L’Europa è complice del massacro delle balene in Norvegia

L’Europa è complice del massacro delle balene in Norvegia

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L’accordo commerciale fra Unione europea e Giappone, siglato il 5 luglio, porta con se una grande ombra: il massacro delle balene. Dai porti europei passa infatti la carne di balene che dalla Norvegia arriva – senza controlli – direttamente in Giappone. La Norvegia caccia circa 1.000 esemplari di balene ogni anno. Secondo un documentario trasmesso in Norvegia nel marzo 2017, oltre il 90% degli esemplari uccisi legalmente era di sesso femminile, la quasi totalità delle quali in gravidanza. Le ripercussioni ambientali sono enormi per l’ecosistema marino: più balene ci sono migliore è infatti lo stato di salute degli oceani. Le balene infatti forniscono nitrogeno e ferro che sono necessari per la vita del fitoplancton. Il fitoplancton è diminuito del 40% dal 1950 principalmente a causa della diminuzione della popolazione delle balene.

L’accordo commerciale siglato con il Giappone – che ha molti aspetti positivi – non deve indebolire la lotta al traffico illecito di carne di balena. Chiediamo più controlli. In Europa la caccia alle balene e la tratta delle sue carni sono vietate. Dobbiamo essere coerenti senza prestarci a nessuna complicità.

Il gruppo Efdd – MoVimento 5 Stelle sta lottando al Parlamento europeo per difendere le balene e i nostri mari in tutte le Commissioni competenti: Ambiente, Pesca e Commercio internazionale.

VIDEO.
L’Intervento di Eleonora Evi durante la plenaria di Strasburgo.

di Eleonora Evi, Efdd – MoVimento 5 Stelle (Commissione Ambiente)
“Cari colleghi, che gli oceani ed i loro abitanti non versino in condizioni ottimali è un dato di fatto oggettivo e conosciuto. Tra tutti, i mari artici sono quelli a maggior rischio e quelli dove si stanno manifestando in maniera più evidente gli effetti dei cambiamenti climatici. Purtroppo c’è chi dalla fusione dei ghiacci artici vede solo le grandi opportunità di guadagno dall’estrazione di combustibili fossili, dalle attività minerarie, dall’apertura di nuove zone di pesca e di rotte di navigazione. Questo scenario impone a tutti noi di fare del nostro meglio per evitare che al degrado globale si aggiunga le dannosa e inutile caccia alle balene. Circa il 90% delle balenottere uccise finora dai balenieri norvegesi erano femmine, quasi tutte gravide. La loro uccisione rappresenta un danno enorme per le capacità di sopravvivenza delle popolazioni di balenottere del Nord Est Atlantico. Chiediamo pertanto che gli Stati membri siano allertati del possibile traffico illecito di carne di balena norvegese verso il Giappone ed attuino tutti i necessari controlli di legge. Chiediamo anche che la Commissione europea individui misure di pressione verso la Norvegia nella sua dimensione di membro dell’EEA (European Economic Area) a cui si applica la normativa comunitaria”.

di Rosa D’Amato, Efdd – MoVimento 5 Stelle (Commissione Pesca)

“La Norvegia ha ucciso più di 350.000 balene tra il 1946 e il 1986 e ha votato contro la moratoria commerciale di caccia alle balene nel 1982 rifiutandone i vincoli. Il Paese dei fiordi pratica la caccia alle balene con delle quote autoassegnate, attualmente 999 per la stagione di caccia del 2017 (da 880 nel 2016 e 1.286 per il tutto il periodo 2010-2015 incluso). La scusa era quella della caccia scientifica di piccole balene poi ha ripreso la caccia alle balene commerciali in virtù della «obiezione» alla moratoria commerciale. Oggi la Norvegia è la nazione con il maggior fatturato derivante dalla caccia alle balene al mondo, più di Islanda e Giappone messi insieme. Oltre la metà del prodotto di questa caccia viene esportato in Giappone.

La caccia alle balene ha anche delle ripercussioni ambientali significative per l’ecosistema marino: più balene ci sono migliore è lo stato di salute degli oceani. Inoltre, questi cetacei affrontano già una serie di minacce, non per ultima quella relativa ai cambiamenti climatici e ai rifiuti marini, ma nonostante l’opposizione degli scienziati la Norvegia va avanti con la caccia alla balene, sebbene sempre meno norvegesi gradiscano la sua carne che è per lo più destinata al mercato giapponese. Il Parlamento europeo non poteva non opporsi a questa situazione e ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea chiedendo cosa di fatto questa sta facendo per, da un lato far rispettare alla Norvegia gli accordi internazionali e dall’altro evitare che la carne di balena destinata all’esportazione (la maggior parte!) transiti nei nostri porti europei. Questa è l’ennesima ipocrisia made in Europe, per la serie “fatta la legge trovato l’inganno”. All’interno della nostra area commerciale si commercializzano quasi indisturbati prodotti vietati dalle norme europee!”

di Tiziana Beghin, Efdd – MoVimento 5 Stelle (Commissione Commercio Internazionale)
“La caccia alle balene in Norvegia è legata al redditizio commercio della carne verso il Giappone dove viene venduta a prezzi da capogiro. Il problema è che per arrivare fin lì le navi passano spesso per i porti dell’Unione europea. Nell’ottobre del 2016, ad esempio, sono transitate circa 3 tonnellate in almeno tre porti europei. In Europa la caccia alle balene è vietata, gli Stati membri aderiscono alla Convenzione internazionale per il commercio di specie animali e vegetali in pericolo (CITES), quindi chiediamo che il transito di carne di balena possa avvenire solo in presenza di certificati di autorizzazione che devono essere presentati alle autorità portuali. Se non possiamo obbligare la Norvegia a interrompere i suoi programmi di caccia alle balenottere possiamo però applicare le norme riconosciute a livello EU. L’importanza dell’interrogazione orale discussa al Parlamento europeo va al di là della generica denuncia della caccia alle balene, ma riguarda il ruolo che possono e devono svolgere le autorità portuali degli Stati membri nell’impedire il commercio illegale della carne di balena. Per questa con l’interrogazione vogliamo avviare un processo che dovrà svilupparsi ulteriormente affinché la Commissione verifichi il rispetto degli obblighi derivanti dalla CITES nei porti europei e individui strumenti di pressione verso la Norvegia affinché si decida a riconoscere e mettere in atto la moratoria del 1986”.

 

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“Azione europea per la sostenibilità”, l’ennesima occasione persa dell’UE

“Azione europea per la sostenibilità”, l’ennesima occasione persa dell’UE

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Attraverso la “EU Action for Sustainability” l’Unione Europea avrebbe dovuto intraprendere le azioni per realizzare l’agenda delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (OSS) al 2030. È stata l’ennesima occasione persa, soprattutto vista la risultante del voto di ieri a Strasburgo e la scarsa propensione degli Stati membri. Il MoVimento 5 Stelle aveva indicato la giusta strada da seguire nella commissione competente del Parlamento europeo, la ENVI. Come spesso accade, però, alla prova della plenaria è emersa l’ipocrisia dei grandi gruppi e il classico imbarazzante inciucio tra popolari/socialisti che:

hanno affossato gli emendamenti M5S sugli inceneritori. Chiedevamo l’abbandono dell’incenerimento dei rifiuti e del loro conferimento in discarica, perché contrari ai principi dell’economia circolare. Come indicato, in particolare, dalla Comunicazione della Commissione del gennaio 2017 in materia di “Waste-to-Energy” che raccomanda di eliminare qualsiasi forma di sostegno pubblico al recupero di energia dai rifiuti;

hanno svuotato le parti della relazione in cui veniva indicata la responsabilità dell’agricoltura industriale (quale ostacolo al raggiungimento degli OSS), nonché tutte le parti della relazione sul ruolo che la cultura e l’educazione devono svolgere;

hanno eliminato le parti della relazione targate M5S in cui si riconosceva l’impatto negativo del consumo di carne rossa sulla salute e sui cambiamenti climatici (un grande numero di studi dimostra l’impatto devastante dell’agricoltura e dell’allevamento intensivo sulle emissioni di gas a effetto serra).

Un vero peccato, soprattuto perché – come detto – il lavoro e le posizioni approvate in commissione ENVI andavano nella giusta direzione. La portavoce Eleonora Evi aveva ottenuto ottimi risultati, in particolare:

critica generale: alla comunicazione della Commissione su questo tema, poco ambiziosa, priva di concretezza e di misure correttive per invertire il trend negativo rispetto a molti obiettivi;

partecipazione: coinvolgimento attivo dei cittadini nella Piattaforma che verrà creata affinché i portatori di interessi partecipino alla realizzazione e al monitoraggio degli obiettivi di sviluppo sostenibile;

critica al sistema di produzione e consumo sotteso all’economia globale (insostenibile per la grande produzione di rifiuti, la pressione eccessiva sulle risorse esauribili) e necessità di sottoporre i prodotti e i servizi alla valutazione del loro ciclo di vita per misurare la loro sostenibilità;

biodiversità: occorre che la Commissione e gli Stati completino al più presto la designazione dei siti Natura 2000, la più importante rete ecologica europea;

suolo e foreste: la Commissione deve proporre in via prioritaria norme comuni contro il consumo ed il degrado dei suoli (in linea con la ICE “People4Soil”) e proporre al più presto il Piano d’azione dell’UE contro la deforestazione (promesso, mai realizzato);

clima: ribadita la necessità di contenere il riscaldamento globale entro a 1,5° e di ambire ad un’Unione ad emissioni zero al 2050, in linea con Accordo di Parigi;

settore delle acque: garantire il trattamento e il riutilizzo sicuro delle acque reflue urbane, il linea coi principi dell’economia circolare e fare di più per garantire l’accesso all’acqua potabile, attualmente negato al 2% della popolazione europea;

transizione verso un’industria che corrisponda ad un modello economico e sociale sostenibile: fare uso delle tecnologie migliori e pratiche di produzione in grado di assicurare i più alti standard ambientali, la creazione di posti di lavoro sicuri, stabili e sostenibili;

affrontare in via prioritaria la riconversione industriale dei siti inquinanti che in molte regioni d’Europea causano inquinamento ed espongono i cittadini a gravi rischi per la salute;

azione esterna dell’UE e flussi migratori: i fattori ambientali sono una delle cause delle migrazioni, l’EASS, la Commissione e gli Stati membri devono interagire coi paesi terzi per ridurre le emissioni attraverso la promozione delle energie rinnovabili;

risorse economiche dell’UE: necessità di riorientare il bilancio delle istituzioni verso l’attuazione degli obiettivi di sviluppo sostenibile al 2030;

mobilità e trasporti: dare la priorità alla mobilità sostenibile a livello locale, attraverso la realizzazione di progetti di trasporto pubblico rispettosi dei territori e basati sui veri bisogni dei cittadini; assicurare che il cofinanziamento UE sia destinato ad opere che apportino un reale valore aggiunto;

allevamento e carni rosse, ridurre impatto sul clima e sulla salute: l’obiettivo al 2020 di ridurre l‘impatto sul clima del settore alimentare non sarà raggiunto; il consumo di carni rosse e di acidi grassi saturi nell’UE purtroppo continua a superare i valori nutrizionali raccomandati; occorre favorire un minor consumo di prodotti animali anche nell’ottica di diminuire notevolmente le emissioni di gas a effetto serra e di azoto;

benessere animale: tema da mettere al centro di ogni discorso sulla sostenibilità, tema negato dai modelli di produzione e consumo prevalenti; invochiamo l’azione dell’UE per colmare il vuoto politico e legislativo sul benessere animale, come richiesto a gran voce dai cittadini;

inquinamento acustico: l’indicatore per questo parametro non sarà raggiunto al 2020. L’inquinamento acustico causa 10 mila morti premature all’anno e ¼ della popolazione UE è esposta a livelli di rumore oltre i limiti; gli Stati membri devono affrontare il problema con urgenza;

agricoltura e pesticidi: favorire il recupero dei terreni agricoli abbandonati o in disuso nell’ambito della PAC; promuovere la transizione agro-ecologica, minimizzando l’uso dei pesticidi dannosi per la salute e l’ambiente e realizzando misure volte a sostenere l’agricoltura biologica e biodinamica; richiesta alla Commissione e agli Stati membri di riformare il prima possibile ed in senso restrittivo le regole sull’autorizzazione dei pesticidi, prevedendo, ad esempio, obiettivi vincolanti per la loro riduzione (in linea con le richieste della ICE “STOP Glifosato”).

Questo lungo e doveroso elenco era quanto ottenuto fino a 24 ore fa. Nessuna persona coerente e svincolata da conflitti d’interesse o pressioni di lobby di vario genere potrebbe prima votare un pacchetto così ambizioso per poi smontarlo qualche settimana dopo a Strasburgo. Così funziona il Parlamento europeo, grandi strette di mano a Bruxelles e numerose buone intenzioni, che poi vengono puntualmente tradite nelle sedute plenarie di Strasburgo. Questo bipolarismo fa perdere la giusta strada all’Europa e moltissimo tempo a questa generazione (e alla prossima). Tempo che dovrebbe essere impiegato a risolvere i problemi legati al clima, all’energia e ai cambiamenti climatici; e che invece viene svilito sotto grandi accordi spesso siglati “sottobanco”. Vergogna.

 

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#ProgrammaTelecomunicazioni: Frequenze e 5G

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#ProgrammaTelecomunicazioni: Frequenze e 5G

#ProgrammaTelecomunicazioni: Frequenze e 5G

 

Il tema è quello dell’aumento del traffico sulla rete mobile dovuta allo sviluppo del 5G, la rete di quinta generazione che sarà quella dell’internet delle cose. Tutto nasce dalla decisione europea di riallocare il range frequenziale attualmente dedicato solamente al digitale terrestre.

di Dino Bortolotto, presidente dell’associazione Assoprovider

Obiettivo di questo intervento è analizzare le caratteristiche delle diverse soluzioni al problema determinato dalla decisione europea di riallocare il range frequenziale dei 700 Mhz, attualmente dedicato al digitale terrestre. La decisione è determinata dalle crescenti richieste di nuove frequenze da parte degli operatori mobili, il problema è quindi come garantire la continuità operativa dei servizi offerti oggi dagli attuali assegnatari, costituiti dagli operatori del digitale terrestre.

Prima di procedere è opportuno fare qualche premessa. Ricordo che lo spettro frequenziale è un bene comune, secondo la definizione classica degli economisti, che esso è normato a livello mondiale, poi a livello europeo e infine a livello nazionale. Quanto sto per dire non è esaustivo né tecnicamente completo, ma ha lo scopo, visto che parliamo di un bene collettivo, di rendere la collettività cosciente delle conseguenze macroscopiche di ogni soluzione. È evidente che, trattando un bene collettivo, sia opportuno porsi la domanda di quali siano i criteri da privilegiare, e a tal proposito ritengo ovvio che la priorità spetti alla ricchezza dell’offerta di contenuti, che deve crescere e non diminuire ed è in subordine a tutto ciò che diminuisce i costi di produzione, trasporto e diffusione dei contenuti fruibili dagli utenti.

È sulla base di questo criterio che una soluzione banale come quella costituita dalla semplice chiusura degli attuali assegnatari, con un risarcimento economico per i mancati ricavi, al momento attuale non sia oggetto di valutazione. Le soluzioni finora emerse sono tre, e di seguito descrivo sommariamente le loro caratteristiche tecniche e il diverso impatto economico che esse hanno sui diversi attori economici coinvolti, che sono ovviamente gli operatori del digitale terrestre, gli utenti di tali operatori e la Pubblica amministrazione che ha il compito di sorvegliare il corretto utilizzo delle risorse collettive.

Una prima soluzione è costituita dallo spostamento sul trasporto satellitare degli attuali assegnatari del range frequenziale di 700 Mhz. È una soluzione che per gli operatori implica un costo per l’acquisizione del trasporto satellitare, che sarebbe compensato però dalla riduzione dei costi nella non più necessaria rete di trasporto e diffusione mediante frequenze del digitale terrestre.

Una ben più significativa perdita, costituita dalla riduzione del proprio parco utenti a causa dello switch, è il problema maggiore. Dal 2012 lo switch off ci ha insegnato come sia impossibile mantenere inalterato il proprio parco utenti, quando questi siano coinvolti in attività di risintonizzazione e modifica o acquisizione degli apparati riceventi. Ne consegue che se questa attività non fosse totalitaria, e non coinvolgesse quindi anche gli operatori del digitale terrestre attualmente non toccati dalla riassegnazione al range, essa risulterebbe discriminatoria nei confronti degli operatori sfrattati, che potrebbero quindi rivalersi e attuare significativi contenziosi. Attuando questa soluzione, ricadremmo quindi nel caso che non abbiamo voluto nemmeno prendere in considerazione all’inizio.

Le altre due soluzioni operano entrambe a parità di servizi erogati, una riduzione dello spettro frequenziale implicato. Una prima soluzione opera mediante un incremento del numero di bit ottenibili per singolo hertz mediante il passaggio dal digitale terrestre di prima generazione (DVB-T) a quello di seconda generazione (DVB-T2). Una seconda soluzione opera mediante una compressione del contenuto, ottenibile con il passaggio dalla codifica MPEG alla codifica MPEG4. Le due soluzioni hanno implicazioni economiche diverse, sia per gli operatori del digitale terrestre sia per gli utenti dei servizi. Nel caso del passaggio dalla codifica DVB-T a DVB-T2, gli operatori devono effettuare una completa ristrutturazione della rete trasmissiva, e quindi devono effettuare sia la sostituzione di tutti gli apparati diffusione, sia una probabile modifica del numero di apparati in campo. Gli utenti devono affrontare invece la sostituzione dell’apparato ricevente, in quanto sono veramente pochi gli apparati attualmente in possesso degli utenti che sono in grado di ricevere segnale del digitale di seconda generazione.

Nel caso del passaggio dalla codifica MPEG2 alla codifica MPEG4, gli operatori devono affrontare solo l’acquisizione dei codificatori MPEG4 nel centro di produzione, o di diffusione, e possono lasciare inalterata la rete di diffusione. Gli utenti devono affrontare la sostituzione dell’apparato di ricezione solo nel caso non sia già compatibile con lo standard MPEG4, e la diffusione di apparati presso gli utenti, compatibile con lo standard MPEG4 è sicuramente superiore alla diffusione di apparati compatibili con lo standard DVB-T2. A questo punto ciascuno dovrebbe essere in grado di individuare quale sia la soluzione più adatta.

 

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Ecco come Vodafone tratta i lavoratori che non può licenziare

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Ecco come Vodafone tratta i lavoratori che non può licenziare

Ecco come Vodafone tratta i lavoratori che non può licenziare

 

di Roberta Lombardi

Spesso i comportamenti concreti di un grande brand sono molto diversi dall’immagine di cartapesta che viene costruita grazie alle sfavillanti campagne di marketing e comunicazione.

Prendiamo il caso Vodafone: il colosso delle Tlc si lancia a corpo morto nell’impegno sui temi dell’uguaglianza di genere oppure muove la sua Fondazione sui progetti per lo sport e la disabilità. Però non tutte le vittime di discriminazioni sono uguali, a cominciare dalle donne. E Vodafone è l’ennesima azienda che, sul fronte della Corporate social responsibility, predica bene e razzola male. Soprattutto quando si tratta di comprimere indebitamente il costo del lavoro a danno dei propri dipendenti
Serena Antonelli, Rsu Cobas della sede Vodafone Italia di Roma, ha testimoniato al MoVimento 5 Stelle una storia che inizia nel 2007. Al tempo la multinazionale operò una cessione di ramo d’azienda ed esternalizzò 914 addetti di varie sedi (Roma, Ivrea, Napoli, Milano, Padova) a una società di servizi di call center, la Comdata Care SpA, che peraltro è protagonista, più di recente, di un’operazione simile con Wind.

Molti lavoratori fecero a quel punto ricorso contro una decisione che consideravano giuridicamente (e industrialmente) infondata. E, via via, i vari gradi della giustizia, dal Tribunale del lavoro di Roma fino alla Cassazione, tra il 2012 e il 2016, bollarono come inefficace la cessione e giudicarono nulli, soltanto sulla Capitale, 150 licenziamenti. Intanto, tra il 2014 e il 2017, giunsero a sentenza una serie di altri ricorsi e i giudici ordinarono il reintegro di altri 43 addetti a Pozzuoli e 17 in Piemonte. Mentre, ancora quest’anno, sono stati reintegrati altri 16 lavoratori tra Roma e Milano.
Insomma, per Vodafone è una Waterloo giudiziaria. Ma come tutte queste multinazionali insofferenti alle regole quando esse limitano i profitti sfrenati, il colosso della telefonia ha deciso di reagire con ritorsioni inaccettabili sui dipendenti, molto spesso donne: quelle stesse donne che a parole il brand dice di voler proteggere dalle discriminazioni.
E’ così che dei 130 lavoratori reintegrati, ben 79 sono stati subito messi in mobilità. Gli altri che formalmente hanno ottenuto giustizia, sono finiti man mano a casa senza salario oppure collocati sine die in distacco presso la cessionaria Comdata ed esonerati dall’attività lavorativa. Le ritorsioni e le discriminazioni si sprecano, alla faccia della social responsibility.

Anzi, Vodafone a un certo punto ha avviato una procedura di trasferimento collettivo e ha deciso di spedire 19 unità da Ivrea alla sede di Milano dopo aver annunciato la creazione di un polo meneghino e di un altro al Centro-Sud. Guarda caso, gli spostamenti forzati riguardano gli addetti protagonisti delle vicende giudiziarie e i lavoratori mai ceduti, ma con problemi di salute tali da non poter più svolgere attività di call center. Si tratta soprattutto di genitori con contratti part time di 5 ore per i quali un trasferimento a 120 km di distanza si preannuncia chiaramente insostenibile. Non è un caso che siano sempre più i dipendenti cui viene riconosciuta una malattia professionale per disagio psicologico.

Il MoVimento 5 Stelle sta seguendo la vicenda e ha presentato un’interrogazione parlamentare per chiedere al ministero del Lavoro di intervenire, affinché Vodafone rispetti le sentenze della magistratura circa la cessione del ramo d’azienda e la nullità dei licenziamenti.
Non possiamo tollerare che le regole vengano applicate a intermittenza o “à la carte”, in ragione degli interessi di lobby o grandi imprese.

 

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Il MoVimento 5 Stelle in difesa del risparmio degli italiani

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Il MoVimento 5 Stelle in difesa del risparmio degli italiani

Il MoVimento 5 Stelle in difesa del risparmio degli italiani

di Alessio Villarosa

Questo è il rispetto che hanno nei confronti degli obbligazionisti azzerati. Solo 10 ore di discussione su un decreto così importante, un decreto che deroga a 66 norme che i cittadini invece devono rispettare, un decreto che regala due banche importanti alla prima banca del Paese, creando una sorta di oligopolio controllato.

Noi eravamo pronti a lavorare anche la domenica pur di riuscire a far capire al governo quali fossero i loro errori. Molti nostri emendamenti sono stati compresi, ma per la fretta (e per il richiamo irresistibile del weekend lungo) bocciati. Banca intesa viene prima del buon senso. In tanti hanno parlato circa il nostro emendamento che cercava di evitare che chi avesse amministrato la banca fino al giorno del decreto, potesse poi addirittura diventare commissario liquidatore della stessa banca. E quindi in palese conflitto di interessi, quel famoso conflitto di interessi che il Pd, quando al governo c’era Berlusconi, continuava a raccontarci di voler cancellare.

L’unica cosa che ci può far capire cosa c’è dietro questi movimenti sarà la Commissione d’inchiesta. Ma, guarda caso, manca ancora la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale nonostante siano passati 15 giorni. In 19 minuti, invece, hanno approvato questo decreto e in 10 ore lo hanno trasferito dalla commissione all’aula. In 15 giorni, questa porcata sarà già passata da Camera e Senato, mentre la Commissione d’inchiesta ancora aspetta.

Le stranezze le comprendete tutti, non bisogna essere un parlamentare. E lo sanno anche loro, ma probabilmente il guinzaglio è troppo corto e non possono muoversi neanche di un centimetro. Voi volete continuare a stare al guinzaglio o essere liberi?

Noi volevamo spostare in avanti la data di giugno 2014 (data limite di acquisto delle obbligazioni ammissibili ai ristori) per riuscire a salvare tutti gli obbligazionisti truffati, ma i partiti avevano così fretta, il giovedì pomeriggio, che non si son votati neanche il loro emendamento in tal senso, venuto fuori dopo una lunga pressione da parte nostra.

Hanno fatto accantonare numerose nostre modifiche, lasciando trasparire una falsa volontà di impegno sul decreto. Alla fine, l’unico impegno concreto era quello di affittare la sdraio in spiaggia per sabato e domenica. E appena abbiamo richiesto di proseguire con i lavori, non solo la maggioranza, ma anche i membri dell’opposizione hanno iniziato a prendere parola, nonostante fossero rimasti silenti dall’inizio della discussione.
Questo è un Paese fondato sull’ombrellone.

Pensate che, addirittura, questo Parlamento ha evitato di votare una proposta che prevedeva che condannati o rinviati a giudizio non potessero essere commissari liquidatori. Una ipotesi peregrina? Nient’affatto: uno dei liquidatori è proprio rinviato a giudizio e si chiama Fabrizio Viola. Il MoVimento 5 Stelle però non demorde. E continua a combattere in difesa del risparmio degli italiani.

 

 

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IMMIGRAZIONE: LE COLPE DI RENZI, DEL PD E DELLE DESTRE

IMMIGRAZIONE: LE COLPE DI RENZI, DEL PD E DELLE DESTRE

    Scuola: M5S, Miur in alto mare su organico e cattedre licei musicali

    Scuola: M5S, Miur in alto mare su organico e cattedre licei musicali

    Situazione ancora confusa, ma il Movimento ha fatto la sua parte, da forza di opposizione.Mi ero occupata della delicata vicenda dei docenti dei licei musicali. Nei mesi passati, a Pizzo Calabro (Vibo Valentia), ne avevo incontrato alcuni, provenienti dalle medie e per anni utilizzati proprio in quei licei. Mi avevano parlato delle incertezze sul loro futuro, raccontandomi dei loro sentimenti e del loro sconforto. Ne ero rimasta toccata. Avevo perciò studiato la questione, anche discutendo con vincitori di un concorso per lo stesso ruolo, che il governo ha messo in conflitto con i docenti utilizzati, ripetendo un copione all’italiana. Mi ero battuta, allora, per gli uni e per gli altri, provando a far uscire il governo fuori dallo schema della lotta tra pari, posto che noi 5stelle non abbiamo responsabilità sulle scelte di indirizzo né sul caos che Renzi e compari hanno prodotto nella scuola italiana.

    Oggi il governo, che avevo interrogato formalmente, mi ha risposto sulla stabilizzazione dei docenti dei licei musicali. Ha assicurato che le operazioni si concluderanno prima del nuovo anno scolastico. Tuttavia, le rassicurazioni del sottosegretario Toccafondi non ci tranquillizzano affatto. Infatti il Miur ha precisato che la definizione degli organici e della mobilità dei docenti di ruolo già in servizio sono “in fase di ultimazione”. Insomma, dopo un anno e mezzo di attesa non abbiamo ancora i dati definitivi su questo corpo docente, il che è un male.

     
    Al sottosegretario Toccafondi ha replicato il collega deputato M5s Gianluca Vacca, della commissione Istruzione. “Il sottosegretario – ha detto Vacca – ha reso noto che più di mille di quei posti sono stati occupati con la mobilità professionale e che rimanenti verranno destinati ai vincitori dell’ultimo concorso. Tutto ciò dovrebbe avvenire in tempi congrui per un corretto avvio del prossimo anno scolastico. Ci auguriamo che queste non siano promesse da marinaio, perché quei docenti stanno aspettando già da un anno e mezzo e i tempi stringono. Settembre è dietro l’angolo”. 

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    Calabria, operazione “Mandamento”: Oliverio cacci Barbalace

    Calabria, operazione “Mandamento”: Oliverio cacci Barbalace

    L’assessore regionale alle Attività produttive coinvolta nella maxi-inchiesta della Dda di Reggio Calabria, Oliverio non può tenerla al vertice dell’assessorato.

    Il governatore della Calabria, Mario Oliverio, tolga subito dalla sua giunta l’assessore Carmen Barbalace, nell’ambito della recente inchiesta “Mandamento”, della Dda di Reggio Calabria, accusata di abuso d’ufficio in concorso, truffa aggravata e truffa aggravata per il conseguimento delle erogazioni pubbliche. L’ho affermato in un comunicato stampa, insieme ai colleghi parlamentari Paolo Parentela, Federica Dieni, Nicola Morra e Laura Ferrara (europarlamentare). È chiaro a tutti – abbiamo precisato –che Barbalace non può restare un secondo in più alla guida dell’assessorato alle Attività produttive, dovendosi accertare se abbia o meno favorito un altro indagato, che per la magistratura avrebbe percepito fondi pubblici proprio grazie all’aiuto dell’assessore in questione. Stavolta – abbiamo proseguito – ci aspettiamo un gesto coerente da Oliverio, che ha parlato ovunque di legalità ma è rimasto silente e immobile per altre vicende giudiziarie che hanno interessato la sua maggioranza. Oltretutto, nello specifico Barbalace è una dipendente della Regione Calabria, chiamata dallo stesso Oliverio a svolgere un delicato ruolo di indirizzo, proprio in un settore fondamentale, che riguarda la concessione di risorse pubbliche a privati. Ci auguriamo che la magistratura antimafia vada sino in fondo nelle verifiche relative agli uffici regionali interessati, nell’interesse della comunità e della politica calabrese.

     

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    Più ciclabili in città, finanziati i primi progetti frutto della proposta 5 stelle

    Più ciclabili in città, finanziati i primi progetti frutto della proposta 5 stelle

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    Più piste ciclabili in città, l’emendamento fatto approvare quattro anni fa dal MoVimento 5 Stelle inizia a dare i primi frutti. In Emilia-Romagna sono stati finanziati i primi sei progetti frutto della proposta a prima firma Michele Dell’Orco approvata nel 2013 all’interno del decreto del Fare. La Regione Emilia Romagna ha pubblicato la graduatoria delle proposte da ammettere a contributo per un importo totale di 1.281.571 euro destinata a quella comunità e sono stati finanziati piani per piste ciclabili a Reggio Emilia, Ferrara, Ravenna, Valnure Valchero (Piacenza), Castel di Casio (Bologna) e Felino (Parma)..

    Da informazioni raccolte dai parlamentari del MoVimento 5 Stelle presso il ministero sono stati finanziati progetti anche in Toscana, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Liguria e la provincia di Bolzano.

    LA LUNGA BATTAGLIA – I fondi regionali per la mobilità ciclabile, sono frutto di una lunga lotta politica- parlamentare condotta dal MoVimento 5 Stelle sin dal 2013 e che merita di essere ricordata. E’ importante ricordare questo travagliato iter, perchè è lo specchio delle lungaggini burocratico-politiche che frenano lo sviluppo sostenibile in questo Paese.

    Tutto iniziò con l’emendamento 5 stelle approvato.

    Per quattro anni fino al febbraio di quest’anno per l’operatività della legge sono stati necessari una serie atti amministrativi che hanno complicato e allungato i tempi.

    Così presentammo interrogazioni a Delrio, intrattenemmo corrispondenza con i funzionari ministeriali preposti, favorimmo la comunicazione tra gli uffici del Ministero dei Trasporti e del Ministero per l’Economia e Finanze, sollecitammo i ministri Delrio e Padoan con continui richiami formali, a mezzo stampa e tramite bike mob.

    Finalmente dallo scorso febbraio l’avvio delle procedure regionali. Il primo febbraio 2017 dopo la registrazione della Corte dei Conti sono diventati operativi due decreti ministeriali che definiscono precisamente: Il tesoretto nazionale complessivo per le ciclabili è pari a € 12.348.426 euro da suddividere tra le varie Regioni.

    Il successivo passo è quello della scadenza del 10 luglio 2017. Entro questa data le Regioni devono presentare un piano al Ministero per l’utilizzo del finaziamento statale. Le Regioni, nell’ambito di alcuni criteri per la selezione dei progetti definiti dal Ministero dei Trasporti, sono comunque libere di decidere come utilizzare i fondi e le procedure di assegnazione.

    Così in questi mesi il MoVimento 5 Stelle ha scritto a tutti gli assessori regionali competenti per avere delucidazioni sulle procedure che avrebbero adottato per l’utilizzazione dei fondi . Mentre i nostri consiglieri regionali hanno continuamente sollecitato l’amministrazione. .

    Alla fine i risultati iniziano ad arrivare. Tutti in sella!

     

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    Codice Antimafia: ancora una volta il Pd gioca al ribasso!

    Codice Antimafia: ancora una volta il Pd gioca al ribasso!

    Il Pd, come al solito, sul contrasto alla corruzione predica bene e razzola male: nella riforma al Codice Antimafia, approvato in Senato, il partito di Renzi all’ultimo minuto ha presentato in Aula e non in Commissione, dove per 3 anni è stato discusso il provvedimento, un emendamento che depotenzia il testo e di fatto riduce molti degli elementi positivi che la norma poteva avere in principio.

    Lo hanno fatto con la legge anticorruzione approvata nel 2015, lo hanno fatto con il 416 ter cp sul voto elettorale di scambio politico – mafioso e sono tornati a farlo di nuovo anche con la riforma al Codice Antimafia.

    E’ ormai chiaro che per il PD i singoli corrotti e corruttori che per esempio sono indiziati di aver dato una tangente per aggiudicarsi un appalto pubblico e lo hanno fatto senza far parte di una associazione a delinquere, sono anime innocenti, agnellini e non meritano di subire misure preventive come i sequestri o gli obblighi di soggiorno. Eppure sappiamo benissimo che nei reati contro la pubblica amministrazione, il vincolo associativo non viene contestato neanche nei processi penali, figuriamoci nell’applicazione delle misure di prevenzione! I processi per la maggior parte si fanno per corruzione, non per associazione a delinquere finalizzata alla corruzione. Quindi, aver inserito il vincolo associativo, di fatto rende inapplicabile la norma e mette in pericolo l’applicazione delle misure di prevenzione.

    Quando si parla di lotta alla mafia e alla corruzione non si fanno sconti a nessuno. Questo è il dovere della politica, non quello di cercare ogni volta vie d’uscita per i responsabili del malaffare e per coloro che delinquono: questi sono tali a prescindere se appartengono o meno ad una associazione. Ci vuole, dunque, un messaggio forte, chiaro e rigoroso contro tutti indistintamente se vogliamo davvero incidere sui fenomeni corruttivi. Ci vuole coraggio: quello che manca ai partiti.

    In questo Paese è necessario introdurre immediatamente l’agente sotto copertura per i reati contro la PA, il whistleblowing sia nel pubblico che nel privato, il DASPO per politici, funzionari pubblici e imprenditori corrotti, una seria riforma della prescrizione, la modifica del 416 ter del codice penale sul voto di scambio elettorale politico-mafioso. Misure che verranno introdotte dal MoVimento 5 Stelle quando sarà al Governo.

    Niente sconti contro corruzione e mafie. Non ci renderemo mai complici di compromessi al ribasso. Quelli ai quali è abituato il PD!

     

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    Dissesto idrogeologico, hanno mentito. Il ministro ammette che ci sono solo 7 milioni

    Dissesto idrogeologico, hanno mentito. Il ministro ammette che ci sono solo 7 milioni

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    Guardate: sul sito di Italia sicura, l’unità di missione che lavora sul dissesto idrogeologico, il governo aveva scritto nero su bianco di aver trovato 2,2 miliardi di euro, recuperati da fondi non spesi proprio per interventi contro il dissesto. Aveva sostenuto anche che questi fondi sarebbero stati utilizzati per fermare il Paese che frana e che a ogni bomba d’acqua si mostra sempre più fragile.

    Ebbene, ci hanno detto una bugia.

    A smentire se stesso è stato proprio il ministro dell’Ambiente, che pure quella bugia l’ha ripetuta molte volte. E lo ha fatto oggi, obtorto collo, rispondendo a un question time della deputata M5S Federica Daga, in Aula alla Camera.

    Quei soldi dovevano essere frutto di revoche di fondi stanziati e non spesi. Ma la montagna ha partorito il topolino: 55 interventi di revoca sono stati interrotti perché entro il 30 settembre 2014 hanno pubblicato i bandi di gara, che quindi non sono ancora cantieri effettivi, altri 99 non revocati per pareri contrari delle autorità di bacino, insomma le revoche effettive sono solo 15 per meno di 7 milioni di euro.

    Sette miseri milioni per mettere in sicurezza tutta l’Italia? Ne riparleremo, purtroppo, quando la prossima bomba d’acqua metterà in ginocchio qualche altra città.

    Federica Daga, M5S Camera

     

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