istruttoria per cancellare questo privilegio calcolando, in una fase iniziale che non tiene conto degli interventi su reversibilità ed ex parlamentari condannati, un risparmio iniziale di 18,7 milioni di euro. A questa cifra si aggiungeranno i risparmi prodotti con gli interventi successivi e quelli generati dal Senato dove il M5S sta lavorando per approntare la medesima delibera. Il titolo dell’articolo odierno dell’edizione cartacea di Repubblica, che parla di flop sui vitalizi, è evidentemente frutto di semplice dissonanza cognitiva.

Come se non bastasse, Repubblica attacca il M5S anche con un articolo online dedicato all’approvazione della proposta di delibera sul superamento degli Allegati A e B, ovvero gli elenchi di persone che i gruppi parlamentari devono assumere per non incorrere in pesanti sanzioni finanziarie. Questi elenchi sono stati creati dopo Tangentopoli dai partiti non sulla base del merito con una selezione o un concorso pubblico, ma privilegiando soprattutto l’affiliazione politica. La previsione delle sanzioni di fatto costringe i gruppi ad assumere il personale scelto dai partiti, scaricandone così il costo sul bilancio della Camera. Il M5S è intervenuto per sanare questa situazione che alimenta posizioni di vantaggio maturate sul piano politico, decimando le sanzioni e prevedendo comunque la soppressione progressiva degli Allegati. In questo modo si risparmieranno ben 480mila euro l’anno: un dato che, anche in questo caso, l’articolo di Repubblica si guarda bene dal citare.

Sapevamo che, con la nostra operazione, avremmo scatenato attacchi e fake news. Ora più che mai serve la stampa libera. Noi non ci fermiamo e rispondiamo colpo su colpo: non si può fermare il vento con le mani. Fatelo sapere a tutti!

 

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