Siamo alla frutta, anzi allo spezzatino

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Siamo alla frutta, anzi allo spezzatino

Siamo alla frutta, anzi allo spezzatino

di Roberta Lombardi

Ieri il nuovo presidente di Tim, oltre che Ceo di Vivendì, il francese Arnaud dePuyfontaine, ha dichiarato di essere pronto allo scorporo della rete Telecom. Attenzione! Perché lo spin-off non sarà fatto certo per fonderla con quella di Open Fiber, la società della rete controllata da Enel e Cdp, due colossi di Stato, ma per venderla con ogni probabilità ad Orange, ossia al governo francese, che non ha mai nascosto le sue mire sulla nostra infrastruttura e il nostro mercato. Se ne parlò anche in occasione del bilaterale italo francese dell’8 marzo 2016 quando pubblicamente Renzi se ne uscì dichiarandosi felice in una fusione di Tim in Orange. Pazzesco!

Altrettanto faranno con Tim Brazil, il secondo operatore brasiliano, che probabilmente i francesi venderanno a Telefonica a cui devono la scalata della nostra compagnia telefonica. Da qui la decisione di nominare Amos Genish, uomo di fiducia di Bollorè nelle attività sudamericane, artefice dell’affare GVT proprio con Telefonica. Ecco che ogni nodo viene al pettine. Il nostro Governo? Non pervenuto! Eppure i ceffoni presi da Macron con l’ingerenza in Libia, la prelazione dei cantieri navali STX e la chiusura di Ventimiglia avrebbero dovuto svegliarlo. Invece niente. Silenzio assoluto. Eppure ricordo, per molto meno, nel 2013 Letta, (oddio! Mi stanno facendo rimpiangere Letta) non esitò un attimo nell’inserire le nostre tlc tra gli asset della sicurezza e della difesa nazionale in occasione del tentativo di scalata di Telefonica. Quando pensa di fare altrettanto Gentiloni? Perché se non lo avesse ben capito, le intenzioni dei cugini d’Oltralpe, con l’acquisizione del pieno potere “di esercizio di direzione e coordinamento” di Telecom Italia, con tanto di nuova sede legale a Parigi, è la lampante dimostrazione che vogliono fare sul serio e siccome questa scelta comporterà quasi certamente anche l’accollo pro quota di parte del debito dell’Incumbent nazionale (25 miliardi netti) non staranno certo a guardare.

E’ vero che inserire le tlc negli asset della sicurezza e difesa nazionale farà scattare la reazione europea, ormai una tecnocrazia a guida franco tedesca, ma è l’unico immediato modo che abbiamo per bloccare lo spezzatino in atto. Dopodiché? Dopodiché Telecom Italia deve ritornare sotto egida pubblica così come lo sono tutti gli Incumbent dei nostri partner europei. Come? Di esproprio non se ne parla proprio, la rete di Telecom Italia, in buona parte in rame, è valutata sui 15 miliardi di euro e il gioco non vale la candela anche perché occorrerebbe spenderci altrettanto per modernizzarla. Al massimo si potrebbe acquistare Sparkle, la società che detiene i cavidotti sottomarini in fibra ottica (500 mila km di rete) che collega l’Europa al resto del mondo e che fattura 1,3 miliardi l’anno il cui valore si aggira, secondo gli specialisti, tra i due miliardi di euro. In ogni caso, anche per tutelare i 63 mila dipendenti del nostro Gruppo, l’unica alternativa è entrare nell’attuale azionariato tramite Cdp o altra società a controllo pubblico. Alla fine Bollorè ha conquistato Tim-Telecom Italia con appena 3 miliardi di euro ed adesso si appresterebbe a svenderla quintuplicando il suo investimento. Tutto questo grazie ai nostri professionisti della politica che siedono al Governo. Insomma: siamo alla frutta, anzi allo spezzatino.

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Un’assessore in giro per Roma

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Un'assessore in giro per Roma

Un’assessore in giro per Roma

di Pinuccia Montanari, assessore all’Ambiente – Roma

Ho raccolto una serie di appunti per fissare nella memoria tutto il lavoro che abbiamo fatto questa settimana. Li voglio condividere con voi per raccontarvi cosa stiama facendo. Queste ultime sono state giornate davvere impegnative. Oltre all’ordinario lavoro siamo stati alle prese con l’emergenza incendi nella pineta di Castel Fusano.
Memoria del 28 luglio
La mattina era iniziata bene, quando sono stata chiamata con urgenza a Castelfusano per incendio. Ogni giorno, nonostante i nostri interventi, sono continuati gli incendi dolosi, come sostiene il nostro Servizio Giardini.
Mentre stavamo andando a Castelfusano mi viene detto che anche un altro autodemolitore è saltato per aria. L’ennesimo. In realta si tratta di rimessaggio per barche sul Tevere. Andiamo lì. La competenza è della Regione. Sono bruciate barche in resina ed è per questo che il fumo nero avvolge il Tevere. Noi chiediamo subito un sopralluogo e una valutazione delle emissioni all’Arpa. Sembra un inferno con elicotteri che ti girano sulla testa, cani che abbaiano, le sterpaglie che continuano a bruciare. L’area è demaniale e di competenza della Regione. Anche il comandante Di Maggio, accorso sul posto, vorrebbe interrogare e mettere sotto sequestro l’area, ma le carte son tutte bruciate e il tizio proprietario rivendica una autorizzazione rilasciatagli dalla Regione nel 1960. Noi procediamo comunque. È gia la sesta attività comemrciale che salta per aria. Mentre siamo lì un albero cade a Colle Oppio. Per fortuna nessuno si è fatto male. Lascio il Tevere e arrivo finalmente alla riserva naturale in fiamme. Le fiamme sono domate. Ma c’è gente che, nonostante l’ordinanza di divieto, si aggira tra i rami bruciati con il rischio di crollo, per far vedere a suo figlio come è una foresta che brucia. Alcuni passano tra il fumo facendo jogging e controllando il polso, indifferenti. Non solo pedoni ma ciclisti. Pensiamo che ci voglia l’esercito. Una baracca che mi dicono essere li da decine d”anni si è allacciata all’idrante per prendere acqua. Questa è la situazione. Rientriamo in nottata: passiamo da Piazza Vittorio. Ci sono cassonetti puliti ed uno dove un rovistatore ha tirato fuori tutto. Mentre guardiamo il disastro, scorgo pelli di gatti che erano nel cassonetto. Faccio foto subito perché è reato. Ma non riusciremo a risalire al colpevole. Ma non ci arrendiamo. Carichiamo le batterie per un altra giornata di lavoro.

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#ProgrammaUniversità: la governance dell’Università

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#ProgrammaUniversità: la governance dell'Università

#ProgrammaUniversità: la governance dell’Università

 

Il sistema di governo di cui si dota un ateneo non definisce soltanto la sua gerarchia e l’organigramma, ma determina anche il come e quali scelte e politiche che quell’ateneo adotterà. Per questo è fondamentale comprendere e decidere quale sia il sistema di governance ottimale per il nostro Paese. Se sia preferibile un sistema verticistico e fortemente piramidale come quello attuale, uno più partecipato e “orizzontale”, oppure se tra questi due modelli sia più funzionale una soluzione intermedia.

di Marco Rondina

La Legge 240 del 2010, la cosiddetta riforma Gelmini – dal nome dell’allora ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca – ha modificato molti aspetti funzionali ed organizzativi dei nostri atenei. Uno degli passaggi principali di tale cambiamento ha riguardato la governance delle università statali: composizione durata, funzionamento e modalità di disegnazione dei membri dei principali organi di governo. Vale a dire il rettore, il direttore generale, il consiglio di amministrazione e il senato accademico. A seguito delle modifiche apportate dalla Legge 240, il rettore viene sostanzialmente eletto tra soli i professori ordinari per un mandato di sei anni non rinnovabile ed è diventato il vero organo propulsore delle attività didattico scientifiche e dello sviluppo strategico dell’ateneo. Il rettore, infatti, oggi ha anche la funzione di proposta nella scelta del Direttore Generale ed ha potere di intervento rispetto al bilancio e alla programmazione triennale. Oggi dunque il rettore quindi ha un potere elevato e spesso privo di efficaci controlli e bilanciamenti.

Analizzando lo stato di salute del nostro sistema universitario a distanza di sette anni dall’entrata in vigore della legge Gelini, non si può dire che sia delle migliori. Il numero di studenti è ancora il più basso d’Europa, quello di docenti in forte contrazione, anche a causa del blocco del turnover che impedisce un adeguato ricambio generazionale, la didattica stenta ad innovarsi, il rapporto studenti-docenti continua a peggiorare. Queste criticità sono evidenti soprattutto nelle università del Meridione, quelle più penalizzate dal sistema di distribuzione delle scarse risorse a disposizione. In questi ultimi anni abbiamo infatti assistito a un pesante definanziamento del sistema universitario italiano: i fondi per il diritto allo studio non sono sufficienti e, mentre lo Stato procedeva alla riduzione delle risorse, la spending review ha contribuito a liberalizzare la tassazione studentesca
L’accentramento di poteri al vertice degli atenei, oltre ad aver tutt’altro che contribuito al miglioramento del sistema, ha determinato una condotta sempre più autoritaria all’interno delle università mentre altrove ci sono realtà che si sono orientate verso sistemi più aperti e partecipati.

Sarebbe quindi auspicabile una nuova e più moderna concezione dell’università, che assicuri una maggiore partecipazione ai processi decisionali da parte di tutte le componenti dell’ateneo. Un modello nel quale il rettore non sia più espressione soltanto della comunità scientifica, ma dell’intera comunità universitaria, e che, dunque, venga eletto anche dal personale tecnico-amministrativo e dagli studenti. Il rettore in caso un mandato più breve, ma rinnovabile, per una sola volta. Il senato accademico e i l consiglio di amministrazione saranno organi pienamente elettivi e la loro composizione sarà rappresentativa dell’intera comunità universitaria. Infine, sarebbe prevista la presenza di un organo rappresentativo permanente della popolazione studentesca.

A questi due modelli se ne aggiunge un terzo: quello vigente prima del 2010. Questo prevedeva un minor accentramento dei poteri in capo al rettore e i principali organi di rappresentanza delle università avevano una composizione maggiormente rappresentativa rispetto alla Riforma Gelmini. Non veniva però contemplato alcun limite di mandato, né per il rettore né per le altre cariche. Inoltre, la distribuzione delle competenze all’interno del senato accademico erano diverse, ma meno definite, rispetto a quanto previsto dalla Legge 240.

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Basta bufale su Gianroberto Casaleggio: #RenziChiediScusa

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Basta bufale su Gianroberto Casaleggio: #RenziChiediScusa

Basta bufale su Gianroberto Casaleggio: #RenziChiediScusa

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di Davide Casaleggio

Renzi deve smetterla di infangare la memoria di mio padre. E’ intollerabile che continui a ripetere una bufala da lui inventata che stravolge il pensiero di mio padre. Non è la prima volta che lo dico, ma ho il dovere di ribadirlo ancora. Mio padre ha detto, e ci sono le interviste e i video che lo dimostrano, che “Un messaggio in Rete perde la sua viralità se è falso, nel tempo” e che “i nostri messaggi sono virali di per sé, dunque veri, e si diffondono da soli. Quelli degli altri, palesemente falsi, hanno bisogno di un supporto di truppe àscare, pagate magari 5 euro al giorno“. Ossia completamente il contrario di ciò che dice Renzi che “un messaggio che è virale diventa vero“. Un messaggio che è vero diventa virale, se è falso invece perde viralità. Ciò è quanto affermato da mio padre. Renzi dovrebbe saperlo sulla sua pelle viste tutte le menzogne propinate agli italiani in questi anni, compresa questa, che lo hanno portato a perdere completamente la sua credibilità. E’ inaccettabile che il segretario del Pd continui a mettere in bocca a mio padre parole che non gli sono mai appartenute. Lo invito a rettificare e chiedere scusa immediatamente per non perdere il minimo di dignità che dovrebbe contraddistinguere ogni dichiarazione politica. E se pensa che attaccando le persone scomparse non venga smentito: si sbaglia. Difenderó il pensiero di mio padre ogni volta che sarà necessario.

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