Ilva e Tempa Rossa: fondi europei per riconvertire il Sud Italia

Ilva e Tempa Rossa: fondi europei per riconvertire il Sud Italia

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Basta inquinamento. Basta morti causate da un modello industriale legato al fossile. I cittadini chiedono di poter vivere in un ambiente sano ed esasperati dalle mancate risposte si sono rivolti al Parlamento europeo con delle Petizioni che chiedono il rispetto delle normative europee. Non esistono cittadini di serie B, non devono esserci zone franche in Europa quando si tratta di difendere la salute dei cittadini.

I cittadini chiamano, il gruppo Efdd – MoVimento 5 Stelle risponde. Abbiamo proposto e ottenuto una visita ufficiale del Parlamento europeo nel Sud Italia. Ecco il racconto di Eleonora Evi e Rosa D’Amato che hanno partecipato alla missione. Ci chiediamo dove fossero gli europarlamentari di Pd e Forza Italia. Sono già al mare?

di Eleonora Evi e Rosa D’Amato, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa.

“Usiamo i fondi europei per ridare futuro e speranza al Sud Italia malato di inquinamento. Abbiamo visitato, insieme a una delegazione della Commissione Petizioni del Parlamento europeo, gli stabilimenti ILVA ed ENI e abbiamo partecipato a numerose audizioni che si sono svolte in prefettura. Abbiamo ascoltato i cittadini che hanno presentato le petizioni, gli organi di controllo ambientale e sanitario ISPRA, ARPA e ASL, i sindacati, Confindustria, Confagricoltura, le ONG e le associazioni del territorio che si battono per una Taranto diversa. Vogliamo una politica attiva, diretta, senza stucchevoli liturgie.


LO STABILIMENTO ILVA

Le prescrizioni AIA, ovvero gli obblighi che l’impianto deve ottemperare per ridurre il suo impatto inquinante sul territorio, in larghissima parte non sono attuate. Tra promesse, proroghe e decreti del governo, lo stabilimento continua a generare perdite e soprattutto a inquinare. Tra le prescrizioni non attuate, ad esempio, manca ancora una tra le più importanti: la copertura dei parchi minerali. Si tratta di cumuli di minerali di ferro e carboni che con il vento si alzano e si disperdono nell’ambiente, fino a ricoprire di rosso tutte le strade nei pressi dello stabilimento per poi arrivare nelle case dei tarantini e nei loro polmoni. Molti residenti sono costretti a tenere le finestre chiuse per evitare di essere esposti e respirarle. Una promessa, quella della copertura dei parchi minerari, che risale a molti anni fa, e che fino ad oggi è rimasta lettera morta. Tutti i membri della delegazione sono rimasti stupefatti di fronte a una tale situazione di costante pericolo per la salute dei cittadini.

Dalle audizioni sono emersi elementi nuovi e significativi. L’ISPRA, per esempio, ha ammesso che con lo scellerato decreto cosiddetto Salva Ilva ha le mani legate. Le nuove regole prevedono che l’impianto debba ottemperare l’80% delle prescrizioni AIA. E il restante 20%? Non pervenuto. Peccato che il questo restante 20% sia relativo alle opere più importanti e che inquinano di più come la copertura dei parchi minerali. Il decreto salva Ilva non fornisce al controllore alcuno strumento per ottenere un miglioramento ambientale e sanitario. L’Arpa poi ha ammesso che la natura stessa dell’impianto non azzera il rischio e un impatto sulla salute dei cittadini. Un rischio che per i cittadini di Taranto non è più accettabile, stando ai sempre più numerosi studi epidemiologici che dimostrano il nesso tra il mostro inquinante e l’insorgere di patologie gravissime nella popolazione, specialmente quella più debole, i bambini e gli anziani. E’ inaccettabile anche la totale mancanza di informazioni e trasparenza della fase di transizione dello stabilimento che, dall’attuale amministrazione pubblica straordinaria guidata dai commissari governativi, passerà nelle mani di un nuovo proprietario, l’AM Investco (Arcelor Mittal e Marcegaglia), lasciando i cittadini di Taranto nella condizione di subire passivamente per l’ennesima volta le decisioni sul futuro dell’area.

L’IMPIANTO TEMPA ROSSA
Come se non bastasse, di fianco al gigante decadente che sforna acciaio, sorge la raffineria di proprietà dell’ENI. Nello stabilimento viene trasformato il greggio in combustibili e carburanti commerciali che vengono poi distribuiti in una vasta area del sud Italia. Si tratta di un altro grande impianto che negli enormi serbatoi e tubature lavora e movimenta ogni anno 6,5 milioni di tonnellate di petrolio. Circa 250 navi operano nel pontile che si affaccia sul mare per il carico e scarico dei prodotti della raffineria. In questo quadro si inserisce il progetto di ampliamento dell’impianto per contenere e stoccare il greggio proveniente dalla nuova concessione di estrazione petrolifera in Basilicata, progetto denominato Tempa Rossa.

Le petizioni invitate dai cittadini denunciano una situazione poco trasparente per quanto riguarda la sicurezza dell’impianto stesso: classificato come impianto a rischio di incidente rilevante, Tempa Rossa deve rispettare la normativa europea, cosiddetta direttiva Seveso, che prevede la predisposizione di piani di emergenza interni e esterni allo stabilimento a tutela e protezione non solo dei lavoratori dell’azienda ma anche della popolazione che vive nelle vicinanze. Nonostante le sollecitazioni e lo scadere dei termini per la presentazione di tali piani, che devono peraltro essere fatti coinvolgendo e informando i cittadini, ad oggi ENI ne risulta sprovvista.

LE PROPOSTE M5S
L’Europa che vogliamo dialoga, si confronta e risponde ai problemi dei cittadini. Chiediamo la riconversione industriale delle aree e tutele per la salute dei cittadini. Bisogna ricollocare i lavoratori anche nelle bonifiche e la formazione. I fondi europei ci sono e servono proprio a questo.

Chiediamo di abbandonare il modello industriale inquinante e quello energetico del fossile verso una riconversione dell’area che guardi a un futuro sostenibile e resiliente, alle vocazioni del territorio, al turismo e all’agroalimentare. Vogliamo sostenere l’imprenditorialità creativa e l’economia sociale, che metta al centro le energie rinnovabili e l’economia circolare. Noi ci siamo. Abbiamo le idee chiare. E non lasceremo mai soli i cittadini!

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Si al referendum in Lombardia e Veneto

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Si al referendum in Lombardia e Veneto

Si al referendum in Lombardia e Veneto

di Movimento 5 Stelle Lombardia e Veneto

Il M5S si è battuto per coinvolgere i cittadini su una possibilità prevista dalla Costituzione: permettere a Lombardia e Veneto di gestire “in casa” molte delle risorse che ora è lo Stato a decidere come spendere. Altro che Padania e le bugie che i governi leghisti hanno raccontato per venti anni ai cittadini.

Nell’attuale legislatura i Consigli Regionali delle due regioni hanno votato la nostra proposta e dato il via alla consultazione in programma il prossimo 22 ottobre, con le rispettive maggioranze leghiste costrette ad abbandonare definitivamente utopie indipendentiste totalmente incostituzionali come lo Satuto Speciale o la gestione del Residuo Fiscale, nonostante la Lega continui a usarle come leve elettorali per promuovere questo referendum.

La soluzione del M5S è democratica, costituzionale e non toglie risorse alle altre regioni. Questo referendum affronta il tema del “Regionalismo differenziato”, trattato nell’articolo 116 della Costituzione italiana, ovvero la possibilità di gestire direttamente le risorse che lo Stato già spende in trasferimenti e servizi per le Regioni. Risorse legate a determinate materie che, in caso di esito referendario positivo, saranno oggetto di una trattativa tra Regioni e Stato. Parliamo di competenze molto importanti come il sostegno alle imprese, la ricerca e l’innovazione, l’ambiente, l’istruzione, la valorizzazione dei beni culturali, e il governo del territorio, che avvicinate verso il basso e verso i territori troverebbero maggiore efficacia.

Dare la voce ai cittadini è una prerogativa di questo Movimento, tanto più su un tema così importante, tanto più se in passato le stesse regioni hanno provato ad aprire una trattativa ricevendo solo porte in faccia anche dal Governo, a guida PD, che tentò, con la riforma costituzionale seppellita dagli italiani il 4 dicembre, di togliere alle regioni anche molte delle attuali competenze, per non parlare della “clausola di supremazia” che avrebbe permesso allo Stato di passare sopra qualsiasi decisione locale.

Il M5S vuole salvaguardare le specificità e le esigenze di ogni territorio, nel “quadro dell’unità nazionale”, esattamente come richiede questo referendum. Siamo un popolo unito, senza bandiere politiche ed ideologiche che fa valere e sentire la propria voce con un referendum consultivo, esattamente come successo in Gran Bretagna sul tema Brexit. Abbiamo da sempre denunciato e combattuto contro lo spreco di risorse pubbliche anche degli enti locali, ma per il M5S al strada da percorrere non è l’accentramento, ma portare le risorse pubbliche il più vicino possibile ai cittadini. Da qui, da questa responsabilizzazione delle comunità, passa il miglioramento delle strutture pubbliche locali che in mano ai partiti si sono trasformate troppo spesso in mangiatoie.

I soldi spesi per interpellare i cittadini non sono mai uno spreco, soprattutto davanti ai 360 milioni di euro bruciati da Stato e Regione Lombardia per sostenere la vuota BreBeMi, i 300 milioni della Regione Veneto per la Superstrada Pedemontana veneta con cui si colma un buco creato dai privati, o il miliardo di euro speso tra defiscalizzazione e garanzie pubbliche del fallimentare progetto della Pedemontana lombarda, o i miliardi bruciati nel Mose, ma sono un’opportunità e un investimento futuro per permettere di rispondere al meglio alle esigenze dei cittadini.

 

#ProgrammaImmigrazione: le vie legali di accesso

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#ProgrammaImmigrazione: le vie legali di accesso

#ProgrammaImmigrazione: le vie legali di accesso

I partiti sono politicamente responsabili del disastro immigrazione. Il Partito Democratico ha voluto l’operazione Triton che prevede l’apertura dei soli porti italiani a tutti i barconi. Forza Italia e Lega, quando erano al governo, hanno firmato il Regolamento di Dublino che costringe i richiedenti asilo giunti in Italia a rimanervi anche se vorrebbero andare in altri Stati europei. I risultati delle loro politiche sono evidenti a tutti gli italiani. Chi ha sbagliato deve andare a casa. L’immigrazione deve essere gestita e le leggi rispettate. Per arrivare allo storico obiettivo di scardinare il business degli scafisti e azzerare sbarchi e morti nel Mar Mediterraneo, bisogna rafforzare lo strumento delle vie legali e sicure di accesso per raggiungere l’Europa. Nel quesito che oggi discutiamo, chiediamo la valutazione dell’ammissibilità delle domande di protezione internazionale nelle ambasciate e nei consolati nei Paesi di origine o di transito o nelle delegazioni dell’Unione europea presso i Paesi terzi, con il supporto delle Agenzie europee. Con questa proposta si otterrebbero il coinvolgimento dell’Europa nella gestione dei flussi e la riduzione dei centri di accoglienza dove troppo spesso si nascondono oscuri interessi. Inoltre, ne beneficerebbero anche i profughi stessi che, una volta riconosciuto il diritto alla protezione, avrebbero un modo sicuro e legale per scappare da guerre e persecuzioni.

di Paolo Morozzo Della Rocca, docente di diritto civile all’Università di Urbino ed esperto di diritto dell’immigrazione, Comunità di Sant’Egidio – Progetto corridoi umanitari.

La distinzione tra migranti economici, migranti forzati, profughi o richiedenti asilo è, in realtà, una distinzione difficile e non troppo netta. Persino da uno stesso Paese si possono avere flussi misti. Un nigeriano può scappare da Boku Haram in una regione del Nord o da un movimento autonomista violento ma potrebbe anche venire da una città ed essere in cerca di un futuro professionale. La domanda che ci poniamo oggi è: “Perché i rifugiati arrivano con i barconi?”. In passato, i profughi potevano viaggiare con un passaporto e un biglietto e chiedere asilo alla frontiera sperando di non essere respinti proprio lì, ma una volta non serviva il visto.
Il visto è uno strumento di controllo recente. L’Italia, per esempio, ha introdotto una regola generale d’ingresso con il visto solo nel 1990. Il visto è una specie di controllo anticipato rispetto alla frontiera e quindi, quando non viene concesso, diventa una sorta di respingimento anticipato proprio perché, secondo le norme vigenti oggi, si può chiedere asilo solo se si riesce ad arrivare alla frontiera, ma ci si arriva solo se si ha un visto. Però tu puoi ottenere il visto e venire in Italia, in realtà, solo se sei turista, o se ti fingi turista, ma se hai bisogno di asilo sicuramente non puoi venire. Perciò qui c’è un paradosso: può entrare regolarmente e viaggiare in tutta sicurezza solo chi non ha diritto di restare, mentre chi questo diritto ce l’ha è costretto a esercitarlo dopo avere viaggiato illegalmente.

Il paradosso è anche che, per chiedere asilo oggi, bisogna prima affrontare il deserto, poi si diventa naufraghi e si arriva come clandestini. Nel frattempo si perdono o si lasciano i documenti e poi bisogna smettere di essere clandestini e fare domanda di asilo. Alcuni, troppi, muoiono in mare: nel 2016 circa 5.000. E quanti ancora saranno morti nel deserto? Certo, non erano tutti profughi, non erano tutti richiedenti asilo, ma comunque erano tutte povere persone in cerca di speranza. Ora, costretti alla clandestinità, i profughi richiedenti asilo non possono ovviamente scegliere come viaggiare, ma nemmeno possono scegliere dove arrivare.

Tutto è deciso dai trafficanti. Così, per esempio, un eritreo che ha fratelli o cugini in Olanda, se potesse andrebbe in Olanda, ma invece arriverà in Sicilia. Secondo le regole di Dublino, il Paese di primo sbarco nell’Unione Europea è il Paese competente per dare asilo. Questo significa che quell’eritreo, con i cugini in Olanda, dovrà rimanere in Sicilia, una volta arrivato. E anche una volta riconosciuto rifugiato, lui che parla bene l’inglese e ha già un lavoro che l’aspetterebbe in Olanda – perché il fratello glielo ha procurato – dovrà però rimanere in Italia per almeno 5 anni. Questo è un altro paradosso. Più la sua vita in Italia sarà difficile – per esempio, non trova lavoro e non ha una casa – e più sarà obbligato a rimanere da noi, rimanendo lontano dal fratello o dal cugino che lo attenderebbe in Olanda. Infatti oggi è previsto che i rifugiati, una volta arrivati in un Paese responsabile per il loro asilo, possano cambiare Paese di residenza solo se ottengono, dopo almeno 5 anni di residenza e avendo trovato un lavoro regolare, un nuovo permesso di soggiorno.

Il regolamento di Dublino è proprio come una gabbia ma, smetterebbe di esserlo, se i richiedenti asilo potessero fare domanda di visto per asilo nei consolati dei Paesi di loro preferenza dove loro vorrebbero andare. E questo realizzerebbe, in realtà, anche una misura spontanea, diciamo così, non coercitiva, di equa distribuzione sul territorio europeo dei richiedenti asilo. Dunque, l’idea della domanda di asilo presso i consolati nei Paesi di origine, ma forse, soprattutto nei Paesi di primo transito, per esempio i siriani in Libano o in Giordania, è un’idea giusta anche se passare da un’idea a una regola richiede uno sforzo ulteriore: un compromesso tra l’idea e la realtà. I consolati dovranno rilasciare i visti, ma li rilasceranno a tutti quelli che hanno bisogno di protezione, che non sabbiamo quanti sono, oppure metteranno una quota massima d’ingresso ogni anno?

D’altra parte, se ci fosse una quota annuale, questa dovrebbe essere sufficientemente consistente, altrimenti l’idea non funzionerebbe.
Se noi vogliamo togliere le persone dai barconi, bisogna che li convinciamo a fare una fila, ma se la fila non scorre, le persone si toglieranno dalla fila e torneranno sui barconi. Si potrebbero individuare dei criteri di preferenza: per esempio se il richiedente ha già un legame positivo, poniamo con l’Italia – come un parente a Milano che lo aspetta – questo potrebbe essere un criterio di preferenza. Senza impedire, a chi non ha questo criterio, di mettersi in fila. Si potrebbe poi pensare a un sistema misto, una quota di ingressi per asilo, di cui potrebbe essere interamente responsabile lo Stato, ma forse, anche a una quota di ingressi autorizzabili in presenza di uno sponsor privato: qualcuno che invita e sostiene, accoglie, paga delle spese.

Ma questi ingressi attraverso uno sponsor, potrebbero essere ingressi giustificati da motivi umanitari, qualcosa di più vicino ma a margine del diritto d’asilo. Potrebbero essere ingressi motivati da legami familiari significativi: ad esempio, il figlio maggiorenne di uno straniero che soggiorna regolarmente non può più venire per ricongiungimento familiare perché ha più di 18 anni, ma perché lasciarlo venire con i barconi se ha un genitore che ha dei buoni requisiti economici per il suo ingresso? E magari possiamo anche richiedere qualche requisito in più: un’adesione alla cultura italiana e un apprendimento della lingua. In questo modo, riusciremmo a mettere in fila, togliendoli alle grinfie dei trafficanti, un’ulteriore parte di coloro che oggi si affidano alle carrette del mare incoraggiandoli, però, a farsi ben conoscere e stimare prima che arrivino da noi ed evitando che la loro accoglienza sia un onere di non facile adempimento per lo Stato. Andrebbero certamente da chi li aspetta, da chi se n’è assunto il carico e le spese e farebbero certamente del loro meglio per rendersi autonomi.

 

Le vacanze dorate di Re Giorgio (Napolitano) a spese dei cittadini

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Le vacanze dorate di Re Giorgio (Napolitano) a spese dei cittadini

Le vacanze dorate di Re Giorgio (Napolitano) a spese dei cittadini

di Riccardo Fraccaro

L’ex presidente Napolitano si gode le vacanze dorate in Trentino-Alto Adige, scortato dalla solita schiera di agenti di sicurezza e dai rinforzi inviati dalla Questura di Bolzano. Il soggiorno blindato di Re Giorgio, con tanto di volo blu e hotel di lusso, è uno scandalo insopportabile a spese degli onesti contribuenti.

Dopo 64 anni di politica costata fiumi di soldi pubblici oltre che danni incalcolabili alla democrazia, Napolitano la smetta di pesare ancora sulle spalle del Paese.

Secondo quanto svelato dall’inchiesta del quotidiano Il Tempo, anche quest’anno il ri-presidente ha scelto Sesto Pusteria, nelle Dolomiti, come meta per la sua villeggiatura di lusso. Napolitano e consorte hanno raggiunto il Trentino con un aereo di Stato, sorvolando i comuni mortali, mentre la scorta ha viaggiato in treno.
Sono state necessarie due auto per raggiungere l’hotel da 500 euro a notte, dove Re Giorgio potrà soggiornare tranquillamente fino all’8 agosto nonostante il suo impegno di senatore a vita. La sua protezione h24 è garantita non solo dagli agenti fissi al suo servizio, ma anche da otto carabinieri divisi in turni e tre poliziotti con doppio turno.
Per le tre settimane di vacanza di Napolitano sono necessari voli di Stato, auto di scorta, presidi di sicurezza distolti dal territorio di Bolzano e la suite più grande dell’hotel a 4 stelle: tutto a spese dei cittadini. Re Giorgio continua ad alimentare l’esasperazione sociale, che giustamente sfocia nelle vive proteste degli altoatesini per l’ennesima villeggiatura blindata nelle Dolomiti. Si ritiri a vita privata, nessuno ne sentirà la mancanza.

 

Una soluzione a norma di legge per impedire la costruzione di centrali a biomasse

Una soluzione a norma di legge per impedire la costruzione di centrali a biomasse

La soluzione a norma di legge per impedire la costruzione di centrali termoelettriche (biomasse incluse) esiste ed è stata praticata in altre città. La offriamo al Sindaci coraggiosi su un piatto d’argento.

Le Centrali Termoelettriche (anche quelle a biomassa!) sono classificate INDUSTRIE INSALUBRI di prima classe (dannose per la salute pubblica) che devono essere localizzate lontano dalle abitazioni (D.M. 05/09/94, elenco di cui all’art. 216 del Testo unico delle leggi sanitarie n.1265/34.). La costruzione di un impianto a biomassa implica necessariamente un peggioramento della qualità dell’aria, in contrasto quindi con la normativa europea sul “Mantenimento o miglioramento della qualità dell’aria” (Decreto Legislativo 155/2010 – 2008/50/CE). Il Sindaco per legge ha il dovere di disporre un Regolamento di Igiene del Comune, (art. 216 e 217 del R.D. 27 luglio 1934 n.1265) e per legge ha la possibilità e la responsabilità di rivedere e aggiornare il Regolamento di Igiene e Sanità pubblica per disciplinare la distanza delle industrie Insalubri dalle abitazioni e dai centri abitati e può inibirne la costruzione nell’ambito del suo comune richiamando, per esempio, il principio di precauzione, presente nel nostro ordinamento e in quello comunitario. In caso sia necessaria una conferenza dei servizi e vada acquisito il nulla osta di altre autoritá, il parere negativo del Sindaco prevale su tutti.

Ad affermarlo sono una serie di sentenze amministrative la più famosa delle quali è Tar Lazio sezione Latina sentenza n.819 del 2009. In presenza di studi scientifici che dimostrano l’esistenza di gravi rischi per la salute derivanti dalle emissioni dell’impianto e dal rischio di inquinamento microbiologico, nonché dall’analisi del possibile “effetto cumulativo”, il Sindaco è chiamato ad adottare in via precauzionale ogni possibile iniziativa di tutela, in ossequio all’omonimo principio di derivazione comunitaria, recepito espressamente nel nostro ordinamento al vertice nella gerarchia delle fonti, quale parametro di costituzionalità (“il principio di precauzione in tema di tutela della salute umana e dell’ambiente assurge addirittura a parametro di costituzionalità delle disposizioni di legge ordinaria mercé l’inclusione dello stesso nell’ambito dell’art. 191 del Trattato Ce e in considerazione della previsione di cui al primo comma dell’art. 117 della Costituzione”; v. così, ex multis, Consiglio di Stato, 12 gennaio 2011 n. 98). Con riferimento in particolare alla tutela della salute, la giurisprudenza amministrativa ha riconosciuto – in ossequio al principio di precauzione – l’esistenza di un vero e proprio “obbligo alle Autorità competenti di adottare provvedimenti appropriati al fine di prevenire taluni rischi potenziali per la sanità pubblica, per la sicurezza e per l’ambiente e, se si pone come complementare al principio di prevenzione, si caratterizza anche per una tutela anticipata rispetto alla fase dell’applicazione delle migliori tecniche previste, una tutela dunque che non impone un monitoraggio dell’attività a farsi al fine di prevenire i danni, ma esige di verificare preventivamente che l’attività non danneggia l’uomo o l’ambiente. Tale principio trova attuazione facendo prevalere le esigenze connesse alla protezione di tali valori sugli interessi economici (T.A.R. Lombardia, Brescia, n. 304 del 2005 nonché, da ultimo, TRGA Trentino-Alto Adige, TN, 8 luglio 2010 n.171) e riceve applicazione in tutti quei settori ad elevato livello di protezione, ciò indipendentemente dall’accertamento di un effettivo nesso causale tra il fatto dannoso o potenzialmente tale e gli effetti pregiudizievoli che ne derivano (Corte di Giustizia CE, 26.11.2002 T132; sentenza 14 luglio 1998, causa C- 248/95; sentenza 3 dicembre 1998, causa C-67/97, Bluhme; Cons. Stato, VI, 5.12.2002,n.6657; T.A.R. Lombardia, Brescia, 11.4.2005, n.304.); v. così’ Tar Campania, Napoli, Sez. V – 14 luglio 2011, n. 3825. La presa di posizione da parte del Sindaco nei predetti termini può essere peraltro assunta non solo in caso di vicinanza di abitazioni, scuole, asili al sito del proposto impianto, ma anche nel caso in cui l’impianto sia in aperta campagna e il digestato però venga sparso fino alle porte del paese. Ecco la soluzione.
Ma i sindaci calabresi lo adotteranno veramente? O prevarranno altri interessi sulla salute della gente? Saremo ben felici se seguiránno la strada che abbiamo indicato.

NB. Con la sentenza nr. 03565/2017 pubblicata ieri, il Consiglio di Stato ha respinto i ricorsi proposti dalla “Vitale Sud” contro le due sentenze del Tar Calabria che avevano confermato la legittimità del diniego all’autorizzazione per la realizzazione di altrettanti impianti a biomasse a Lamezia Terme (CZ) precisamente nella zona di via del Progresso.

Fonte: Lamezia 5 Stelle

 

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Incendi: ecco cosa fare al più presto!

Incendi: ecco cosa fare al più presto!

Il Sud brucia. Fiamme che hanno provocato anche due vittime: due agricoltori in Calabria.  Il Parco nazionale del Vesuvio sta bruciando da giorni insieme a tanti altri parchi nazionali come il Pollino la Sila e l’Aspromonte. Migliaia di ettari sono andati in fumo insieme ad un patrimonio inestimabile come la biodiversità, piante – anche secolari – e animali sono stati bruciati vivi e, pare, cosparsi di benzina e usati come diffusori di fuoco. Parallelamente sono scoppiati incendi, tutti di probabile origine dolosa, a Napoli e provincia e nel casertano. In Sicilia, Calabria, Puglia, Basilicata, Sardegna e Lazio si registrano centinaia di incendi ormai. Centinaia di persone, tra cui turisti, sono stati evacuati. E c’è un dramma nel dramma: una volta bruciato, il territorio è ancora più fragile. Senza gli alberi, le loro radici, il sottobosco, il terreno è nudo. Quando arriverà la stagione delle piogge, il rischio di dissesto idrogeologico sarà molto elevato. Dalla metà di giugno al 12 luglio, secondo Legambiente, sono andati in fumo 26000 ettari di boschi, la stessa superficie che è bruciata in tutto il 2016. Di questi, 5000 ettari sono bruciati solo in Sicilia. Dall’inizio dell’anno, inoltre, si è stabilito un altro record: la flotta dello Stato è intervenuta 769 volte, il picco massimo degli ultimi 10 anni. Le criticità principali sono tante:

1) mancanza di personale e di mezzi adeguati, soprattutto aerei, per fare fronte all’emergenza, in particolare quando le fiamme sono così alte che l’intervento a terra non è più sufficiente e serve un intervento dal cielo (come nel caso del Vesuvio);

2) questo disastro è dovuto in particolare alla distruzione – qualcuno lo chiama “riassorbimento” – del Corpo Forestale dello Stato voluto dal ministro Madia nella Riforma del 2015 di Renzi. Il Corpo Forestale è stato smembrato e accorpato a Vigili del Fuoco e Carabinieri. Abbiamo denunciato e contrastato questa decisione scellerata in ogni modo possibile e con un centinaio di atti parlamentari, ma oggi la situazione è sotto gli occhi di tutti. La Legge Madia del 2015 ha imposto lo smantellamento del Corpo Forestale per un risparmio di 100 milioni di Euro in 3 anni, risparmio che peraltro non sarà nemmeno effettivo, perché solo la spesa per il passaggio e l’accorpamento si mangerà quei 100 milioni. Senza contare che il passaggio di uomini e mezzi non è ancora stato attuato. Il risultato? I vigili del fuoco non possono garantire copertura nei boschi e parchi nazionali. Solo 360 unità su 7000 dell’ex corpo forestale, quasi tutti in età pensionabile, sono state spostate sul comparto dei Vigili del fuoco. Di 32 elicotteri degli ex forestali, 16 sono stati assegnati ai Vigili del Fuoco e 16 ai Carabinieri, ma questi sono esonerati dal servizio antincendio. Tutti gli elicotteri passati ai CC sono diventati NON impiegabili per lo spegnimento, tra questi 12 elicotteri Breda Nardi NH500, fondamentali per lo spegnimento in aree impervie. Dei sedici restanti e che si potrebbero quindi utilizzare, nei giorni scorsi solo quattro erano in volo. Gli altri quattordici sono a terra per vari motivi, tra cui manutenzione e problemi legati a mancate certificazioni tecniche.

3) sempre a causa del disastro della legge Madia, non è sparita solo la Forestale, ma anche la funzione del Dos, il Direttore operativo dello spegnimento, che aveva il compito di coordinare le operazioni anti-incendio: i 360 forestali passati ai vigili del fuoco non possono più svolgere funzioni e attività per questioni burocratiche!

4) dopo lo smembramento del Corpo Forestale dello Stato non sono stati emanati i decreti attuativi indispensabili e questo ha creato caos nel caos. Oggi, sul territorio, non si sa chi deve fare cosa. I Comuni, secondo la legge sull’antincendio boschivo, dovrebbero gestire un catasto delle aree percorse dal fuoco, che è la condizione essenziale per applicare la legge stessa, che impedisce per dieci anni di costruire sulle aree bruciate. La legge c’è, ma i Comuni devono censire le aree bruciate, altrimenti il divieto viene aggirato;

5) proprio le Regioni più devastate dalle fiamme – Campania, Calabria e Sicilia – non hanno approntato i piani antincendio entro i tempi previsti. Sicilia e Calabria si sono svegliate a giugno, la Campania guidata da De Luca non ha nemmeno approvato ancora il piano Anti Incendi Boschivi, né ha stipulato una Convenzione con i Vigili del Fuoco.

Di fronte a questo dramma, che si ripete ogni anno e che quindi era ed è ampiamente prevedibile, il Movimento 5 Stelle chiede:
che sia decretato immediatamente lo Stato di emergenza;
che l’Europa intervenga, fornendoci i mezzi adeguati, in particolare i Canadair. Per ora, ha risposto all’appello la Francia, che ha inviato due Canadair e un mezzo di ricognizione;
che venga applicata pienamente la legge sugli incendi boschivi! Ad esempio bisogna istituire immediatamente il catasto con le aree percorse da fuoco, in modo che non siano più edificabile e interessanti per eventuali interessi criminali e poi chiediamo che siano sanzionati penalmente i Comuni che non istituiscono subito questo catasto, come proposto nella nostra proposta di legge.
Le regioni in base alla legge dovrebbero dotarsi di un piano anti incendi e aggiornarlo annualmente in cui si prevedono i seguenti obiettivi:
a) le cause determinanti ed i fattori predisponenti l’incendio;
b) le aree percorse dal fuoco nell’anno precedente, rappresentate con apposita cartografia;
c) le aree a rischio di incendio boschivo rappresentate con apposita cartografia tematica aggiornata, con l’indicazione delle tipologie di vegetazione prevalenti;
d) i periodi a rischio di incendio boschivo, con l’indicazione dei dati anemologici e dell’esposizione ai venti;
e) gli indici di pericolosità fissati su base quantitativa e sinottica;
f) le azioni determinanti anche solo potenzialmente l’innesco di incendio nelle aree e nei periodi a rischio di incendio boschivo di cui alle lettere c) e d);
g) gli interventi per la previsione e la prevenzione degli incendi boschivi anche attraverso sistemi di monitoraggio satellitare;
h) la consistenza e la localizzazione dei mezzi, degli strumenti e delle risorse umane nonché le procedure per la lotta attiva contro gli incendi boschivi;
i) la consistenza e la localizzazione delle vie di accesso e dei tracciati spartifuoco nonché di adeguate fonti di approvvigionamento idrico;
l) le operazioni silvicolturali di pulizia e manutenzione del bosco, con facoltà di previsione di interventi sostitutivi del proprietario inadempiente in particolare nelle aree a più elevato rischio;
m) le esigenze formative e la relativa programmazione;
n) le attività informative;
o) la previsione economico-finanziaria delle attività previste nel piano stesso.

I comuni invece, oltre ad adottare con un’ordinanza un piano per la prevenzione incendi (in caso contrario credo che avrebbero commesso il reato di omissione di atti d’ufficio), dovrebbero eseguire quanto prevede la legge quadro nazionale: “I comuni provvedono a censire, tramite apposito catasto, i soprassuoli già percorsi dal fuoco nell’ultimo quinquennio, avvalendosi anche dei rilievi effettuati dal Corpo forestale dello Stato. Il catasto è aggiornato annualmente. L’elenco dei predetti soprassuoli deve essere esposto per trenta giorni all’albo pretorio comunale, per eventuali osservazioni. Decorso tale termine, i comuni valutano le osservazioni presentate ed approvano, entro i successivi sessanta giorni, gli elenchi definitivi e le relative perimetrazioni…

E per quanto riguarda i piromani? Beh, chiamiamo le cose con il loro nome. Sono terroristi! E quindi le pene per legge vanno aumentate di molto. Io non credo che la terminologia “piromane” si possa ancora usare oggi. Io non credo che i responsabili di questi incendi siano persone affette da piromania. Qui non si tratta di una malattia ma probabilmente di un organizzazione criminale radicata in modo capillare sul territorio che vuole e pretende la gestione padronale dello stesso e dei loro loschi affari. Ma per esserne certi, a provare tutto ciò dovrà essere la magistratura. Nel frattempo oltre alla cementificazione selvaggia, all’inquinamento dei suoli, al dissesto idrogeologico, ai terremoti, alla siccità e ai cambiamenti climatici in atto ci mancava anche l’annosa emergenza incendi che continua a dilagare e a crescere ogni anno, a mettere in dito nella piaga alla “sicurezza” del nostro territorio e della nostra biodiversità. Praticamente l’essenziale per la nostra sopravvivenza. Ma per questo sistema politico, è sempre tutto apposto!

 

 

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Incendi: chiediamo lo stato di emergenza in Calabria

Incendi: chiediamo lo stato di emergenza in Calabria

Oggi abbiamo scritto al governatore Mario Oliverio, ai vertici di Calabria Verde, Vigili del fuoco e Protezione civile regionali, nonché ai prefetti di tutte le province calabresi, per sapere con quali precisi rapporti istituzionali e indicazioni siano effettuati gli interventi antincendio, il coordinamento operativo e le attività di sorveglianza, date le palesi insufficienze dovute al disposto scioglimento del Corpo forestale dello Stato e alla situazione dell’azienda regionale Calabria Verde, frutto di una lunga assenza della politica.
Abbiamo sollecitato la Regione Calabria a «riorganizzare i servizi antincendio relativi alle proprie competenze e a uno specifico raccordo con il Ministero dell’Interno, che peraltro oggi ha un ministro calabrese, il senatore Marco Minniti.
Ai prefetti abbiamo invece chiesto, anche alla luce della poca considerazione istituzionale ricevuta dalla Regione Calabria, di voler agevolare con gli strumenti propri una puntuale ricognizione circa l’utilizzo delle risorse antincendio disponibili, nonché una programmazione interrelata in tema di salvaguardia del patrimonio agroforestale e di sicurezza degli abitati.
Annunciamo la presentazione alla Camera di una serie di atti anche per chiedere al governo, quali misure urgenti intende intraprendere contro gli incendi e lo stato di emergenza pure per la regione Calabria.

Chi combatte contro i piromani e il fuoco ha le armi spuntate in primis ci riferiamo alle migliaia di uomini del Corpo forestale, prezioso know-how e alleati in prima linea per combattere i crimini ambientali finiti allo sbaraglio nei vigili del fuoco o militarizzati nei carabinieri. La situazione è ancora più tragica di quanto si possa pensare: il numero dei dirigenti e di ex agenti del Corpo Forestale dello Stato transitati nei Vigili del Fuoco sarebbe stimato in circa 390 unità a fronte dei 6.754 al netto degli esodi passati ai Carabinieri e che sarebbero prossimi all’età pensionabile. Sono già centinaia i ricorrenti tra i forestali e il numero aumenta giorno dopo giorno.
Abbiamo chiesto al governo di precisare i motivi che hanno causato il ritardo nella procedura di notifica legale del provvedimento che permetteva agli operatori del Corpo Forestale dello Stato di presentare richiesta di transito presso altra amministrazione e se, di conseguenza, non sia da considerare viziato all’origine l’intero procedimento che ha visto coinvolti numerosi operatori del Corpo Forestale; vogliamo conoscere il quadro aggiornato della razionalizzazione delle spese e delle risorse umane impiegate per questa fase di integrazione e fusione tra l’Arma dei Carabinieri e il Corpo Forestale dello Stato. E poi: qual è il destino del numero 1515 per le emergenze?
I cittadini hanno sempre meno armi per denunciare gli illeciti e i roghi. Inoltre vogliamo sapere quale sia l’effettivo utilizzo dei mezzi del Corpo forestale dello Stato, con particolare riferimento agli elicotteri NH500, che rappresentano un’importante risorsa di contrasto agli incendi boschivi. Insomma: quanti ettari di boschi e di patrimonio ambientale devono prendere fuoco prima che il governo decida di agire subito?

PS. L’emergenza incendi non dà tregua nel vibonese dove purtroppo si registra una prima vittima, si tratta di un pensionato che tentava di spegnere un incendio a Favelloni, frazione del comune di Cessaniti (VV).

 

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ASP di Catanzaro, gli arresti confermano la latitanza della politica

ASP di Catanzaro, gli arresti confermano la latitanza della politica

Sempre immobile il governatore della Calabria, Mario Oliverio, nonostante le nostre precise denunce formali.

In Calabria si ripete il copione solito, in merito ai fondi europei destinati ai più deboli: avidità del potere, debolezza dei controlli, peculato, latitanza della politica, arresti e interdizioni dai pubblici uffici. Lo affermo insieme al collega deputato M5s Paolo Parentela, con riferimento all’inchiesta della Guardia di Finanza, coordinata dalla Procura di Catanzaro, che ha fatto scattare manette e avvisi di garanzia per alcuni dirigenti e funzionari dell’Asp di Catanzaro. Dopo l’inquietante vicenda del credito sociale, che coinvolse politici di spicco e amministrativi, stavolta a subire il sistema sono gli anziani, cui con risorse comunitarie dovevano essere garantiti servizi di sostegno sanitario e salvavita, grazie alla telemedicina e dalla domotica. Pensiamo che si tratti soltanto di un inizio, che la magistratura andrà sino in fondo e che, a causa della perdurante assenza della politica, da anni oggetto delle nostre denunce, sarà soltanto la giustizia a occuparsi del malcostume e della corruzione negli uffici della sanità regionale e degli altri settori fondamentali. A ciò si aggiungano le gravi questioni irrisolte, su cui il governatore Mario Oliverio non ha mosso un dito, della recente nomina abusiva del vertice dell’Asp di Crotone e del mancato ricupero degli emolumenti relativi a quella, altrettanto abusiva, del vertice dell’Asp di Reggio Calabria, definita dall’Anticorruzione nazionale e dal Tar del Lazio.

 

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Daspo per chi sbaglia, anche per amministratori truffaldini e finti banchieri

Daspo per chi sbaglia, anche per amministratori truffaldini e finti banchieri

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Il Governo ed il PD si stanno rendendo politicamente complici delle responsabilità, civili e penali, dei dirigenti e degli amministratori truffatori di povera gente. Per il Governo sono tutti da proteggere e da salvare: da quelli di Banca Etruria, con il papà della Boschi in prima fila, sino a quelli che hanno spolpato le Banche Popolari Venete.

Anziché stare dalla parte dei cittadini difendono chi fa sparire i soldi guadagnati con il sudore dei padri di famiglia, dei giovani, dei pensionati. Da che parte stanno ormai è chiaro a tutti.

Il MoVimento 5 Stelle vuole l’interdizione perpetua, il DASPO per intenderci, per questi dirigenti, presidenti amministratori finti banchieri che hanno rovinato intere famiglie; interdizione perpetua sia dai pubblici uffici che dagli uffici direttivi delle imprese private. Devono poi essere dichiarati incapaci di contrattare con la pubblica amministrazione. Tutto questo, chiaramente, dopo che hanno pagato sino all’ultimo centesimo tutti i danni provocati.

Danni che ricadono non solo sui correntisti e risparmiatori defraudati, ma anche sulle casse pubbliche dello Stato, visto che stiamo regalando miliardi e miliardi di euro agli istituti in crisi: già 85 miliardi negli ultimi anni.

Senza sapere, poi, dove sono andati a finire tutti i soldi sottratti dai salvadanai custoditi dai banchieri!

Questo bisogna saperlo subito prima di attingere dai cittadini o prima di indebitare ancora di più il nostro Paese come irresponsabilmente sta facendo questo Governo.

Chi ha truffato i risparmiatori deve pagare anche con il suo patrimonio personale e familiare.

Non possono solo e sempre perdere gli stessi: i cittadini. Adesso basta davvero. Basta soldi alle banche, basta impunità per chi commette illeciti e truffa i deboli. La responsabilità politica è di questo Governo e del PD di Renzi.

 

    L’Italia non è un Paese civile: con noi mai più giovani senza futuro

    L’Italia non è un Paese civile: con noi mai più giovani senza futuro

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    di Laura Agea, Efdd – MoVimento 5 Stelle

    “Abbiamo un sogno. Trasformare l’Italia in un Paese civile e restituire un futuro alle nuove generazioni. L’indagine 2017 sull’occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa (Esde), pubblicata dalla Commissione, certifica il disastro italiano: quasi un giovane su cinque non studia, non ha e non cerca un lavoro. Lo studio mette in guardia sul loro futuro visto che con queste prospettive le nuove generazioni percepiranno “con tutta probabilità” pensioni da fame.

    I giovani esclusi dal mondo del lavoro sono così tanti perché la classe politica che ha governato il Paese ha fallito. Questa è la ragione principale. I governi degli ultimi 20 anni non hanno fatto nulla per i giovani: i risultati ottenuti con le risibili misure messe in campo sono sotto gli occhi di tutti. Un fallimento completo. I giovani lasciano l’Italia in cerca di un futuro.

    Dobbiamo andare alla radice del problema: l’austerity. Dobbiamo stracciare il Fiscal Compact e le regole dell’eurozona per rilanciare gli investimenti dello Stato. Solo così la politica potrà restituire un futuro alle giovani generazioni. Lo Stati deve essere il regista di una nuova visione strategica che dovrebbe puntare ad investimenti nell’economia verde e in quella circolare. Il futuro non può più aspettare.


    IL FALLIMENTO DI GARANZIA GIOVANI IN ITALIA

    Quanti giovani hanno trovato il posto di lavoro o hanno fatto uno stage grazie a Garanzia Giovani? Appena il 3% di quelli iscritti al programma. I dati sono un flop totale. Su 2.2 milioni di giovani italiani che non studiano e che non lavorano solo 410 mila si sono iscritti al piano ‘Garanzia Giovani'”. Di questi appena 160 mila sono stati poi contattati per un primo colloquio. Da qui al mondo del lavoro il passo è ancora più lungo. Appena 12.273 hanno effettivamente ricevuto un’offerta di lavoro, di stage o di formazione. Il 3%, appunto. Poiché l’Europa ha investito 1,5 miliardi per questo progetto, possiamo calcolare che ogni posto di lavoro o stage è costato oltre 12 milioni di euro. Soldi pubblici investiti malissimo. I soldi di Garanzia Giovani sono dei giovani, non di qualche coop in combutta con i politici. Abbiamo un sogno: restituire un futuro alle nuove generazioni. Questo sogno è molto vicino”.

     

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    Unione Bancaria, l’UE sceglie di non risolvere i problemi

    Unione Bancaria, l’UE sceglie di non risolvere i problemi

    unione-bancaria-valli-m5s-economia-grillo-movimento.jpgdi Marco Valli, EFDD – M5S Europa

    La vigilanza bancaria dell’Unione europea insiste nel focalizzarsi sul rischio di credito, chiudendo non uno, ma due occhi sul ben più pericoloso rischio finanziario. La scorsa settimana è stato infatti approvato in commissione ECON del Parlamento europeo il regime transitorio del nuovo principio contabile detto IFRS9.

    In parole semplici, l’ennesimo duro colpo al credito e ai sistemi bancari focalizzati sulle attività commerciali di finanziamento a lungo termine di famiglie e piccole, medie imprese. Non servirà a prevenire l’accumulo dei crediti deteriorati legati alla crisi economica, ma andrà solo a vantaggio dei sistemi bancari più speculativi. A loro non sarà richiesto di riflettere adeguatamente nei bilanci gli enormi rischi finanziari legati a potenziali perdite: parliamo di strumenti rischiosi, volatili o “illiquidi” come gli “Assets Level 2” e “Level 3”.

    Nello specifico, si tratta di una modifica sostanziale della valutazione a bilancio dei crediti, con implicazioni che però vanno ben oltre la contabilità. Perché le banche dovranno disporre ulteriori e sostanziali accantonamenti anche per i crediti cosiddetti “in bonis”, nella prospettiva di perdite future. E non più, come oggi accade, solo a fronte di crediti deteriorati o in sofferenza.

    Si aggiunge così un ulteriore elemento di asimmetria a questa finta e sbilanciata Unione Bancaria che sta garantendo ingiusti vantaggi competitivi alle grandi banche d’investimento dei Paesi più forti. A farne le spese saremo noi, ovvero chi detiene sistemi bancari più tradizionali e focalizzati sull’economia reale.

     

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    L’epoca della terza guerra mondiale a pezzetti

    L’epoca della terza guerra mondiale a pezzetti

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    di Ignazio Corrao
    , Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa.

    “Quanta contezza abbiamo di cosa succede nel Mondo? Quanto sentiamo vicine le immagini dei bombardamenti che passano nelle TV di casa nostra? Di conflitti attivi nel mondo, di varia intensità, ce ne sono tanti, troppi.

    La parola conflitto in sé e per sé appartiene al vivere sociale, la conflittualità fa parte della nostra vita ordinaria, giornaliera, ma quando il conflitto diventa un conflitto armato, allora significa che qualcosa di profondamente sbagliando sta succedendo.

    Con questo articolo iniziamo una rubrica, attraverso la quale cercheremo di gettare uno sguardo al mondo intero nell’intento di raccontare e mettere in evidenza i fatti e le caratteristiche di quelli che sono attualmente i conflitti in corso nelle varie zone del Pianeta.

    Come potete ben immaginare, il mio lavoro al Parlamento Europeo nelle commissioni Sviluppo (DEVE) e Diritti Umani (DROI), spesso ha a che fare con situazioni di crisi (umanitarie, economiche, politiche). Laddove c’è un conflitto armato, evidentemente, ci sono le peggiori violazioni dei diritti umani ed è per questo motivo che mi propongo di analizzare i contesti di guerra in maniera più approfondita.

    Partiamo dall’Africa, la culla della vita, un continente storicamente martoriato dagli interessi politici delle potenze occidentali, che ancora oggi non riesce a liberarsi dalla piaga delle guerre, indotte da notevoli interessi sulle gestione delle ricchissime risorse del continente e che non hanno de facto mai fatto terminare realmente il periodo coloniale.

    Le motivazioni di questi conflitti sono varie: lo sfruttamento e accaparramento dei giacimenti e delle risorse naturali, oppure le divisioni e discriminazioni di natura etnica o religiosa, oppure ancora la debolezza delle istituzioni nel mantenere e costruire un ambiente sociale inclusivo ed efficiente. Ad oggi i maggiori conflitti sul continente sono in: Burundi, Egitto, Libia, Mali, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan e Sud Sudan. Il mio intento, successivo a questo articolo, sarà quello di passarli in rassegna uno per uno, insieme a tutti gli altri maggiori conflitti esistenti a livello globale.

    Il Medio Oriente è un’altra zona storicamente difficile e conflittuale, probabilmente anche per la sua posizione geografica, in quanto punto di passaggio e collegamento tra tre continenti. Qui c’è una grande concentrazione di conflitti di ampie dimensioni quali: Iraq, Israele/Palestina, Siria e Yemen.

    Se invece prendiamo in considerazione l’intero continente asiatico, i focolai più preoccupanti sono quello afghano e quello birmano, ma non vanno sottovalutati altri conflitti in Pakistan e nelle Filippine.

    In Europa solo l’Ucraina è indicizzato come Paese in conflitto, anche se vi sono delle condizioni di instabilità crescenti causate dalle cellule jihadiste attive nel vecchio continente, mentre nell’America centro-meridionale continuano ad esserci in varie zone delle situazioni di conflitto tra gruppi armati. Il paese che attualmente si trova in acque più torbide è il Messico, alle prese con una estenuante guerra ai cartelli della droga che detenendo un enorme potere economico hanno una gigantesca capacità corruttiva. Più a sud, in Colombia, sono finiti i tempi di Pablo Escobar e del cartello di Medellín, ma ancora non si è trovata soluzione al conflitto tra FARC, ELN e il Governo, conflitto che vede coinvolti i proventi del traffico di cocaina e che va avanti da oltre 50 anni, mentre in Venezuela la situazione, dopo la morte di Chavez, sembra deteriorarsi a vista d’occhio.

    Questi sopra elencati sono alcuni di quei Paesi dove il conflitto ha assunto dimensioni più ampie e dove spesso sono impegnate unità militari di coalizioni internazionali. Alcuni di essi vedono contrapposte diverse entità statali, altri sono conflitti interni tra il governo e gruppi armati locali oppure gruppi terroristici. In molti altri Paesi del Mondo invece la conflittualità è generata dalla povertà o dallo sfruttamento economico, sono altro tipo di guerre. Guerre economiche e finanziarie, la guerra mondiale a pezzetti, ai tempi della globalizzazione.

    I conflitti alimentano interessi economici ingenti soprattutto per l’industria bellica, che spesso riesce ad indurre scelte di politica estera di Stati importanti. Nonostante sia difficile quantificarne con assoluta precisione il valore, si calcola che il mercato internazionale delle armi vale tra i 76 e i 90 miliardi di dollari annui, rappresentando così uno dei mercati più redditizi del mondo. Per capirci gli Stati Uniti esportano armi per un valore di circa 11 miliardi di dollari l’anno (principale acquirente l’Arabia Saudita con 1,2 miliardi l’anno), la Russia esporta per un valore di circa 6 miliardi (principale acquirente l’India con una spesa di 2,15 miliardi annui) e l’Italia e il nono esportatore mondiale e il dodicesimo Paese per spesa militare. La spesa globale aggregata per la difesa raggiunge invece circa 1.800 miliardi di dollari annui, una enormità che fa capire il livello di interessi che ci possano girare intorno.

    La mappa allegata al presente articolo, fornirà un importante contributo visivo in modo da rendere istantaneamente chiara la geografia dei conflitti armati. Abbiamo provato a confrontare le varie fonti internazionali e utilizzare la nostra esperienza di monitoraggio di violazioni nel Mondo.

    La terza guerra mondiale è una guerra diversa, strana, sporca, sistemica, mediatica, trasversale e a tratti invisibile. Per combatterla bisogna riconoscerla e prendere coscienza di ciò che ci succede intorno, questo è il primo passo”.

     

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    L’Europa di difesa tedesca non è la nostra Europa

    L’Europa di difesa tedesca non è la nostra Europa

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    L’Unione europea accelera sulla politica di difesa comune. La Commissione europea ha pubblicato un documento che ipotizza tre scenari sul futuro esercito europeo. Per Juncker l’obiettivo da raggiungere è la solidarietà nella difesa. Una presa in giro. Se la solidarietà è la stessa dimostrata con il ricollocamento dei migranti, allora l’Italia avrà solo da perdere dalle prossime mosse europee.

    VIDEO: Fabio Massimo Castaldo denuncia le mani e gli interessi della Germania sul futuro esercito europeo.


    di Fabio Massimo Castaldo
    , Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa

    Difesa comune europea: cui prodest? Se fosse solo per tagliare sprechi, colmare lacune tecnologiche, sfruttare economie di scala e avere un mercato della difesa più trasparente, direi senz’altro ai cittadini europei. E noi ci sederemmo al tavolo con vivo interesse. Ma, visti i precedenti, più di un sospetto aleggia nell’aria.

    Mi e vi chiedo: quando nel documento di riflessione si sottolinea la centralità dell’assistenza reciproca e della solidarietà, di quale solidarietà si parla? Quella del sedicente paladino europeista Macron, che nega l’accesso ai porti francesi e riporta i migranti a Ventimiglia? Quella di Juncker, che si limita a una pacca sulla spalla del mio paese, definendolo eroico? O forse la solidarietà della Germania di Angela Merkel che, forte del suo pauroso avanzo commerciale, in barba alle regole, schiaccia le economie degli altri Stati membri, grazie a una moneta, l’euro, disegnata su misura per le sue esigenze?

    L’occasione appare ghiotta per Berlino, ed è militare, geopolitica e industriale. L’instabilità alle frontiere e l’imprevedibilità degli USA targati Trump sono l’alibi perfetto per giustificare un massiccio riarmo di un paese che se spendesse davvero il 2% del PIL in difesa, in pochi anni diventerebbe la terza potenza militare al mondo. Chiediamo cautela e anche chiarezza, perché non vorrei che come al solito, al posto di avere una Germania europea, finissimo per ritrovarci, anche nella difesa, un’Europa tedesca”.

    Il consigliere comunale 5 Stelle è il mio eroe

    Il Blog delle Stelle

     
     

    Ci sono persone che si caricano di responsabilità per 5 anni in cambio di una sorta di paghetta, meglio: una paghettina. Spesso è gente che ha già un lavoro, finisce che si trova impegnata dalla mattina alla sera. Sono degli eroi ai miei occhi. La figura del consigliere comunale ricorda, per come è considerata, quella del maestro elementare: una cosa piccola, a cui si riconosce poco e nulla, in tutti i sensi (economico, di prestigio sociale e così via) per una ragione strana che non mi ha mai convinto. Più è piccola la realtà di cui ti occupi e meno conti. Se il bambino è piccolo allora sei meno importane di chi insegna all’adolescente. Per non parlare di come se la passano i consiglieri comunali dei piccoli comuni, che guadagnano ancora meno di quel poco che guadagnano i consiglieri dei comuni più grandi. I consiglieri del MoVimento 5 Stelle sono 2.061 distribuiti su tutto il Paese: sono i miei eroi.

    Mi viene in mente quella “piccineria” tutta italiana, che mi ha sempre intrigato e deluso allo stesso tempo. In questo paese sembra tutto “un po’ meno e più piccolo” in confronto a Germania, Francia, USA e via dicendo. Eppure solo una cultura bassa dello Stato può dimenticarsi di tener conto dei suoi nuclei più fondamentali, vicinissimi nella proporzione e negli scopi alle famiglie. Quel microtessuto che sfugge ai media, che volano troppo in alto per poter osservare piccoli comuni e circoscrizioni: il tanto declamato “tessuto sociale”. Non ci sono cose più importanti della possibilità che ogni cittadino possa sentirsi rappresentato, ogni bambino seguito nella sua crescita intellettuale e morale e le famiglie parte di qualcosa di più esteso. Una comunità che però è tutta da ricostruire.

    I nostri consiglieri comunali hanno bisogno di tutto il nostro supporto. I soggetti istituzionali del MoVimento 5 Stelle più esposti ai fenomeni collegati con la criminalità organizzata sono proprio i nostri ragazzi sul territorio. Similmente a Civitavecchia: appena qualcosa di nazionale, o addirittura mondiale, coinvolge davvero gli italiani diventa subito evidente il ruolo dei comuni e quindi degli gli assessori ed i consiglieri. Il tessuto sociale lacerato sul quale stiamo agendo via via più capillarmente. Lacerato perché dimenticato? Certamente perché non rappresentato e vittima della malversazione da parte di governi sempre meno italiani e sempre più alieni.

    Il nostro sindaco a Civitavecchia Cozzolino sta rappresentando la città a fronte del fenomeno migratorio peggio gestito nella storia. I cittadini di Civitavecchia sono con lui e rifiutano l’atteggiamento leghista, ma non intendono concedere il porto di accesso alla capitale ai confusi bisogni derivanti dal tradimento di Renzi, spedito dal circolo di banchieri che lo ha lanciato al governo del paese.

    In questi giorni sono stato più vicino anche agli assessori che lavorano con i nostri sindaci, ragazzi che nell’anonimato si stanno dando da fare in tutti i modi possibili. Abbiamo ricordato insieme come è nato il MoVimento: rivalutare le realtà locali, sostenerle e aggiornarle gradualmente, coinvolgendo i cittadini di territori sempre più vasti, saltare le province (per un minimo di senso della decenza) e quindi arrivare alle regioni. Dopo avremmo raggiunto il governo del Paese. Per restituire la dignità, e naturalizzare i singoli territori, non è necessaria una “ideologia del territorio,” non serve andare alle fonti del Po e riempire strane boccette di acqua (forse erano per il trota da piccolo?). Oggi, è evidente che la battaglia per un’Italia migliore si sposta sempre più rapidamente dal locale all’universale, dal piccolo comune al governo nazionale, che appaiono sempre più scollegati.

    Nessuno può avere una ricetta valida ovunque per imporre come vivere nelle singole realtà locali. La natura post-ideologica del MoVimento era fatale ed al contempo necessaria, ciò che è opportuno e giusto può arrivare da qualunque distretto e comune. La direttrice opposta (dal centro alla periferia) si dimostra quasi sempre improponibile: non vogliamo importare anche da noi la logica delle Banlieue francesi, oramai aridi territori nazionali abbandonati dallo Stato e lasciati li da cittadini in fuga. Pensate a quanto è astratto lo Ius Soli dal punto di vista dei comuni, dei cittadini. Argomenti di traccheggio validi solo per una politica interpretata come tifoseria e non partecipazione.

    Partecipazione: questa è la nostra parola magica. L’unico motivo per cui si possa fare il lavoro di consigliere comunale è la voglia di partecipazione, con alle spalle un gruppo di attivisti e volontari che ti supportano. Il lavoro dei nostri 2.061 consiglieri, e delle persone che li aiutano nel quotidiano, è immane e ora viene tutto raccolto dentro la funzione di Rousseau “Sharing”. Accedete a Rousseau e guardate cosa fanno ogni giorno: atti, mozioni, ordinanze, delibere, interrogazioni. Lì dentro c’è l’Italia che vuole partecipare e cambiare le cose, anche se questo costa fatica e grandi sacrifici. Con gente così, con questo esercito di generosi, possiamo solo continuare a crescere. Avanti così!

     

    Vitalizi ai privilegiati, precariato per i giovani

    Il Blog delle Stelle

     

    Vitalizi ai privilegiati, precariato per i giovani

    Vitalizi ai privilegiati, precariato per i giovani

    di Luigi Di Maio

    Un governo serio investe nel futuro, liberando risorse preziose dagli sprechi e dai privilegi del passato. L’esatto opposto di quanto hanno fatto i governi a maggioranza Pd, da Letta a Gentiloni, passando per i tre lunghi anni di Renzi.

    Basti un esempio su tutti: mentre i giovani vengono lasciati al loro destino, in un vortice di precarietà e disoccupazione, il bilancio pubblico continua ad erogare vitalizi faraonici agli ex parlamentari. Come denunciato a più riprese dal MoVimento 5 Stelle, i vitalizi vengono percepiti ancora oggi da 2.600 ex parlamentari, costano alle casse pubbliche 215 milioni di euro l’anno e ci sono circa 200 ex politici che prendono anche due o tre vitalizi. È il simbolo di un lungo elenco di ingiustizie che nessun governo, tantomeno quello del presunto “rottamatore”, ha mai voluto risolvere.

    La profonda crisi dei giovani italiani non è più l’opinione di una singola forza politica, ma una verità consolidata da studi e indagini statistiche di istituzioni politiche di certo non vicine al MoVimento 5 Stelle. L’ultimo caso è l’indagine sull’occupazione e sugli sviluppi sociali in Europa (Esde), pubblicata due giorni fa dalla Commissione Europea.

    Il dato più impressionante è quello che riguarda i cosiddetti “neet”, cioè i giovani tra i 15 e i 24 anni che non studiano, non lavorano, non cercano un lavoro e non si formano. L’Italia è prima per distacco in questa tragica classifica, con il 19,9% di giovani in queste condizioni (1 su 5) e supera anche Grecia, Spagna e Bulgaria. A completare il quadro è il dato più classico sulla disoccupazione giovanile, con un 37,8% di giovani disoccupati che ci pone in terza posizione, dietro a Grecia e Spagna.

    Ma non soffrono solo i giovani senza lavoro. Il vero macigno sul nostro futuro è la precarietà dilagante che condanna i giovani lavoratori ad un’esistenza di insicurezza e infelicità. Sentiamo spesso Tito Boeri lamentare le enormi difficoltà delle casse dell’Inps e gli esponenti del Partito Democratico sostenere che in Italia non si fanno più figli e quindi abbiamo bisogno come il pane di migranti che ci paghino le pensioni del futuro. È un ragionamento criminale, che finge di non vedere quale sia il problema di fondo. I giovani italiani non fanno più figli perché o sono disoccupati o hanno un lavoro e un salario che li costringono a vivere alla giornata. Con che ipocrisia si possono importare centinaia di migliaia di disperati mentre milioni di italiani, per lo più giovani, non hanno di che vivere? È una situazione insostenibile sia per gli italiani che per i migranti, illusi di trovare un benessere che non esiste più.

    La ricerca della Commissione europea conferma le impressioni di chi vive nel Paese reale. Il 15% dei giovani che riescono a trovare un lavoro vengono assunti con contratti atipici. Ma il dato non dice tutto. Il Jobs Act di Renzi ha trasformato il vecchio contratto a tempo indeterminato in un contratto a tutele crescenti che nei primi 3 anni consente agli imprenditori di usare e gettare i lavoratori, ai quali è stato tolto ancora da Renzi il paracadute dell’articolo 18. Di fatto, quasi la totalità dei nuovi occupati giovani, anche laureati, è nelle stesse condizioni di semi-schiavitù.
    Sul punto va sottolineato un altro dato rilevante: in media i giovani italiani under 30 guadagnano il 60% in meno di chi ha più di 60 anni. Non a caso le madri italiane che decidono comunque di avere figli, sono quelle con l’età media più alta in Europa alla nascita del loro primogenito (31-32 anni).

    È un circolo vizioso che si può spezzare solo tornando a investire nei settori strategici e innovativi, tra i quali figura anche la scuola pubblica e la ricerca. Serve poi un sostegno al reddito, non assistenziale, ma attivo, che accompagni giovani e meno giovani nel reinserimento lavorativo. In poche parole, investimenti, reddito di cittadinanza, stabilità del posto di lavoro, con l’abrogazione del Jobs Act e di tutte le riforme del lavoro precedenti all’insegna della precarietà.

    Questa è la ricetta di una politica che pensa al futuro, altro che vitalizi.

     

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