#ProgrammaGiustizia: Magistratura e Politica, separazione delle carriere

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#ProgrammaGiustizia: Magistratura e Politica, separazione delle carriere

#ProgrammaGiustizia: Magistratura e Politica, separazione delle carriere

La separazione dei poteri è alla base di ogni democrazia moderna. Per questo è fondamentale che il confine che separa la politica e la magistratura sia netto e perfettamente delineato. Un magistrato è certamente libero di dedicarsi alla politica e di essere eletto all’interno delle istituzioni ma, dopo la parentesi politica, può tornare in magistratura giudicante o requirente? Il quesito che vi sottoporremo vi farà scegliere tra due opzioni: quel magistrato non può tornare oppure può tornare dopo un congruo termine di almeno 5 anni.

di Umberto Monti, Sostituto Procuratore della Repubblica

I rapporti politica magistratura sono estremamente delicati e sono disegnati anche a livello costituzionale come una autonomia e indipendenza della magistratura dalla politica.

Quindi le regole che consentono il passaggio di un magistrato alla politica e viceversa, devono essere particolarmente trasparenti e chiare, per garantire sia la politica da un’immagine di possibile strumentalizzazione del magistrato, e sia la magistratura da qualsiasi dubbio sulla sua imparzialità e indipendenza. Perché altrimenti ci possono essere delle opacità e delle criticità che sono arrivate abbastanza in evidenza.

Il tema riguarda tre aspetti fondamentali. L’accesso, quindi l’accettazione di una candidatura da parte del magistrato. L’accettazione di una designazione, che è cosa diversa perché una candidatura comunque passa attraverso un elettorato, un voto, invece la designazione a ministro, assessore regionale, provinciale, comunale è una designazione politica. Quindi l’accettazione di questa destinazione. Cosa succede durante l’espletamento del mandato. E poi il tema molto delicato del rientro dall’esperienza politica, perché si deve evitare che il rientro possa comportare un appannamento dell’imparzialità del magistrato, possa sembrare un premio, possa portare a strumentalizzazioni e a erodere in qualche modo la credibilità sia della magistratura sia della politica.

Quindi è molto importante farle queste regole, e in effetti c’è un vuoto normativo a riguardo, che va sicuramente riempito, e che la magistratura ha chiesto che venisse riempito.

Come buon senso, e come peraltro previsto dalla Costituzione, non si può pensare di vietare a un magistrato di avere un incarico politico o di creargli ostacoli eccessivi che comportino una sorta di divieto. Perché il magistrato può portare alla politica un contributo di trasparenza, un’attenzione, una sensibilità alla legalità, una sensibilità tecnicamente qualificata per come vanno fatte le leggi, guardando ex-post come le leggi vengono applicate e quali criticità ci sono.

Quindi impedirlo sarebbe il contrario al buon senso, perché lo si impedisce semmai a persone che hanno precedenti penali o che portano degli interessi non trasparenti, non alla categoria dei magistrati. D’altra parte c’è la Costituzione che prevede l’accesso alla politica per ogni cittadino, anche quindi i magistrati, e prevede anche la conservazione del posto.

Detto questo l’attuale situazione è normativamente carente e c’è una legge in Parlamento che è in discussione. Questa legge, secondo tutta la magistratura associata, risolve le criticità che riguardano l’accesso alla politica da parte del magistrato cioè l’accettazione delle candidature e l’accettazione di incarichi politici e cosa succede durante il mandato.

Attualmente, tranne alcune regole che il Csm si è dato per mettere delle regole dal punto di vista temporale e territoriale per queste fasi, la legge prevede solo delle regole chiare e nette per le candidature al Parlamento, quindi Camera e Senato. In questo caso c’è l’obbligo di essere in aspettativa quando si accetta la candidatura, e non ci si può candidare nella stessa circoscrizione dove si è esercitato, per un certo periodo di tempo, l’attività giudiziaria. E durante il mandato c’è l’obbligo per il magistrato che viene eletto di mettersi in aspettativa, cioè di andare fuori ruolo e non esercitare più funzioni. Questo è risolto già dall’attuale legge.

Dove la legge invece non risolve il problema è la fase di rientro che si pone in quattro diversi aspetti:

– il rientro del magistrato che si è candidato e non è stato eletto;
– il rientro per il magistrato eletto;
– il rientro per il magistrato designato per un incarico politico o amministrativo;
– il rientro per il magistrato che è stato designato per un incarico di stretta collaborazione con il potere politico o amministrativo o nelle cosiddette autorità di indipendenza.

L’attuale normativa è carente perché consente comunque il ritorno, seppur con ostacoli e con dei limiti di tipo temporale e di tipo locale o territoriale, il rientro all’esercizio di funzioni giudiziarie.

La magistratura associata, nella sua maggioranza, ha ritenuto in un documento anche recentemente approvato, che se si ha un’esperienza politica, (quindi non il candidato non eletto) il candidato eletto o il magistrato designato all’incarico politico di ministro, assessore, non possa più esercitare funzioni giudiziarie.

Una separazione netta che non è un ostacolo ma è un mettere un accento sulla necessità di garantire trasparenza, alla politica e alla magistratura.

Residualmente si può anche pensare a un periodo di tempo congruo, entro il quale il magistrato non possa esercitare funzioni giudiziarie. Questo secondo aspetto potrebbe essere valutato, per esempio, in relazione al candidato non eletto. Per il candidato non eletto si potrebbe pensare ad un periodo limitato e congruo di non esercizio di funzioni giudiziarie, per poi tornare a fare funzioni giudiziarie, evidentemente non nella circoscrizione nella quale si è candidato. Questo potrebbe risolvere seppure in maniera netta, le criticità e le possibili opacità che ci sono.

L’attuale legge che è in discussione in Parlamento non le risolve, perché prevede un rientro alle funzioni giudiziarie che potrebbe essere portatore di criticità varie.

Ultimissima cosa riguarda invece i magistrati che sono destinati ad incarichi di alta collaborazione, che sono le autorità indipendenti, o stretta collaborazione del ministro, o del Parlamento, del Senato, delle commissioni di inchiesta.

In questi casi attualmente non c’è alcuna regola per il rientro. Eppure si tratta di persone che vengono scelte della politica e poi tornano a fare i magistrati.

La legge in discussione prevede che per un anno questi magistrati possano rientrare nelle funzioni giudiziarie ma non possano essere nominati ad incarichi direttivi e semidirettivi, per non dare l’impressione che ci sia un premio.

Io credo che si potrebbe pensare a una soluzione, che mi sembra congrua, (attualmente non ce n’è, ma c’è solo il Csm che detta le regole) di estendere questo periodo, per questa tipologia di incarichi, forse a uno, due, tre anni per i quali non è possibile avere un incarico direttivo o semidirettivo.

 

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Un commento di Giulio Tremonti sulla genesi del Fiscal Compact

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Un commento di Giulio Tremonti sulla genesi del Fiscal Compact

Un commento di Giulio Tremonti sulla genesi del Fiscal Compact

Tutti ormai sono d’accordo con il MoVimento 5 Stelle sul rigetto del fiscal compact, da Renzi fino all’ex ministro Giulio Tremonti. Se è così si passi ai fatti: il governo non dia il via libera questo autunno e lo dichiari fin da subito. Di seguito riportiamo un commento ricevuto dal prof. Tremonti che volentieri pubblichiamo.

di Giulio Tremonti

Ho letto su Il Blog delle stelle il post “Il PD ha già approvato il Fiscal Compact. A febbraio”
Il post contiene una lunga ed interessante analisi sulle origini della crisi della finanza pubblica “europea” e contiene inter alia quanto segue: “… nella sua fase embrionale il Fiscal Compact… è contenuto nei cosiddetti Six-Pack e Two-Pack. Votati e voluti dal Governo Berlusconi-Lega (vi era Giulio Tremonti al ministero dell’Economia) nel 2011”.

Ho francamente qualche difficoltà nel condividere questo specifico punto.

Basta infatti andare su Wikipedia, e comunque più ampiamente sul sito della Commissione Europea, per verificare che:

a) il “Six-Pack” (seguito, ma solo due anni dopo, nel 2013, dal “Two-Pack”) ha preso forma in 5 Regolamenti (Regolamento del Consiglio n.1177/2011 dell’8 novembre 2011; Regolamento n. 1173/2011 del 16 novembre 2011; Regolamento n. 1174/2011 del 16 novembre 2011; Regolamento n. 1175/2011 del 16 novembre 2011; Regolamento n. 1176/2011 del 16 novembre 2011) e nella Direttiva 2011/85/UE del Consiglio dell’8 novembre 2011). Atti tutti questi formalizzati tra l’8 ed il 16 novembre 2011, quando il Governo Berlusconi stava cadendo od era già caduto;

b) ma sarebbe forse scorretto chiudere così. Già nei mesi precedenti l’Italia, non solo il Governo Berlusconi, ma ripeto l’Italia, era infatti sotto la drammatica pressione di una crisi speculativa che via via e sempre più ne limitava la sovranità. Una crisi che non aveva ragione reale nello stato della nostra finanza pubblica: (“In Italia il disavanzo pubblico, prossimo quest’anno al 4 per cento del pil, è inferiore a quello medio dell’area euro … Appropriati sono l’obiettivo di pareggio di bilancio nel 2014 … Grazie a una prudente gestione della spesa durante la crisi, lo sforzo che ci è richiesto è minore che in altri Paesi avanzati”, così 31 maggio 2011 nelle “Considerazioni finali” della Banca d’Italia). Ma una crisi che aveva piuttosto per obiettivo quello di trasferire sull’Italia prima la colpa e poi il costo della crisi delle banche tedesche e francesi, esposte a folle rischio sulla Grecia.

Per quanto mi riguarda credo di avere sempre espresso idee e tenuto posizioni non condivise in Europa, ma comunque non omologabili in termini di dogmatica e fanatica ortodossia finanziaria “europea”. Nel 2008, appena iniziata la grande crisi, ho proposto l’istituzione di un “Fondo Salva Stati”, subito dopo ho proposto l’introduzione di nuove regole sul mercato finanziario internazionale e contro la speculazione (“Advocating radical reform of internationl finance… expressing a rather eclectic economic philosophy”, così in Wikileaks, Cable time, Thu, 30 ottobre 2008 12.45 UTC, Origin: Embassy Rome, Classification: Confidential, Destinaton The White House).

Nel 2010 (ma già nel 2003) ho proposto l’introduzione degli “eurobond”. Ancora nel maggio 2011, quando già sta iniziando la crisi del Governo Berlusconi, ho contrastato l’uso “Salva-banche” del “Fondo Salva-Stati”. E proprio questo contrasto fu la causa della manovra – ricatto realizzata manovrando gli spread. Non per caso il primo atto del Governo Monti fu proprio quello di consentire alla conversione nell’uso del Fondo, da “Salva Stati” a “Salva banche”.

Quanto è stato dopo, nel corso dell’estate del 2011, e qui a partire dall’obbligo imposto dalla BCE all’Italia di anticipare il pareggio di bilancio dal 2014 al 2013, è una storia un po’ diversa da quella che oggi si racconta.

Davvero grato per l’ospitalità e con i miei migliori saluti.

 

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Chi uccide il fotovoltaico italiano

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Chi uccide il fotovoltaico italiano

Chi uccide il fotovoltaico italiano

 

di Gianni Girotto

Produrre energia pulita in Italia è un atto di coraggio ripagato con multe salatissime che scoraggiano i cittadini a prendere la strada delle rinnovabili. Nel nostro paese ci sono 550.654 impianti fotovoltaici incentivati con le tariffe del Conto Energia per 17.750 MW di potenza, oltre ad altri 150 mila installati negli ultimi 4 anni circa che non prendono tariffe incentivanti. Ma chi decide di investire in questo settore oggi, come più volte denunciato, è esposto al rischio fallimento a causa della sovrabbondanza di ostacoli architettati dai governi Renzi-Gentiloni per affossare un settore di assoluta avanguardia. Se non si cambiano subito le regole, si rischia di schiacciare l’esperienza italiana, una delle più avanzate al mondo, mandando gambe all’aria i bilanci di Enti pubblici, privati e operatori del settore che hanno scelto le buone pratiche delle rinnovabili, contribuendo alla transizione energetica.

A causa di strumenti normativi inadeguati, infatti, il GSE applica sanzioni sproporzionate sulle irregolarità per gli impianti fotovoltaici incentivati negli anni scorsi. In parole povere, basta un banale vizio di forma, un documento scritto male, per far scattare una penale eccessiva, che puo’ prevedere la cancellazione della tariffa incentivante e la restituzione degli incentivi erogati negli anni. Dobbiamo quindi evitare ulteriori storture che mettano a rischio gli investimenti del settore. Chi agisce in buona fede va tutelato, non punito.

È questo il senso dell’interrogazione urgente ai ministri dello Sviluppo economico e delle Finanze presentata dal Movimento 5 Stelle a mia prima firma. Non possiamo permettere che le sanzioni – per giunta retroattive – si espandano a macchia d’olio solo perché la norma è sbagliata. Ma vediamo qualche numero: degli oltre 550 mila impianti installati, più di 480 mila (ovvero quasi l’89%) sono stati fatti da utenti residenziali e da attività produttive piccole e medie. In buona sostanza si tratta di proprietari di casa e aziende i cui investimenti sono a rischio a causa di un sistema poco equilibrato.

A riprova dello squilibrio in essere i dati sui controlli pubblicati dal GSE stesso dai quali si nota che nel 2016 si sono rilevate irregolarità per il 35% dei controlli effettuati, una quota più che tripla rispetto al 10% del 2015. Le verifiche del 2016 sono state effettuate su oltre 4.000 impianti per quasi 3 GW di potenza. Con la conclusione dei procedimenti si è ridotto il costo di tutti gli incentivi di circa 39 milioni di euro.

La legge dice che gli incentivi vengono tolti e devono essere restituiti in caso di irregolarità. E fin qui nulla da dire. Ma qui siamo di fronte al paradosso che sbagliare a compilare un documento equivale alla truffa architettata per rubare i soldi degli incentivi. In questo caso ci si prende una sanzione allo stesso modo, con la sospensione della tariffa e l’obbligo di restituire quanto ricevuto fino ad allora. Una stortura inaccettabile, che rischia di mandare in fumo gli sforzi di quanti credono nella produzione dell’energia pulita. L’allarme arriva contemporaneamente anche dagli imprenditori del settore. Mentre il recente l’annuncio di Eni che vuole installare 220MW di fotovoltaico non passa inosservato, dal momento che si tratta proprio della stessa potenza che il GSE sta colpendo in queste settimane. Qualcuno mira a costituire un regime di oligopolio anche sul fronte fotovoltaico?

Senza contare che per esempio nel caso dei Comuni tutto questo rischia di trasformarsi in un doppio danno per la collettività in quanto non solo viene punito chi non ha colpa, sia pure un ente pubblico, ma addirittura si finisce per sottrarre importanti risorse destinate alle comunità. Inoltre di fatto si finisce per privare gli impianti della valenza finanziaria necessaria per continuare a produrre, minando di fatto il raggiungimento degli obiettivi internazionali per le fonti rinnovabili e rischiando l’abbandono di una parte sostanziale degli impianti più recenti ed innovativi costruiti in Italia. Insomma, oltre il danno anche la beffa ambientale.

Calenda e Padoan devono quindi intervenire subito per modificare le regole che portano a sanzioni sproporzionate relative alle verifiche sugli impianti che producono energia da fonte rinnovabile, nel rispetto degli sforzi da parte di Enti pubblici e privati che credono nella necessità di un rinnovamento energetico.

 

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CALABRIA: INCENDI, M5S CHIEDERÀ LO STATO DI EMERGENZA

CALABRIA: INCENDI, M5S CHIEDERÀ LO STATO DI EMERGENZA

Data l’insufficienza degli interventi sui territori, prodeceremo con i colleghi deputati Paolo Parentela, Federica Dieni e altri 5stelle del gruppo della Camera.

 

Con Paolo Parentela ho scritto al governatore Mario Oliverio, ai vertici di Calabria Verde, Vigili del fuoco e Protezione civile regionali, nonché ai prefetti di tutte le province calabresi, per sapere «con quali precisi rapporti istituzionali e indicazioni siano effettuati gli interventi antincendio, il coordinamento operativo e le attività di sorveglianza», date le «palesi insufficienze» dovute «al disposto scioglimento del Corpo forestale dello Stato» e alla «situazione dell’azienda regionale Calabria Verde, frutto di una lunga assenza della politica». Inoltre abbiamo sollecitato la Regione Calabria a «riorganizzare i servizi antincendio relativi alle proprie competenze» e a uno «specifico raccordo con il Ministero dell’Interno, che peraltro oggi ha un ministro calabrese, il senatore Marco Minniti». Ai prefetti i 5stelle abbiamo invece chiesto, «anche alla luce della poca considerazione istituzionale» ricevuta «dalla Regione Calabria, di voler agevolare con gli strumenti propri una puntuale ricognizione circa l’utilizzo delle risorse antincendio disponibili, nonché una programmazione interrelata in tema di salvaguardia del patrimonio agroforestale e di sicurezza degli abitati». Annunciamo, con il concorso della deputata M5s Federica Dieni e di altri deputati dello stesso gruppo parlamentare, la presentazione alla Camera di una serie di atti, anche per chiedere al governo, quale misura urgente contro gli incendi, lo stato di emergenza pure per la regione Calabria.

 

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LA CALABRIA BRUCIA

LA CALABRIA BRUCIA

È ora che si attivi il governatore regionale Oliverio.

Continuano gli incendi in Calabria. Anche oggi è stata una giornata drammatica, con focolai sparsi in provincia di Catanzaro, nel Cosentino, nel Vibonese e nel Reggino. Le temperature molto calde e l’irresponsabilità di qualcuno, trattandosi in più casi di incendi dolosi, stanno mettendo a dura prova il patrimonio boschivo calabrese e le squadre antincendio. Nei giorni scorsi mi ero già occupata di questo problema, verificando la prontezza e adeguatezza degli interventi. A riguardo avevo sentito i Vigili del fuoco, il capo della Protezione civile regionale, il prefetto di Vibo Valentia e altre istituzioni. Si tratta, dalle informazioni che ho reperito, di migliorare il coordinamento operativo e di impiegare al meglio risorse e mezzi nelle attività di prevenzione e controllo. A questo proposito scriverò una lettera al presidente della Regione Calabria, al fine di conoscere in dettaglio la definizione e l’attuazione dei piani antincendio. Bisogna impedire a tutti i costi che le foreste calabresi e la nostra macchia mediterranea vadano in fumo. Occorre garantire la sicurezza nei territori e la rapidità ed efficacia nello spegnimento dei roghi. Ringrazio tutti gli operatori che con coraggio e abnegazione si stanno prodigando per fermare le fiamme.

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Sul ponte (di Oliverio) sventola bandiera bianca

Sul ponte (di Oliverio) sventola bandiera bianca

Il governatore della Calabria non è stato nominato commissario alla sanità regionale, al contrario del suo collega (portavoti) Vincenzo De Luca. Per Oliverio è la sconfitta definitiva, all’interno del Pd.

Il governo Gentiloni ha nominato Vincenzo De Luca commissario alla sanità campana. Pura scelta di potere e debito saldato con l’osannato portatore di voti, che fa gioco al Pd nazionale e rientra nei calcoli del partito, ovunque perdente, come dimostrano i dati delle amministrative di giugno.

Invece Mario Oliverio, presidente della Regione Calabria, è rimasto all’asciutto: per lui niente promozione e fine del sogno di gestire ospedali, sanitari e assunzioni, con cui sperava di tenersi a galla nonostante il disastro compiuto in meno di tre anni.

È la seconda bocciatura, ora conclusiva, del personaggio politico da parte dei diretti superiori di partito.

La prima volta Oliverio incassò il colpo sul finire del 2014, quando per legge il governo centrale avrebbe dovuto dargli la responsabilità del piano di rientro dal disavanzo sanitario regionale. L’esecutivo, all’epoca guidato da Matteo Renzi, evitò caldamente la designazione, nei consigli dei ministri del 12 e del 22 dicembre 2014. Ricordo che fummo i soli a denunciare il fatto alla Procura di Roma, sul presupposto che le norme vanno sempre rispettate e applicate.

Renzi, Beatrice Lorenzin e sodali aspettarono dunque l’entrata in vigore, dal 1 gennaio 2015, di una norma, contenuta nella Legge annuale di stabilità, che rendeva incompatibile la carica di presidente di Regione con quella di commissario per la sanità.

A marzo 2015 l’allegra brigata renziana nominò Massimo Scura e Andrea Urbani, fidatissimo di Lorenzin, al vertice della sanità calabrese. I due commissari rifecero più volte la rete dell’assistenza ospedaliera, senza condividerla con Oliverio, che si limitò a una vibrante protesta di parole, ma non impugnò mai i relativi provvedimenti, più volte contrari addirittura a sentenze della magistratura; si vedano i casi degli ospedali di Trebisacce e Praia a Mare.

Intanto, in perfetta solitudine dimostrai a Roma l’infondatezza del piano di rientro, l’illegittimità della proroga del commissariamento della sanità calabrese e l’ipocrisia di Oliverio, che agitava le piazze dimenticando che, data la sordità del governo centrale, l’unica possibilità di riprendere il settore era la presentazione di un nuovo piano di rientro, che gli proposi di scrivere al suo posto.

Tuttavia, da vecchio stalinista il governatore regionale attese da Palazzo Chigi l’investitura a capo della sanità calabrese. Dunque barattò il proprio immobilismo sulla pessima gestione di Scura e Urbani con il silenzio dei due davanti a nomine dirigenziali illegittime di suoi amici e proseliti, pure favoriti dalla leggina regionale sull’allungamento della durata dei commissari delle aziende sanitarie. Un patto di non belligeranza e utilità, trasformato in guerra aperta quando Urbani è diventato ancora più potente, nominato direttore generale della Programmazione sanitaria, malgrado l’incompatibilità palese col ruolo di sub-commissario alla sanità della Calabria.

A pagare le spese di queste manovre di palazzo sono i calabresi, che non hanno medici, infermieri e altri operatori in sufficienza; alla faccia degli obblighi europei sui turni di riposo, su cui abbiamo lottato senza tregua.

Sui decreti per le nuove assunzioni abbiamo assistito a una squallida commedia tra le parti, col risultato che i tempi si sono dilatati oltremodo e gli ospedali sono rimasti sguarniti.

A Oliverio sta bene, allora, il trattamento ricevuto dal governo, che aveva provato a sedurre schierandosi, come De Luca, per la riforma costituzionale pacco di Draghi, Renzi e Boschi, respinta a furor di popolo. Nella Legge di stabilità per il 2017 lo stesso governo inserì una norma per nominare commissari della sanità anche i presidenti di Regione. Addirittura, in un celebre intervento pubblico, tra clamorose contestazioni la deputata Pd Enza Bruno Bossio annunciò (a vuoto) che Oliverio sarebbe diventato commissario agli inizi del 2017.

In Calabria la sanità è sotto lo stretto controllo di Urbani, di Lorenzin e di Antonio Gentile, che, per conservare i voti di Angelino Alfano e di Alternativa popolare, non molleranno la presa. Semmai consentiranno a Oliverio di piazzare un qualche figurante al posto di Scura, che ha fatto saltare gli schemi e sui nodi del SSR è andato a conferire col procuratore Nicola Gratteri. Nel complesso una bella palla al piede per Oliverio, che a sua volta ha la palla di se stesso.

 

P. S.

Per i Carchidi e Barresi di Calabria: le notizie si pubblicano se precise e verificate. Un conto sono le opinioni, altro le congetture e i paraventi. Dimostrate che ho avvantaggiato qualcuno alla Rai della Calabria: fate nomi, riportate atti e vicende specifiche, oppure tacete. I mezzucci non pagano. In quanto al risultato del Movimento 5stelle a Pizzo Calabro (Vv), abbiamo un nostro consigliere, che contrasterà quel modo di gestire i conti pubblici che ha portato il Comune, in mano al Pd, al dissesto finanziario. Infine, sul commissariamento della sanità calabrese dite voi da che parte state, senza acrobazie d’accademia. Io sono stata fin troppo chiara, anche presentando una proposta di legge per riprendere i quasi 2 miliardi che lo Stato deve alla Calabria. Con me non attacca!

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Alitalia, Cantone dà ragione al M5S: la nomina di Laghi è illegittima!

Alitalia, Cantone dà ragione al M5S: la nomina di Laghi è illegittima!

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Il parere dell’Anac uscito oggi sull’evidente conflitto d’interessi del commissario straordinario di Alitalia, Laghi, conferma quanto denunciato dal M5S nell’esposto consegnato da una nostra delegazione lo scorso maggio, direttamente a Raffaele Cantone.

Il documento dell’Anac include infatti, tra le altre cose, tutti i punti da noi sollevati. La nomina di Laghi è illegittima perché secondo il decreto ministeriale del 10 aprile 2013 numero 60 non può essere nominato: chi ha esercitato funzioni di amministrazione, direzione o controllo nell’impresa insolvente, ovvero si è in qualsiasi modo ingerito nella medesima; chi è creditore ed il debitore dell’impresa insolvente; chi, nei due anni antecedenti alla dichiarazione dello stato di insolvenza, ha prestato, a qualunque titolo, la sua attività professionale a favore dell’impresa insolvente.

Chiediamo che il Ministro dello Sviluppo Economico, Calenda, e il ministro dei Trasporti, Delrio, ritirino la nomina di Laghi e chiariscano al più presto quanto comunicato dall’Anac sulla sua incompatibilità. Chiederemo inoltre conto al Governo di tutta la gestione della vicenda Alitalia la prossima settimana in Commissione Trasporti alla Camera in occasione del question time ad hoc con il ministro Delrio. Vedremo come si giustificherà.

Gruppo parlamentare M5S Camera

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Emergenza incendi, non c’è un solo istante da perdere

Emergenza incendi, non c’è un solo istante da perdere

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Siamo in piena emergenza incendi. Assistiamo a soccorritori stremati, con turni senza sosta, e le fiamme di centinaia di roghi che stanno devastando soprattutto la Campania, la Sicilia, la Calabria, ma anche altre regioni.

Ebbene, lo diciamo a gran voce e con la forza che ci proviene dalle nostre battaglie: fermare le fiamme e affrontare tutte le complicazioni che i soccorritori stanno vivendo è terribilmente difficile e la colpa è della riforma Renzi sulla P.A..

Il MoVimento 5 Stelle ha sempre denunciato la scelleratezza di queste politiche, soprattutto in un Paese come il nostro, in continua emergenza legata sia al territorio sia all’ambiente.

Siamo sempre stati contrari a sciogliere il Corpo Forestale e dissipare conoscenze fondamentali e competenze specifiche per proteggere il nostro patrimonio boschivo, la nostra terra.

Come il rapporto Ecomafie di Legambiente ogni anno ha testimoniato, i Forestali hanno sempre totalizzato il maggior numero di azioni di contrasto ai reati ambientali.

Perché smantellare questo corpo? Perché renderne l’azione difficile se non, in certi casi, impossibile?

I Carabinieri non hanno competenze di spegnimento, e anche i mezzi del corpo forestale passati ai militari non possono essere utilizzati. Hanno cancellato un patrimonio di know how con un tratto di penna. Senza pensare a cosa sarebbe accaduto. Eppure era tutto piuttosto prevedibile.

A questo si aggiungono i tagli fatti, il mancato riordino e potenziamento dei Vigili del Fuoco, aver reso regioni a statuto speciale e quindi con propri ordinamenti e risorse come la Sicilia sprovviste di mezzi, uomini e, addirittura, di flotte aeree per gli incendi boschivi, non avere più i forestali a dirigere le operazioni di spegnimento, e quindi rendere i soccorsi scoordinati e disorganizzati: ecco le conseguenze delle politiche del governo Renzi. Per tutto questo, è il Pd ad avere la responsabilità politica di quanto sta succedendo.

Il MoVimento 5 Stelle ha chiesto in Commissione Affari Costituzionali l’approvazione delle seguenti proposte. Avevamo intuito i rischi, oggi purtroppo realtà, che avrebbe comportato la riforma sulla PA voluta da Renzi.

Vogliamo: i) Aumentare il personale di Polizia esistente mediante nuove assunzioni; ii) Razionalizzare le funzioni non solo della Polizia, ma anche dei Vigili del Fuoco; iii) Istituire un corpo di polizia forestale specializzato nel contrasto dei delitti ambientali; iv) Rivedere le modalità di utilizzo dell’esercito, prevedendo l’ampliamento dei tempi di utilizzo e semplificazioni di intervento in casi di calamità naturali (alluvioni, allagamenti, incendi, ecc.); v) Evitare la soppressione del Corpo di Polizia forestale ed evitare la riduzione dei compiti specifici della forestale; vi) Equiparare il personale degli enti parco e degli agenti di pubblica sicurezza al comparto sicurezza; vii) Prevedere specifici compiti per i vigili del fuoco e per la protezione civile, nell’ambito delle specificità delle competenze che il Governo ha voluto invece eliminare; viii) Potenziare il Corpo di Polizia forestale e quello Nazionale dei vigili del Fuoco, per quanto riguarda la lotta attiva agli incendi boschivi.

Questa maggioranza continua a dare miliardi alle banche, mentre tutto attorno sprofonda!

Adesso è il tempo degli interventi urgenti: per questo abbiamo chiesto lo stato di emergenza e una pressione, forte, sui presidenti di regione affinché usino tutti i mezzi a disposizione per fermare le fiamme. Loro hanno un’altra responsabilità precisa: hanno adottato tardi, anzi tardissimo, i piani antincendio, come nel caso di Sicilia e Calabria. Oppure non li hanno ancora adottati, come nel caso di una delle regioni più martoriate dagli incendi, la Campania. Almeno lo facciano ora, per provare, l’anno prossimo, a prevenire, oltre che curare.

In questo dramma, un governo latitante ci costringe persino a chiedere aiuto ai mezzi europei. Perché – va da sé – per salvare banche e banchieri non si risparmiano, mentre a salvare i nostri boschi, i nostri parchi nazionali, i nostri territori, nonché l’aria che respirano gli italiani ci penserà qualcun altro: il MoVimento 5 Stelle non appena sarà al Governo!

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Terremoto: ecco che fine fanno i soldi degli sms

Terremoto: ecco che fine fanno i soldi degli sms

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Ricordate il caso degli Sms solidali per il terremoto?

Tutti pensavano che i fondi sarebbero stati usati immediatamente per le popolazioni messe in ginocchio dal sisma, invece avevamo scoperto che quei soldi erano bloccati e che lo sarebbero rimasti a lungo. Adesso finalmente sembra che la macchina burocratica si sia messa in moto, ma qui è arrivata un’altra brutta sorpresa. Scopriamo infatti che nelle Marche ha ricevuto tramite le donazioni oltre 17 milioni di euro e la Regione vorrebbe usarne ben 5,5 per la realizzazione di una pista ciclabile che dall’Appennino arrivi fino a Civitanova, sulla costa Adriatica. Con tutti gli enormi problemi che devono affrontare quei territori è normale pensare di spendere una cifra così importante un’opera che non risolve i problemi che opprimono quei cittadini nell’immediato? A noi questa sembra una follia e l’ennesima doccia gelata per quei cittadini che cercano di tenere buoni a suon di false promesse e speranze.

Se è convinto delle sue idee, il Presidente delle Marche Ceriscioli vada a spiegare la bontà del progetto direttamente ai suoi cittadini che ancora aspettano di poter entrare nelle casette di legno, che attendono di veder rimosse le macerie, che dovranno aspettare anni prima di poter mettere piede dentro a una vera casa e per ricreare le proprie comunità. Quegli stessi cittadini hanno avviato una raccolta firme per bloccare queste assurdità.

Rivolgiamo un appello al comitato etico nominato per vigilare sul corretto utilizzo di quei fondi. Se davvero, come ha dichiarato uno dei suoi tre componenti, l’ex generale dei Carabinieri e Consigliere della Corte de Conti Giorgio Cancelleri, “la priorità sarà data ai micro bisogni del territorio” e non per iniziative “lontane dai bisogni dei cittadini”, questo progetto va cestinato. Usiamo quelle risorse per fare davvero del bene, rapidamente, ai cittadini.

Laura Castelli, M5S Camera

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Il PD ha già approvato il Fiscal Compact. A febbraio

Il PD ha già approvato il Fiscal Compact. A febbraio

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Basta speculare sull’abolizione del Fiscal Compact per meri fini elettorali. Il PD e chi lo rappresenta non può permettersi di sbandierare e minacciare l’abolizione di questo mostruoso e folle accordo intergovernativo che, se inserito nel quadro giuridico UE, sancirà la fine dell’Italia. Perché proprio il Partito Democratico, a febbraio 2017 tramite il report a firma Bresso – europarlamentare renziana al Parlamento europeo – ha proposto e ottenuto a suon di voti (dei socialisti e dei popolari, dove siedono a Strasburgo PD e Forza Italia) un’accelerazione nell’istituzionalizzare la Troika a livello comunitario. Il report pretendeva l’immediata “integrazione delle pertinenti disposizioni del patto di bilancio nel quadro giuridico dell’UE” e “la piena attuazione dell’attuale quadro basato sul six-pack e del two-pack“. Quindi, appunto, di integrare il Fiscal Compact nel quadro giuridico dell’Unione Europea. Matteo Renzi ancora sostiene di aver combattuto una battaglia in Europa e di voler cambiare le regole a tutti i costi: questo personaggio inizia ad essere un pericolo ambulante per sé stesso e per l’Italia intera.

La storia del Fiscal Compact e il modo obbrobrioso con cui l’UE l’ha partorito viene da lontano e vede la connivenza della politica italiana tutta, senza eccezioni. Nella sua fase embrionale il Fiscal Compact, o meglio i dettami con cui viene imposta l’austerità nel continente, è contenuto nei cosiddetti Six-Pack e Two-Pack. Votati e voluti dal Governo Berlusconi-Lega (vi era Giulio Tremonti al ministero dell’Economia) nel 2011, sono un insieme di regolamenti e direttive attraverso le quali è stato introdotto un sistema di sorveglianza dei dati macroeconomici di ciascun paese, per cui se la Commissione europea ritiene che ci siano degli squilibri può chiedere allo Stato di adottare misure di politica economica dirette alla loro eliminazione. È l’inizio della fine firmato dal centro-destra italiano, gli stessi che oggi vogliono sembrare euroscettici ne sono stati complici consenzienti.

Poi è arrivato Mario Monti, quando era ormai evidente che i vizi del Cavaliere e i vari bunga bunga non erano più adatti a gestire un Paese sull’orlo del baratro. Lui ha completato ciò che Berlusconi aveva trattato con estrema sufficienza: mentre l’Unione Europea si trasformava in un mostro tecnocratico, i mercati ci attaccavano, l’ex presidente del Consiglio veniva travolto da scandali di ogni genere e il PD si apprestava a spingere verso un’austerità sempre più cieca e disumana. In questo periodo prende definitivamente forma il Fiscal Compact, ereditato dal Governo di centro-destra, firmato dai tecnici e fortemente voluto da un festante Partito Democratico, inebriato dalla smania di andare finalmente al potere. Non solo, siamo anche stati tra i pochi Paesi europei a modificare la nostra Costituzione per inserirvi il pareggio di bilancio (sempre coi voti di PD e PDL); una follia di cui pagheremo le conseguenze a lungo.

Oggi tutti sbandierano l’abolizione del Fiscal Compact come uno scalpo per ottenere qualche voto. La verità è che sono incompetenti e in conflitto d’interessi fino al midollo; con questa classe politica mai nulla cambierà, andremo solo a peggiorare. Di anno in anno, di regolamento in regolamento, di decreto legge in decreto legge, l’Italia si trasformerà in un Paese del terzo mondo. Fidatevi di chi il Fiscal Compact e l’Euro gli hanno criticati fin dagli albori. Quando era impopolare alzare il dito contro le folli regole economiche dell’Unione europea, il MoVimento 5 Stelle aveva già compreso il baratro a cui stavamo andando incontro. E ancora ci danno degli incompetenti, proprio loro, che con le loro lauree “honoris causa” stanno distruggendo l’Italia.

Vi riportiamo l’articolo 7 del report Bresso, a firma PD. Ecco quanto vale la parola di Renzi:
art.7. – ritiene che le soluzioni intergovernative debbano rappresentare solo uno strumento di extrema ratio vincolato a condizioni rigorose, in particolare il rispetto del diritto dell’Unione, l’obiettivo di rafforzare l’integrazione europea e l’apertura per l’accesso degli Stati membri non partecipanti, ed è del parere che dovrebbero essere sostituite quanto prima da procedure unionali, anche negli ambiti in cui non tutti gli Stati membri soddisfano le condizioni di partecipazione, in modo tale che l’Unione possa svolgere i propri compiti all’interno di un unico quadro istituzionale; si oppone, in tale contesto, alla creazione di nuove istituzioni all’esterno del quadro unionale e continua ad adoperarsi per l’integrazione del meccanismo europeo di stabilità (MES) nella legislazione dell’Unione, a condizione che vi sia un’adeguata assunzione di responsabilità democratica, come pure per l’integrazione delle disposizioni pertinenti del patto di bilancio (Fiscal Compact), così come previsto dallo stesso trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria, sulla base di una valutazione globale dell’esperienza acquisita nell’ambito della sua attuazione; insiste sulla necessità di non tenere separato il processo decisionale effettivo dagli obblighi di bilancio;

Scarica qui il report in formato originale.

    Cementificazione selvaggia, la battaglia contro le vasche di laminazione arriva a Bruxelles

     Cementificazione selvaggia, la battaglia contro le vasche di laminazione arriva a Bruxelles

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    di Eleonora Evi, EFDD – M5S Europa

    In commissione PETI al Parlamento Europeo è stata discussa la petizione riguardante le vasche di laminazione del Seveso in costruzione a Bresso. Fanno parte del più ampio intervento che interessa numerosi comuni del Nord Milano, nel tentativo di risolvere il problema delle continue esondazioni del fiume. La petizione rimane aperta e la presidente della commissione invierà una lettera alle autorità regionali per far presente il rischio d’impatto di quest’opera non solo sulla salute dei cittadini, ma anche sull’ambiente. Specialmente alla luce degli elementi che sono stati evidenziati durante l’audizione.

    Il progetto che interessa il comune di Bresso (già approvato) fa parte di una serie di vasche di laminazione del Parco Nord – costate 30 milioni di Euro – che comporterebbero la distruzione di ben 4 ettari di terreno appartenente al parco, un vero e proprio polmone verde. L’opera è stata finanziata sia dall’amministrazione comunale di Milano (con 10 milioni di Euro) sia da quella regionale (con 20 milioni): è chiaro quindi come ci sia una volontà politica trasversale a tutti i livelli istituzionali – da PD, a Forza Italia e Lega – per portarla a termine.

    Com’è possibile pensare di risolvere il problema del dissesto idrogeologico causato dalla cementificazione selvaggia del territorio permettendo un’ulteriore cementificazione del suolo? In una zona, tra le altre cose, in cui il Parco Nord ha un ruolo fondamentale non solo dal punto di vista paesaggistico e naturalistico, ma anche per il grado di vivibilità. Inoltre, non esiste alcuna evidenza scientifica sul fatto che la realizzazione di queste vasche (dovrebbero contenere 250mila metri cubi di acqua) sia la soluzione idonea a scongiurare qualsiasi rischio di esondazione del fiume.

    Non dimentichiamoci, infine, che le vasche porterebbero acqua stagnante e inquinata vicino ai centri abitati. La situazione è ancora più grave stando a quanto emerge dallo studio d’impatto relativo al progetto della costruzione delle vasche di laminazione nel comune di Senago (2014): ARPA avrebbe registrato nel 2009, 2010 e 2011 una cattiva qualità dell’acqua del Seveso, dovuta con tutta probabilità alla presenza di glifosato e altri inquinanti. È stata anche rilevata una quantità di Cromo Esavalente con valori medi superiori ai limiti di legge imposti per le acque sotterranee.

    Per tutti questi motivi il MoVimento 5 Stelle si batte da anni a ogni livello istituzionale per scongiurare la realizzazione dell’opera. Grazie all’impegno di tutti è stato possibile portare all’attenzione dell’Europa un problema che riguarda la salute di migliaia di persone. La collaborazione tra i portavoce, ancora una volta, ha permesso di ottenere risultati importanti a tutela degli interessi dei cittadini.

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    Pensioni degli europarlamentari: la casta si tiene il privilegio

    Pensioni degli europarlamentari: la casta si tiene il privilegio

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    La casta si tiene il privilegio. Il Parlamento europeo ha detto no alla nostra proposta di risoluzione per l’abolizione della pensione privilegiata degli eurodeputati. E’ la solita musica: ai politici i privilegi, ai cittadini l’austerity. La decisione, presa dai coordinatori dei gruppi politici della Commissione Giuridica, è vergognosa. Noi vogliamo una pensione equa per gli europarlamentari e non privilegi della casta.

    Avevamo anche rivolto un appello a tutti i gruppi politici per sostenere la nostra proposta e far vincere l’Europa dei cittadini. Ma Pd, Forza Italia, Lega Nord e tutti i parlamentari italiani, attraverso i loro gruppi politici al Parlamento europeo, hanno preferito mantenere un privilegio senza senso. Hanno fatto melina mettendo la testa sotto la sabbia. A loro il privilegio fa comodo.

    VIDEO. Solo il gruppo Efdd – MoVimento 5 Stelle lotta per cancellare i privilegi della casta. In Italia, come in Europa.

    I PRIVILEGI DEGLI EUROPARLAMENTARI
    Tutti gli eurodeputati, al compimento dei 63 anni di età, hanno diritto a un pensione di anzianità a vita pari al 3,5% della retribuzione per ciascun anno completo di esercizio di mandato. Con 5 anni di mandato si matura una pensione a vita pari a 1.484,70 euro al mese. Con due legislature l’assegno raddoppia. I deputati europei inoltre non versano i contributi come tutti i normali cittadini. Questo è un privilegio perché ai parlamentari basta stare su una poltrona anche 1 solo anno per andare in pensione a 63 anni e avere diritto a un assegno. La nostra proposta era semplice: cambiare al più presto l’articolo 14 dello Statuto dei deputati del Parlamento europeo che disciplina il trattamento pensionistico degli eletti. Il diritto pensionistico dei membri del Parlamento europeo deve essere in linea con i sistemi previdenziali previsti per i cittadini ordinari, sia per il calcolo dell’ammontare sia per i requisiti anagrafici e contributivi che definiscono l’età pensionabile.

    CHI HA VOTATO CONTRO?
    La nostra proposta di risoluzione che abolisce la pensione privilegiata dei parlamentari europei è stata discussa dai coordinatori della Commissione Giuridica del Parlamento europeo. All’incontro – svolto a porte chiuse – hanno partecipato il Presidente della Commissione il ceco Pavel Svovoba (PPE) e i capigruppo della Commissione: il tedesco Axel Voss (PPE), l’austriaca Evelyn Regner (S&D), il bulgaro Angel Dzambazki (ECR), la finlandese Heidi Hautala (Verdi), il greco Kostas Crysogonos (Gue), la francese Joelle Bergeron (EFDD), il francese Gilles Lebreton (ENF). Questi deputati hanno dimenticato che che in 18 Stati europei i politici non hanno nessun privilegio. In Austria, Croazia, Danimarca, Estonia, Grecia, Irlanda, Lettonia, Lituania, Malta, Olanda, Polonia, Portogallo, Repubblica ceca, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Svezia e Ungheria i deputati dei Parlamenti nazionali versano i contributi come tutti gli altri cittadini e percepiscono una pensione in base ai contributi che hanno versato nella loro vita lavorativa. Questi Paesi sono un modello da seguire. Ringraziamo la parlamentare europea Joelle Bergeron per essersi battuta, durante la riunione, per far approvare la proposta. La nostra battaglia non è finita. Andrà avanti. È una promessa.

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    Migranti e ONG: l’audizione della verità

    Migranti e ONG: l’audizione della verità

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    Adesso vogliamo tutta la verità. Ci sono contatti fra le ONG che operano nel Mar Mediterraneo e gli scafisti? Chi le finanzia? Ricevono fondi pubblici? A quanto ammontano? Con quale rappresentante del governo italiano Frontex ha negoziato il piano operativo dell’operazione Triton? Chi ha proposto di fare una eccezione sulla regola del mare che obbliga a portare una nave alla deriva nel “porto più vicino”? Quali sono le modalità di recesso di Triton? Perché l’Unione europea non ha mai riempito il vuoto nelle operazioni di ricerca e salvataggio lasciato dalla fine dell’operazione Mare Nostrum e colmato oggi dalle ONG? Cosa fa la guardia costiera europea che non ha risolto il problema degli sbarchi illegali che mettono in pericolo vite umane e arricchiscono bande criminali?

    Alle nostre domande risponderanno oggi al Parlamento europeo Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, Capitano Sandro Gallinelli della Guardia costiera italiana, Marco Bertotto, Medici senza frontiere e Judith Sunderland, di Human Rights Watch. Il gruppo Efdd – MoVimento 5 Stelle ha chiesto e ottenuto questa audizione speciale della Commissione Libertà Civili, Giustizia e Affari Interni del Parlamento europeo.

    VIDEO. Diretta in live streaming della audizione su migranti e ONG. Vogliamo tutta la verità!

    Dopo l’audizione il MoVimento 5 Stelle incontrerà al Parlamento europeo Fabrice Leggeri, direttore dell’Agenzia FRONTEX e, a seguire, Marco Bertotto, Head of Advocacy di Medici Senza Frontiere. Parteciperanno Laura Ferrara e Ignazio Corrao, eurodeputati M5S, e Luigi Di Maio, vice presidente della Camera dei Deputati. Seguirà una conferenza stampa al Parlamento europeo.

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