Elusione fiscale internazionale, Strasburgo nasconde (ancora) la testa sotto la sabbia

Elusione fiscale internazionale, Strasburgo nasconde (ancora) la testa sotto la sabbia

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Dopo che l’Europa è stata travolta da uno scandalo fiscale dopo l’altro (LuxLeaks e Panama Papers su tutti) il Parlamento europeo decide di nascondere la testa sotto la sabbia. Quello che ieri si è votato a Strasburgo è un passo indietro rispetto alla sua stessa posizione espressa solo due anni fa sul “Country by Country reporting“. Il CBCR è uno strumento fondamentale di trasparenza che, se ben costruito, può essere di straordinaria efficacia per contrastare la pianificazione fiscale aggressiva e l’uso dei paradisi fiscali da parte delle multinazionali. Peccato che la parola “ben costruito” non si addice a chi al Parlamento europeo vuole a tutti i costi favorire le multinazionali che fanno dell’elusione fiscale internazionale il loro core business.

Il testo finale che ha visto l’approvazione unanime dei grandi gruppi (i soliti socialisti con il PD al seguito e i popolari con Forza Italia tra le fila) hanno bocciato le proposte che vedevano: un abbassamento della soglia di grandezza per far scattare l’obbligo di rendicontazione e l’obbligo di fornire le informazioni anche per i paesi al di fuori dell’UE. Nel report, inoltre, le multinazionali oggetto del CBCR saranno solo quelle con fatturato superiore ai 750 milioni di Euro all’anno, e non le grandi imprese come era originariamente previsto. Dunque una ristretta fetta del mercato. In ogni caso, anche questi giganti potranno evitare di rendicontare quando intervengono deroghe da parte dello Stato membro ospitante o problemi sulla concorrenza (sollevati dalla multinazionale stessa). Tutto senza alcun limite di tempo. Stiamo quindi effettivamente parlando del nulla cosmico.

Gli elementi fondamentali di un buon “Country by Country reporting” sono quelli proposti dal MoVimento 5 Stelle:
– dati disaggregati: tutte le informazioni dovrebbero essere pubblicate in forma disaggregata, per quanto riguarda le attività svolte sia dentro sia fuori dall’UE in ogni Paese in cui opera la multinazionale. Questo è un elemento inderogabile, senza il quale il CBCR è una inutile pagliacciata, perché la possibilità di pubblicare le informazioni sulle attività extra UE in forma aggregata consentirebbe alla multinazionale di continuare a praticare gli schemi di elusione fiscale e usare paradisi fiscali;

– soglia: non ha senso limitare l’applicazione della direttiva alle imprese più grandi che superano i 750 milioni di Euro di fatturato annuo, perché si lascia fuori dal perimetro di trasparenza l’85-90% delle multinazionali, che presentano rischi in termini di elusione fiscale. Serve una soglia molto più bassa di 40 milioni di Euro di fatturato annuo, in modo da intercettare tutte le grandi imprese multinazionali. Tra l’altro, in linea con la definizione esistente di “grande impresa” della Direttiva Contabile;

– lista informazioni da rendicontare: deve contenere tutte le categorie di informazioni rilevanti su profitti, tasse pagate, vendite, numero dei dipendenti; per poter condurre un risk-assessment adeguato ed efficace.

L’unico elemento positivo del report è stato inserito dal MoVimento 5 Stelle e riguarda la richiesta, per le grandi imprese, di rendicontare i dettagli dei contributi pubblici ricevuti ed eventuali donazioni effettuate a soggetti politici, organizzazioni politiche o fondazioni. Una piccola luce dentro il buio dell’ipocrisia.

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Ceta: beffa per i formaggi italiani

Ceta: beffa per i formaggi italiani

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di Tiziana Beghin, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa

“Il CETA non è ancora entrato in vigore che già emergono le menzogne di chi lo ha voluto a tutti i costi. Il Governo Renzi/Gentiloni, lo stesso governo che voleva far entrare in vigore il CETA senza passare dal nostro parlamento, aveva promesso ai produttori italiani un facile accesso al mercato canadese grazie al CETA, ma il Canada ha già annunciato l’intenzione di limitare fortemente l’ingresso nel proprio Paese di formaggi europei: è un abuso dell’utilizzo delle licenze d’importazione che danneggia i prodotti europei e italiani. Il Canada fa il bello e il cattivo tempo e vuole controllare quali formaggi far entrare quali no.

E la presa in giro ai danni dei cittadini europei si somma a quella dei cittadini canadesi. Perché il più grande timore per i canadesi era che il CETA fosse usato dalle grandi multinazionali europee del farmaco per aumentare il prezzo delle medicine in Canada. Più volte il governo canadese aveva rassicurato i suoi cittadini, ma a quanto pare non era in buona fede. Perché con il CETA l’Unione Europea spinta dalle lobby vuole che il Canada approvi nuove regole sui brevetti dei medicinali, regole che ridurranno di molto i diritti delle compagnie di generici.

Con questi trattati sono sempre le multinazionali a vincere e come sempre, europei e canadesi, quelli che ci perdono sono i cittadini”.

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Il #ProgrammaTelecomunicazioni del MoVimento 5 Stelle

Il Blog delle Stelle

 
Il #ProgrammaTelecomunicazioni del MoVimento 5 Stelle

Il #ProgrammaTelecomunicazioni del MoVimento 5 Stelle

di MoVimento 5 Stelle

Le telecomunicazioni sono un punto fondamentale per la crescita del nostro Paese, soprattutto in relazione alla Quarta rivoluzione industriale basata su internet delle cose, big data, intelligenza artificiale e robotica. Oggi tutto è digitale e connesso, l’azione del prossimo governo dovrà essere quella di mettere internet e la rete al centro di tutto, permettendo ai cittadini, alle imprese e alla Pubblica amministrazione di usare le nuove tecnologie.

Abbiamo deciso di sottoporre agli iscritti i punti principali: banda larga, frequenze e accesso a internet. In particolare per quanto riguarda la banda larga fissa, vi chiederemo come investire per superare nel modo migliore il digital divide.
Rispetto invece allo sviluppo della banda larga mobile, vi chiederemo come comportarci per arrivare alla riassegnazione delle frequenze, necessaria per risolvere la sovrapposizione con le televisioni e consentire lo sviluppo della rete mobile di quinta generazione. Infine, valuteremo insieme come fare affinché tutti possano avere libero accesso al web. Solo così potremo far diventare l’Italia un Paese moderno, connesso e daremo uno spunto importantissimo alla nostra economia e ai nostri giovani.
Un altro punto chiave del programma riguarda il servizio pubblico radiotelevisivo, che per noi deve continuare a esistere come bene collettivo e a determinate condizioni: un servizio pubblico indipendente dalla politica.

I quesiti sono due.

Il primo riguarda le modalità di finanziamento della nostra tv pubblica. Siete chiamati a esprimervi su tre modelli. Quello attuale, cioè finanziamento con canone e pubblicità, che è presente in molti Paesi europei ma che in Italia occorrerebbe modificare introducendo limiti più rigidi. Per esempio: l’eliminazione degli spot in certe fasce orarie o il divieto di pubblicità di determinati prodotti. Poi quello che prevede il finanziamento con il solo canone: la soluzione più coerente con la visione pura del servizio pubblico, ma che bisogna armonizzare con l’alto numero di canali oggi esistenti. Infine il modello di finanziamento attraverso il canone con l’eccezione di un solo canale finanziato dalla pubblicità, ma con precisi obblighi di servizio pubblico sia per la programmazione sia per gli investimenti.

L’altro quesito riguarda la governance, ovvero come devono essere scelti gli organi chiamati a dirigere la principale fabbrica culturale del Paese, salvaguardandone l’indipendenza dalla politica. Anche qui, tre modelli. Il modello dell’elezione parlamentare del cda, ma con forti correttivi rispetto a oggi: dall’introduzione di maggioranze qualificate per l’elezione in Aula alla previsione di specifici requisiti di competenza; dall’introduzione di serie cause di ineleggibilità a una procedura di massima trasparenza nella raccolta dei curricula. Il modello della Fondazione che prevede la cessione delle azioni della Rai dallo Stato a un organismo terzo, che a sua volta avrebbe la funzione di nominare i vertici aziendali. In alcune esperienze all’estero questo modello è stato garanzia di indipendenza, ma calato in un altro Paese con una cultura politica diversa rischia di non realizzare l’obiettivo. Infine il modello presentato dal MoVimento 5 Stelle in questa legislatura. Prevede un avviso pubblico dell’Agcom (a sua volta riformata), precisi requisiti di competenza e cause di ineleggibilità per gli aspiranti consiglieri di amministrazione (non aver ricoperto cariche politiche), un sorteggio e audizione in Parlamento per il definitivo parere.

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Livorno, la storia di Asa e gli interessi riversati sui cittadini

Il Blog delle Stelle

 
Livorno, la storia di Asa e gli interessi riversati sui cittadini

Livorno, la storia di Asa e gli interessi riversati sui cittadini

di Filippo Nogarin

Ogni volta che mettiamo il naso nei bilanci di una partecipata a Livorno scopriamo magagne incredibili. Questa volta è toccato ad Asa, la società che gestisce il servizio idrico integrato.

Nel 2003 quando era al 100% del Comune di Livorno, ha finito per accumulare oltre 60 milioni di euro di debiti. L’amministrazione, per evitare il default ha sottoscritto un finanziamento ponte da 49,7 milioni con l’istituto bancario Dexia Crediop, dopoché ha creato una nuova società, la Lirai, in cui ha scaricato tutti i debiti di Asa e l’intero patrimonio immobiliare dell’azienda. Questo per rendere Asa più appetibile e permetterne le privatizzazioni, arrivata puntualmente nel 2004.

Nessuno ha pensato di controllare il mutuo con la banca. Fino al 2013 quando lo stesso istituto di credito ha informato la Liri dell’esistenza di, all’interno del mutuo, di un derivato tossico occulto, che ha fatto lievitare gli interessi sul debito. Basti pensare che dal 2003 ad oggi i cittadini livornesi hanno pagato con le loro tasse 28 milioni di euro di interessi e rimborsato 14 milioni di euro di capitale. Mancano ancora all’appello 31 milioni di euro di capitale e una decina di milioni di interessi da saldare entro il 2023.

Fino al 2014 nessuno a mosso un dito per cambiare le cose. Poi siamo arrivati noi: negli ultimi due anni abbiamo lavorato in silenzio e ci siamo rivolti al Tribunale di Roma e, per la prima volta in Italia, abbiamo citato in giudizio l’istituto di credito, con l’obiettivo di rinegoziare i termini del mutuo e fare in modo di cancellare gli effetti del derivato tossico. Che per i cittadini livornesi significherebbe risparmiare in un sol colpo 20 milioni di euro.

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Tre ex deputati condannati riottengono il vitalizio grazie al PD

 Il Blog delle Stelle

Tre ex deputati condannati riottengono il vitalizio grazie al PD

Tre ex deputati condannati riottengono il vitalizio grazie al PD

di Riccardo Fraccaro

Vi ricordate la presunta abolizione dei vitalizi ai condannati di cui si era tanto vantato il Pd? Era solo un’altra farsa targata Renzi: l’Ufficio di Presidenza della Camera ha restituito l’assegno a tre ex deputati condannati. Il M5S lo aveva denunciato sin dall’inizio, la sospensione dei vitalizi è uno schiaffo nei confronti dei cittadini onesti. Ora i fatti ci danno ragione.

Il Pd ha approvato una riforma vergognosa, che ha sospeso temporaneamente l’assegno a soli 10 ex parlamentari su 1.543 che lo percepiscono ingiustamente in quanto condannati. Non contento, ha previsto anche la restituzione degli assegni in caso di riabilitazione: una misura che, va sottolineato, ha effetti civili ma non cancella affatto la condanna.

Ci eravamo opposti fermamente a questo salvacondotto, dicendo che i cittadini avrebbero finito per pagare di nuovo gli assegni d’oro agli ex parlamentari condannati con tanto di arretrati. Puntualmente, è accaduto proprio questo.

Grazie al Pd Massimo Abbatangelo, ex Msi, condannato a 6 anni per violazione della legge sul controllo delle armi tornerà a percepire 5.600 euro al mese più 100mila euro di mensilità arretrate; Massimo De Carolis, condannato a 2 anni e 8 mesi per corruzione, riottiene l’assegno da 3.100 euro mensili oltre a 43mila euro di mensilità arretrate; Giuseppe Astone, infine, condannato a 5 anni e 10 mesi di carcere per concussione avrà di nuovo il vitalizio da 5.200 euro al mese più la “buonuscita” di 46mila euro.

Ecco le riforme taroccate di Renzi: i parlamentari sono condannati al vitalizio. Anche stavolta abbiamo smascherato la loro ipocrisia, è evidente che il Pd continuerà solo ad alimentare sprechi e privilegi funzionali al suo sistema di potere. Cancelleremo noi questo scandalo non appena saremo al Governo.

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Un mare di plastica

Un mare di plastica

L’inquinamento da plastica in ambiente marino è un problema di dimensioni importanti: le ultime stime parlano di 5 trilioni di pezzi di plastica presenti negli oceani, con 269000 tonnellate di plastica galleggiante in superficie, mentre nei fondali si stima la presenza di 4 miliardi di pezzi per chilometro quadrato. Ne parlammo anche attraverso un passaparola sul blog di Beppe Grillo.

Secondo uno studio pubblicato dalla rivista PLoS ONE ad aprile 2015 da un team di ricercatori spagnoli, tra le onde del Mediterraneo si trovano tra le mille e le tremila tonnellate di plastica galleggiante. Un frammento ogni quattro metri quadrati. Piccoli pezzi di plastica, che sono stati trovati anche nello stomaco di pesci, uccelli, tartarughe e balene.
Ogni anno nel mondo si producono circa 250 milioni di tonnellate di plastica. Una parte si disperde sulla Terra, ma una grande fetta finisce in mare e lì resta. Per fare qualche esempio, i frammenti di una bottiglia di plastica resteranno nell’ambiente tra i 450 e i mille anni. Quelli di una busta persistono dai 100 ai 300 anni a seconda dello spessore.

Gli scienziati hanno individuato cinque aree degli oceani in cui si concentrano i rifiuti di plastica di tutto il mondo. Le correnti oceaniche trasportano la plastica dalle coste verso le spirali (gyres) in Oceano aperto, dove si trovano chilogrammi e chilogrammi di plastica per chilometro quadrato. Cinque isole costruite di bottiglie, buste e tappi. Ma il Mediterraneo non è da meno. Va considerato che, al contrario degli oceani, è una sorta di grande baia semichiusa circondata da Paesi che fanno un usi intensivo della plastica. Sulle coste del Mare Nostrum vive il 10% della popolazione costiera globale. E il bacino è tra i più affollati di tutto il mondo da navi di ogni tipo, oltre che il luogo di sbocco di fiumi, come il Nilo o il Po, che attraversano zone molto popolate. In più, il Mediterraneo è collegato all’Oceano solo attraverso lo stretto di Gibilterra, con tempi di ristagno dell’acqua anche di centinaia di anni. Il risultato è che finisce quindi per essere una delle zone più grandi di accumulo di plastica a livello globale, proprio come il cosiddetto Great Pacific Garbage Patch nell’Oceano Pacifico.

 
da PLoS ONE

Il mare Mediterraneo risulta essere tra le sei zone di maggior accumulo di rifiuti galleggianti del Pianeta con evidenti rischi per l’ambiente, la salute e l’economia. Questo è il quadro tratteggiato dall’Unep nel Programma ambientale delle Nazioni Unite, confermato dalla campagna Clean Up the Med coordinata da Legambiente, che comprende anche un monitoraggio scientifico sul beach litter realizzato su 105 spiagge di 8 Paesi mediterranei (Italia, Algeria, Croazia, Francia, Grecia, Spagna, Tunisia, Turchia) monitorate tra il 2014 e il 2017.

Della plastica che finisce negli oceani il 90 per cento è costituita da microplastiche, ossia frammenti di dimensioni inferiori ai 5mm, derivanti sia dalla frammentazione di rifiuti di plastica di dimensioni maggiori, sia dalla presenza di microperle/microgranuli/microfibre negli scarichi a mare.

In particolare, come rilevato dal programma Mediterranean Endangered (2011) per il Mediterraneo, le microplastiche costituiscono il principale responsabile della contaminazione di questo mare semichiuso e già fortemente antropizzato: si sta parlando di un volume stimato tra le 1000 e 3000 tonnellate solo di plastiche galleggianti, senza considerare quelle sommerse. Non essendo biodegradabili a breve termine, microgranuli e microfibre sono inquinanti e pericolosi per la fauna marina, che spesso li assume tramite l’alimentazione. Sono ampiamente documentati dalla bibliografia scientifica gli impatti di queste microplastiche sugli stock ittici, con lesioni interne e problemi di crescita degli organismi che le hanno ingerite. Inoltre è documentato, data la natura idrofobica degli inquinanti organici persistenti (POP persistent organic pollutants, tra i quali sono famosi i PCB o il DDT) presenti nell’ambiente marino, che essi vengano assorbiti dalle microplastiche. Queste a loro volta li veicolano, una volta ingerite, agli organismi marini, causando problemi alla fertilità e al sistema immunitario degli stessi.

 
Microgranuli

Per quanto concerne i microgranuli, Paesi come USA e Australia, ma anche Olanda, nonché diverse aziende multinazionali hanno intrapreso campagne per eliminare queste composizioni dai prodotti, cosmetici e non, comunemente in uso. In data 4 gennaio 2016 il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato una legge che vieta, a partire da metà 2017, la vendita o la distribuzione di prodotti cosmetici contenenti micro-granuli con lo scopo di proteggere i corsi d’acqua della nazione. La legge denominata The Microbead-Free Waters Act recepisce altre leggi statali che già vietavano o eliminavano gradualmente i micro-granuli (tra queste quella della California e dell’Illinois).

Già da parte di diverse aziende multinazionali sono state intraprese campagne per eliminare queste composizioni dai prodotti, cosmetici e non, comunemente in uso.

Per quanto concerne l’Unione europea in materia di microgranuli il riferimento è appunto il Regolamento (CE) 1123/2009 che tuttavia contiene informazioni inadeguate sul profilo di rischio di questi Microperle e microgranuli plastici, infatti, possono essere usati come materie prime o ingredienti dalle industria della cosmesi. Il Regolamento (CE) 1223/2009 sui prodotti cosmetici prevede nella composizione degli stessi anche l’uso di microperle e microgranuli ad uso esfoliante per la cute. Microperle e microgranuli sono, in alcuni casi, prodotti in polietilene (-C2H4-)n.  Questo polimero non è biodegradabile. Per quanto riguarda le dimensioni, sono spesso usate in dimensioni che possono variare dai 50 μm ai 5 mm.materiali, non considerando la loro dannosità a livello ambientale.

Le microplastiche sono definite dalla comunità scientifica internazionale come particelle di polimeri sintetici con un diametro inferiore ai 5 mm. Tale definizione include le particelle nanoplastiche (con dimensione delle ordine dei nanometri) che possono derivare dalla nanotecnologia oppure dalla degradazione delle microplastiche dovuta alla permanenza in ambiente.
Resta aperto il fronte delle microfibre, la cui presenza nelle acque marine è anche, essa documentata a livello scientifico. In un campione di acqua marina si possono trovare microfibre di poliestere, nylon, acrilico e altre fibre sintetiche, principalmente della dimensione di 1 mm. La loro principale provenienza è dai tessuti sintetici dei vestiti che abitualmente vengono lavati: un singolo capo di abbigliamento può perdere in un lavaggio fino a 1900 fibre, fibre per le quali non sono previsti filtri nelle lavatrici.

Le microplastiche sono un parametro importante nella direttiva quadro sulla strategia per l’ambiente marino 2008/56/CE; uno degli obiettivi di tale direttiva è che gli Stati membri prendano provvedimenti per raggiungere o mantenere un buono stato ecologico dell’ambiente marino entro il 2020. Uno degli undici descrittori qualitativi per la determinazione di un buono stato ecologico, nell’allegato è il punto 10). Le proprietà e le quantità di rifiuti marini non provocano danni all’ambiente costiero e marino: tale definizione, include le microparticelle, in particolare le microplastiche. Tuttavia, gli indicatori per il descrittore qualitativo 10) devono essere ulteriormente sviluppati e usati nelle valutazioni effettuate dagli Stati membri.

LE PROPOSTE DEL MOVIMENTO 5 STELLE
Alla luce di questo gravissimo problema che sta aumentando a livello esponenziale abbiamo rivolto al governo diversi impegni attraverso mozioni e risoluzioni parlamentari in cui abbiamo impegnato l’esecutivo ad assumere iniziative per prevedere, nell’ambito della normativa vigente sull’uso delle plastiche in Italia e per quanto consentito presso le competenti sedi europee, la dismissione della produzione e dell’uso di plastiche biopersistenti e l’incentivo all’uso di plastiche biodegradabili e compostabili secondo lo standard europeo (Uni-En13432).
Inoltre abbiamo chiesto di ridurre progressivamente l’uso di microgranuli e microperle in tutti i contesti dove, a seguito del loro utilizzo, finiscano dispersi nell’ambiente marino, fino a giungere al definitivo divieto nel nostro paese.

Bisogna promuovere, con il coinvolgimento del mondo dell’industria, incluse le imprese tessili e le compagnie di abbigliamento, la ricerca di tessuti sintetici costituiti da fibre biocompatibili e biodegradabili e, ove non fosse possibile, promuovere l’uso di fibre riciclate o che contengano la minima quantità possibile di microfibre non biodegradabili.

Occorre una seria e concreta campagna d’informazione sui danni ambientali e per la salute di suddetti micro-granuli, contestualmente promuovendo l’uso di materiali sostenibili (ad esempio, plastiche biodegradabili anche in forma micrometrica, purché biodegradabili) segnatamente nel settore dell’abbigliamento e della cosmesi, così come in quei settori industriali che tipicamente producono una ingente quantità di questi rifiuti (ad esempio, industria di imballaggio, costruzioni, automotive ed, infine, pesca e cosmesi).

Presso le competenti sedi comunitarie occorrono iniziative finalizzate:

  • allo sviluppo, nell’ambito della decisione della Commissione del 1o settembre 2010 sui criteri e gli standard metodologici relativi al buono stato ecologico delle acque marine, dell’indicatore 10) relativamente al criterio 10.1.3 – Tendenze nella quantità, nella distribuzione e, se possibile, nella composizione di microparticelle (in particolare microplastiche) – per l’aspetto relativo agli impatti biologici e alla loro tossicità potenziale; 
  • all’ammodernamento dell’impianto di filtraggio delle lavabiancheria, anche sollecitando l’inserimento delle microfibre nelle sostanze oggetto della direttiva 2011/65/UE, comunemente conosciuta come RoHS Restriction of Hazardous Substances Directive; 
  • alla revisione dell’utilizzo di nanomateriali in ogni prodotto cosmetico, assicurando un livello elevato di protezione dell’ambiente e della salute umana, anche alla luce dell’articolo 16, paragrafo 11, del regolamento (CE) 1223/2009. 

Un passo in avanti è stato fatto il 25 ottobre 2016 in cui abbiamo approvato all’unanimità un testo unificato alla Camera dei Deputati dal titolo: “Disposizioni concernenti la certificazione ecologica dei prodotti cosmetici.
Questo progetto di legge istituisce un marchio italiano di qualità ecologica dei cosmetici e prescrive che ogni prodotto abbia un ‘dossier ecologico’ in cui sia specificata la composizione e la quantità di sostanze non biodegradabili o che possano avere impatto su acqua e ambiente e tipo di imballaggio.
Sono inoltre indicate le sostanze dannose per la salute o l’ambiente che non possono essere presenti in un prodotto per poter ottenere la certificazione ecologica. Il fine di questo provvedimento è quello di arrivare ad avere dei prodotti cosmetici che siano sia dermocompatibili che ecocompatibili e allo stesso tempo di tutelare la sicurezza dei consumatori, attraverso l’immissione in commercio di prodotti controllati e sicuri per la salute del consumatore. Sono inoltre indicate le sostanze dannose per la salute o l’ambiente che non possono essere presenti in un prodotto per poter ottenere la certificazione ecologica.
Si tratta di una proposta che va in direzione di una maggiore tutela dell’ambiente e della salute e punta a rafforzare una filiera virtuosa, che puntando su ricerca e innovazione, potrebbe diventare uno dei nuovi campi di azione della green economy e della chimica verde.
Il documento finale andrà quindi a coprire una lacuna normativa sentita nel nostro paese. Infatti la sensibilità dell’opinione pubblica verso il biologico e il naturale, anche per quanto riguarda la cosmesi, è in continuo aumento e questo fa avvertire maggiormente il vuoto legislativo. La proposta di legge sulla cosmesi sostenibile adeguerebbe l’Italia ai Paesi più avanzati dell’Unione Europea in questo settore.

SINTESI DEL PROVVEDIMENTO

Il testo in esame è frutto di una iniziativa trasversale di diversi gruppi parlamentari per intervenire in una materia piuttosto delicata relativa alle sostanze contenute nei prodotti cosmetici di comune utilizzo, al fine di garantire  la tutela della salute e l’informazione dei consumatori, la qualità dell’ambiente nonché la vigilanza sulla composizione e sull’etichettatura dei prodotti.

L’articolo 1 chiarisce l’ambito di applicazione del provvedimento riferendolo ai prodotti cosmetici, rinviando espressamente al Regolamento (CE) 30 novembre 2009, n. 1223. Il regolamento stabilisce, inter alia, il divieto degli esperimenti sugli animali.

L’articolo 2 dispone  l’istituzione del marchio collettivo denominato marchio italiano di qualità ecologica. Si ricorda che il marchio collettivo è un segno distintivo che svolge principalmente la funzione di garantire particolari caratteristiche qualitative di prodotti e servizi di più imprese e serve a contraddistinguerli per la loro specifica provenienza, natura o qualità. Si dispone, inoltre, che l’uso del marchio italiano di qualità ecologica viene concesso, su richiesta del produttore, per i prodotti cosmetici individuati ai sensi dell’articolo 1, che soddisfano i parametri ecologici di cui all’articolo 3 e che presentano un impatto ambientale inferiore alla media dei prodotti in commercio.

L’articolo 3 stabilisce i parametri ecologici per ciascuna tipologia di prodotto cosmetico, nonchè i connessi criteri di valutazione e calcolo applicabili ai prodotti cosmetici ai fini dell’attribuzione del marchio di qualità ecologica che dovranno essere definiti dal Ministero dell’Ambiente, della salute con il supporto tecnico dell’Ispra e dell’Istituto superiore di sanità.

A tale riguardo si evidenzia che nelle commissioni riunite VIII e X sono stati approvati degli emendamenti del gruppo M5S finalizzati a:

  •   –  introdurre un termine per l’esercizio da parte del Governo per la definizione specifica dei limiti, dei metodi di prova, nonché dello strumento di calcolo
  •   –  estendere la definizione dei suddetti parametri all’intero ciclo di vita del prodotto così da garantire in maniera rafforzata la salute del consumatore nonché la qualità dell’ambiente
  •   –  estendere il calcolo dell’impatto tossicologico anche sulla qualità delle acque oltre che sulla flora e fauna acquatica

L’articolo 4 prevede la procedura per la concessione dell’uso del marchio. Infatti si dispone che  il produttore, al momento della richiesta del marchio di qualità ecologica, deve dichiarare:la composizione del prodotto, con la denominazione, gli elementi identificativi, la quantità e la concentrazione di ciascun componente, compresi gli additivi, la funzione di ciascun componente nel preparato e la scheda informativa o di sicurezza relativa al prodotto medesimo. Per ciascun componente che non deve essere testato sugli animali, il produttore fornisce la documentazione necessaria ai fini della certificazione, la quale può provenire anche dai fornitori del produttore La richiesta è trasmessa al Comitato, che verifica la conformità della domanda e dei prodotti rispetto ai criteri indicati nei regolamento di cui all’articolo 3. 

L’articolo 5 prevede che l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) e dell’Istituto superiore di sanità (ISS) diano il proprio supporto tecnico, logistico e funzionale a favore del Comitato  per il marchio comunitario di qualità ecologica dei prodotti (Comitato per l’Ecolabel e per l’Ecoaudit istituito presso il Ministero dell’ambiente), di cui al D.M. n. 413/1995, organismo competente, come detto, all’assegnazione del marchio in esame.

L’articolo 6 chiarisce che i controlli indicati dalla legge sono finalizzati a promuovere segnatamente: la riduzione dell’inquinamento idrico, la riduzione al minimo della produzione di rifiuti, la riduzione o la prevenzione dei potenziali rischi per l’ambiente connessi all’uso di sostanze pericolose, la prevenzione dei potenziali rischi per la salute connessi all’uso di sostanze pericolose, nonché la coerenza dell’etichettatura rispetto ai contenuti del prodotto.

L’art.7 enumera le fonti di finanziamento del Comitato di cui all’art. 2 e 5 della legge, sostanzialmente riferendosi agli oneri connessi allle spese di istruttoria, all’utilizzazione annuale del marchio nonché ogni altra attività di controllo e certificazione richiesta dal privato.

L’articolo 8  sanziona la contraffazione o l’alterazione del marchio italiano di qualità ecologica o la sua utilizzazione in violazione della legge, a tal fine richiamando alcune disposizioni del codice penale nonché l’art. 127 del Codice della proprietà industriale. Come ha osservato anche la Commissione Giustizia nel parere che espresso bisogna individuare espressamente le condotte oggetto di sanzione penale o, in alternativa, siano specificamente indicate le disposizioni di cui allibro secondo, titolo VII, capo II, del codice penale.

L’articolo 9 prevede una sorta di “tagliando” dell’intervento normativo stabilendo che il Ministero dell’ambiente provvede, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge, alla revisione del decreto del Ministero dell’ambiente del 2 agosto 1995, n. 413, per adeguare, tra l’altro,  le norme sul funzionamento del Comitato alle disposizioni di cui alla presente legge.

Il disegno di legge approvato alla Camera è stato trasmesso al Senato il 28 ottobre 2016 e giace ancora lì in attesa di essere approvato da quasi un anno. Provate ad immaginare come mai…
Oggi, meno del 5% della plastica viene riciclata, il 40 per cento finisce in discarica e un terzo direttamente negli ecosistemi naturali, quali gli oceani. E se all’inquinamento si aggiunge la continuativa emissione di gas serra e la pesca intensiva i dati peggiorano ancora: gli scienziati hanno valutato infatti che l’impatto del cambiamento climatico sugli ecosistemi marini e sulla fauna porterà a un’estinzione di massa entro il 2050. E’ tempo di invertire questa rotta e di prenderci le nostre responsabilità.

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Province, il governo gira le spalle al personale e ai servizi

Province, il governo gira le spalle al personale e ai servizi

Alla Camera ho appena finito l’intervento sulla mozione M5s in favore delle Province, che la riforma Delrio non ha abolito come volevamo, invece privandole di fondi essenziali per stipendi e funzioni assegnate. Nella nostra mozione avevamo chiesto fondi adeguati per pagare i lavoratori e garantire i servizi, soprattutto per scuole e strade. Il governo ci ha proposto una riformulazione ingannevole, che in concreto avrebbe vanificato il preciso impegno da noi richiesto. Perciò, non abbiamo accettato tale imbroglio. Abbiamo invece ottenuto l’impegno del governo per una razionalizzazione del personale in mobilità, specie per le esigenze del settore penitenziario e dei tribunali. Infine, avevamo previsto misure per agevolare i bilanci delle Province, ma il governo ha voltato lo sguardo ancora una volta.

 

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Bolkestein: nelle Regioni a guida Lega, si ossequia la UE

Bolkestein: nelle Regioni a guida Lega, si ossequia la UE

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A parole la Lega Nord strepita contro la Ue degli euro-burocrati e dice di difendere gli imprenditori del commercio ambulante. Ma nei fatti il Carroccio tradisce il tessuto delle micro-aziende del settore e si accuccia, prono, sullo zerbino dei poteri forti.

Parliamo naturalmente della direttiva Bolkestein per la vendita su aree pubbliche. I leghisti si stanno comportando in Veneto come il Partito democratico in Emilia. Il governatore Luca Zaia poteva emanare una direttiva per sospendere la norma europea fino alla fine del 2018, esattamente come deciso dal Milleproroghe in Parlamento. Invece nulla. Stessa storia in Lombardia e Liguria, le altre regioni nelle quali i leghisti governano in coalizione con il centrodestra.

Ma pure nei comuni la situazione è difficile per gli ambulanti che devono vedersela con i nuovi bandi. Senza dimenticare che a livello nazionale la Lega è firmataria dell’unica proposta di legge che chiede di andare avanti con le gare. Alla faccia delle solite promesse della domenica.

Siamo alle solite: parlano bene e razzolano male. Un problema che non riguarda solo le banche. Salvini urla in tv, ma i suoi sono sempre pronti ad omaggiare i tecnocrati di Bruxelles e il grande capitale internazionale.

Deputati M5S Commissione Attività Produttive

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Stracciamo il Fiscal Compact

Stracciamo il Fiscal Compact

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Ve lo ricordate il Fiscal Compact? Sta per essere inserito nel quadro giuridico dell’Unione Europea, o almeno questo è quello che vorrebbero fare i falchi dell’austerità per condannare definitivamente i paesi del Sud Europa ad un futuro di sofferenze. Lo scellerato accordo (di cui si sono perse le tracce negli ultimi tempi) è formalmente una stretta di mano europea che prevede una serie di norme comuni e vincoli di natura economica: interviene in particolare sulla politica fiscale dei singoli paesi. Più nel dettaglio, il Fiscal compact è un accordo intergovernativo. Tecnicamente chiamato “Accordo sulla stabilità, il coordinamento e la governance dell’Unione economica e monetaria” nasce per l’esigenza di accelerare i tempi del raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica e di rapporto tra debito e PIL del Trattato di Maastricht: pareggio di bilancio, tetto del 60% nel rapporto debito/PIL e del 3% in quello deficit/PIL. Questa follia dovrebbe essere incorporata nei trattati europei “entro cinque anni” dalla sua entrata in vigore, avvenuta il primo gennaio 2013 grazie ai voti di PD e Forza Italia (esisteva ancora il PDL), con la promulgazione di Giorgio Napolitano, allora Presidente della Repubblica. Ricapitolando, dunque, entro gennaio del 2018.

Eccoci quindi arrivati al momento della verità. Perché se il Fiscal Compact fosse davvero inglobato nella giurisdizione UE, diventerebbe praticamente inarrestabile. Molto più “vincolante” e determinante nel condizionare gli Stati membri, che potrebbero risultare inadempimenti in giudizio dinnanzi alla Corte di giustizia, con annesse potenziali condanne. Diventerebbe dunque effettivo l’obbligo di ridurre il rapporto tra debito e PIL di almeno 1/20esimo all’anno, per raggiungere quel valore considerato “sano” del 60%. Per l’Italia si parla di riduzioni vicine ai 50 miliardi di Euro all’anno. Praticamente verrebbe sancita la morte della nostra economia e un futuro prossimo dove accelererebbe il processo di privatizzazione e svendita nazionale, perché aumenterebbero le richieste vincolanti di taglio a servizi necessari come la sanità pubblica o a diritti come la pensione. Verremo così totalmente colonizzati dal mercato privato straniero e da chi in Eurozona continua ad accumulare surplus commerciali violando le norme e il buonsenso: Germania in primis e Olanda.

L’abolizione di questa mostruosità – che peraltro nemmeno è stata sottoscritta Regno Unito, Croazia e Repubblica Ceca – era nel programma europeo del MoVimento 5 Stelle fin dalle origini. È dal 2014 che ripetiamo a gran voce come il Fiscal Compact sia il trattato che sancirà la fine della Repubblica Italiana così come la conosciamo: la perdita definitiva della nostra sovranità. Ma il cosiddetto “Accordo sulla stabilità, il coordinamento e la governance dell’Unione economica e monetaria” può essere ancora fermato. La palla, infatti, passa oggi all’interno dei confini nazionali perché solo ed esclusivamente i Governi hanno la possibilità di bloccare questo scempio. E se il PD deciderà di fare ancora orecchie da mercante, o peggio dichiarare di rinnegare il Fiscal Compact per poi farlo rientrare dalla finestra in un’altra forma, sarà costretto a risponderne ai 60 milioni di cittadini italiani e alle prossime generazioni, ai quali avrà rovinato l’esistenza.

Il MoVimento 5 Stelle in Europa ha deciso di presentare una proposta di risoluzione contro l’incorporazione del Fiscal Compact nel quadro giuridico europeo. Dal Parlamento europeo vedremo quante maschere vorranno indossare quei politici che si dichiarano contrari alle politiche d’austerità tedesche, per poi fare l’esatto opposto alla prova dei voti.

SCARICA QUI LA PROPOSTA DI RISOLUZIONE DEL MOVIMENTO 5 STELLE

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Imbarcazioni in cambio di migranti: il documento che incastra Renzi #NoTriton

Imbarcazioni in cambio di migranti: il documento che incastra Renzi #NoTriton

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L’Europa ha abbandonato l’Italia. La Francia e la Spagna chiudono i loro porti, l’Austria schiera l’esercito, i Paesi dell’est non ricollocano i migranti, cos’altro deve succedere per prendere atto di questa ingloriosa fine?

Lo ripetiamo: Renzi è il responsabile politico di questo fallimento. Ha voluto e firmato l’operazione Triton che ha portato nel nostro Paese 413.000 migranti.

Per cambiare Triton non servono le autorizzazioni controfirmate da Merkel e Macron, serve solo la volontà politica italiana. La Germania e la Francia del Presidente che fa l’europeista con i confini degli altri vanno solo consultati. Loro non decidono niente. Con noi è finito il tempo dell’Italia cagnolino d’Europa. Vi spieghiamo cosa è Triton, l’operazione che deve essere cambiata per poter salvare l’Italia.

CHE COSA È TRITON
L’operazione congiunta Triton è partita l’1 novembre 2014 per sostituire e “europeizzare” l’operazione Mare Nostrum, un’operazione militare e umanitaria decisa dal governo guidato da Enrico Letta il 14 ottobre 2013 dopo la tragedia di Lampedusa in cui morirono in un naufragio oltre 370 persone.

Triton è responsabile principalmente per il controllo e la sorveglianza delle frontiere esterne dell’UE, comprese le operazioni di salvataggio in mare. Partecipano all’operazione 26 Stati membri dell’Unione europea mettendo a disposizione attrezzature o guardie di frontiera. Attualmente, Frontex impiega nell’operazione 350 ufficiali, 11 navi e 5 aeromobili.

QUANTO COSTA?
Triton è finanziata dal bilancio dell’UE e ha risorse molto minori rispetto a Mare Nostrum. Mare Nostrum costava all’Italia circa 9,5 milioni di euro al mese. Triton, invece, è partita con un bilancio mensile di 2,9 milioni di euro al mese che è stato gradualmente aumentato nel 2015 e 2016 per arrivare a circa 5 milioni al mese.

Il lancio dell’operazione Triton fu salutata dall’allora Ministro dell’Interno Angelino Alfano, come un grande successo della Presidenza italiana dell’UE.

UNA SCONFITTA PER L’ITALIA
Il piano operativo di Triton prevede che tutti i migranti salvati dalle navi impegnate nell’operazione Triton debbano essere sbarcati in Italia. Si legge infatti nel documento originale: “le unità che partecipano sono autorizzate dall’Italia a sbarcare nel suo territorio all’interno dell’area operativa, tutte le persone intercettate e catturate all’interno dell’operazione Triton”. Il piano operativo è stato negoziato dall’Agenzia Frontex con lo Stato ospitante e quindi questa clausola è stata accettata dall’allora governo Renzi come condizione per il lancio di Triton.

In seguito all’ampliamento della zona di operazioni decise nel maggio 2015, Triton adesso opera sia nella zona di ricerca e salvataggio italiana che in quella maltese. Pertanto, tutte le imbarcazioni salvate anche nelle acque territoriali maltesi vengono portate in Italia.

CAMBIAMO TRITON SENZA GERMANIA E FRANCIA
Fonti di stampa sostengono che cambiare Triton sia quasi impossibile, che serve l’unanimità degli Stati membri. Non è così. Le modalità operative sono concordate solo fra lo Stato membro ospitante e l’agenzia europea Frontex. L’articolo 16.4 del regolamento istitutivo dell’Agenzia sottolinea: “ogni correzione o modifica al piano operativo richiederà l’accordo del direttore esecutivo e dello Stato del Membro che ospita, dopo la consultazione degli Stati membri. Una copia del piano operativo corretto o adattato sarà immediatamente spedita dall’Agenzia al tutti gli Stati membri partecipanti”. Il regolamento è chiaro. La Germania e la Francia vanno solo consultati. Facciamoci rispettare! Sui migranti l’Italia ha già dato.

Macron e la solidarietà con le frontiere degli altri

Macron e la solidarietà con le frontiere degli altri

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di Laura Ferrara
, Efdd – MoVimento 5 Stelle Europa

MIGRANTI: ACCORDO ITALIA-FRANCIA-GERMANIA” così titolavano stamattina tutti i giornali, trionfali sull’intesa raggiunta da Minniti a Parigi. Peccato che lo stile renziano non si smentisca mai, e lo schema seguito sia sempre lo stesso!

Fase 1: l’annuncio di Minniti: pugno di ferro sugli sbarchi.
Fase 2: passo indietro e proclamazione trionfale dell’intesa raggiunta.
Fase 3: la smentita. Secondo l’europeista Macron gli sbarchi si devono fare in Italia.

Insomma, “vive la Solidarité” con le frontiere degli altri.

Un copione già visto, che ricalca la sceneggiatura di Ventotene con Renzi, Merkel e Hollande, trionfali sul sodalizio raggiunto, che capitolò pochi giorni dopo col capolavoro renziano della conferenza stampa in solitaria battendo il pugno sinistro e criticando l’UE, mentre con la mano destra aveva già firmato le conclusioni in cui non si faceva cenno né alla solidarietà, né alla ripartizione delle responsabilità tra Stati membri dell’UE nella gestione dell’immigrazione.

Risultato? il contentino, alias la pacca sulla spalla: maggior impegno da parte di Francia e Germania (a parole), avanti con i ricollocamenti (ad oggi in quasi 2 anni ne hanno ricollocati circa 23.000 su 160.000). A questo punto la domanda che legittimamente sorge è: sono ancora convinti di prendere in giro gli Italiani con i titoloni dei giornali o sono davvero così ingenui da credere ancora di poter raggiungere una vera intesa con Francia e Germania?

Purtroppo mai come su questo tema non solo i Paesi del Visegrad, ma anche i Paesi più europeisti come Francia e Germania stanno mostrando il loro volto più egoista, nazionalista e cinico. La Commissione Europea chieda allora a tutti gli Stati membri di rispettare l’art.80 del trattato, che prevede equa ripartizione delle responsabilità nella gestione dell’immigrazione, sanzioni chi non lo rispetta, o il progetto europeo sarà destinato a fallire miseramente.