Scuola: la delega sul sostegno va ritirata

Scuola: la delega sul sostegno va ritirata

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Evidentemente il caos e i danni della riforma della scuola di Renzi non hanno insegnato nulla e questo governo, in linea con il precedente, continua a minare i capisaldi della nostra scuola pubblica.

Con il decreto legislativo sull’inclusione scolastica dei ragazzi disabili, previsto dalla Legge 107, si ignorano famiglie e associazioni dei disabili e si fa compiere alla scuola un pericoloso passo indietro. L’unica cosa è ritirarlo e riscriverlo confrontandosi con i soggetti che vivono la disabilità ogni giorno da vicino, come peraltro prevede la Convenzione Onu fin qui disattesa.

Il decreto non affronta i veri problemi della disabilità, ostacola la reale inclusione degli studenti disabili e mina il loro diritto all’istruzione, già oggi svilito dalla cronica mancanza di risorse e di insegnanti di sostegno.

Tante le cose che non vanno: le classi con ragazzi portatori di disabilità potranno essere composte da più di 22 studenti, numero che ad oggi non può essere superato; la valutazione diagnostico funzionale degli alunni disabili sarà affidata a commissioni composte solo da medici, estromettendo le famiglie e gli educatori, gli psicologi, i pedagogisti e gli assistenti sociali.

Così facendo si stravolge in maniera sostanziale il concetto di sistema integrato socio sanitario e si rafforza un approccio alla disabilità solo medico, quando ormai da decenni si va nella direzione opposta.

La richiesta delle ore di sostegno non sarà più avanzata dalla scuola, ma dal Gruppo di Inclusione Territoriale (GIT), composto per lo più da dirigenti scolastici che non possono conoscere il percorso educativo e il contesto sociale dell’alunno.

L’obiettivo del decreto, più che una vera inclusione scolastica, sembra essere quello di risparmiare risorse e di ridurre ulteriormente le ore di sostegno. E’ un testo inaccettabile, bocciato anche dalle associazioni dei disabili, che rispediamo al mittente e chiediamo di riscrivere da capo.

I voltagabbana del Parlamento: 388 cambi di partito dal 2013 a oggi

I voltagabbana del Parlamento: 388 cambi di partito dal 2013 a oggi

I voltagabbana del Parlamento: 388 cambi di partito dal 2013 a oggi

Authordi Luigi Di Maio

di Luigi Di Maio

In Italia, oltre ai furbetti del cartellino, abbiamo i voltagabbana del Parlamento. Dal 2013 ad oggi, ci sono stati 388 cambi di partito!
Alcuni parlamentari hanno cambiato partito anche 6 volte negli ultimi 4 anni.

Pensate che la terza forza politica del Senato e della Camera è il gruppo misto.
Alla Camera siamo partiti all’inizio della legislatura con meno di 10 gruppi ed oggi siamo ad oltre 18, la maggior parte di questi, non era neanche sulla scheda elettorale nel 2013.
Un vero mercato.

Per il MoVimento 5 Stelle, se uno vuole andare in un partito diverso da quello votato dai suoi elettori, si dimette e lascia il posto a un altro, come accade ad esempio in Portogallo. Ma anche per consuetudine nella civilissima Gran Bretagna.
In Italia, invece, se ne fregano: una volta che sono in Parlamento gli elettori non contano più, quello che conta è la poltrona, il megastipendio e il desiderio di potere. Molti governi si sono tenuti in piedi e hanno fatto approvare le peggiori porcate, proprio grazie ai voltagabbana.

Da Monti a Letta, da Renzi fino a Gentiloni, le leggi più vergognose della storia della repubblica si sono votate grazie ai traditori del mandato elettorale.
Il MoVimento 5 Stelle per evitare tutto questo vuole che si rispetti il voto dei cittadini. Noi abbiamo applicato su di noi una regola chiara, senza aspettare un obbligo di legge: chi non vuole più stare nel MoVimento va a casa, se non lo fa tradisce gli elettori e causa un danno che deve essere risarcito. È semplice.

Chiamatelo come volete: vincolo di mandato, serietà istituzionale, rispetto della volontà popolare. A nessuno è negato il diritto di cambiare idea, ma se lo fai torni a casa e ti fai rieleggere. Come al solito il M5s non ha aspettato una legge per cambiare il modo di fare politica. Anche i partiti facciano come noi.

 

Premiata dal Roma Art Meeting per la questione del debito pubblico. Ecco i materiali

Premiata dal Roma Art Meeting per la questione del debito pubblico. Ecco i materiali

Dalila Nesci

Ieri ho ricevuto a Roma il premio nazionale del “Roma Art Meeting”, già conferito ai magistrati Nicola Gratteri e Ferdinando Imposimato, nonché al docente universitario Alberto Bagnai, per aver – si legge nella motivazione – «in atti parlamentari scritto, unica tra le cariche di vertice, la verità indelebile sul meccanismo di formazione del debito pubblico, causa reale della crisi».

Con il Roma Art Meeting condivido un punto di fondo: dipende dal meccanismo di formazione del debito pubblico la crisi in cui ci troviamo, a causa della quale non ci sono soldi per le scuole, per gli ospedali, per la giustizia, per le assunzioni nella pubblica amministrazione, per il sociale e per tutelare i diritti fondamentali.

Questo meccanismo diabolico genera debito all’infinito, in cambio di nulla.

Esso si basa sull’emissione di moneta da parte di un privato, la Banca centrale europea, che presta denaro agli Stati dell’euro, i quali emettono, come corrispettivo, dei certificati del debito pubblico. Dalla Banca centrale europea arrivano bigliettoni agli Stati nazionali, che vengono ripagati, in ultimo, al loro preciso valore nominale.

Così, la Banca centrale europea crea il denaro dal nulla, che si invera e produce reddito fuori misura per un gruppo ristretto di potere. Il popolo, intanto, muore di fame.

Da questa truffa mascherata in ogni modo, oscurata da media, accademie e palazzo, hanno origine i guai e le diseguaglianze che viviamo ogni giorno, le patologie sociali e del corpo, lo svuotamento della Costituzione e la fine dello Stato di diritto.

È vero, sono stata tra i parlamentari della storia repubblicana che negli atti di sindacato ispettivo ha scritto questa verità, con cognizione e con espresso riferimento alle blindature che il sistema ha creato: aziendalizzando e regionalizzando la sanità, modificando il titolo V della Costituzione, costringendo all’equilibrio della finanza pubblica, alla privatizzazione definitiva della Banca d’Italia, all’ingresso nel Sistema della Banca centrale europea, al Meccanismo europeo di stabilizzazione della finanza pubblica e al pareggio di bilancio.

Inoltre, ho presentato una proposta di legge per istituire una commissione parlamentare di inchiesta sui crimini bancari, nonché sul sistema di gestione del credito e sulla tutela del risparmio, su cui vi è l’esclusiva della privata Banca d’Italia. Ancora, sto presentando una proposta di legge per tutelare il diritto alla salute, indipendentemente dal pareggio di bilancio.

Dedico questo premio ai calabresi che sperano in un futuro migliore, che lottano per l’affermazione dei diritti, che non si piegano davanti alle minacce e ai ricatti dei potenti e che continuano a rappresentare esempi di bellezza, coraggio e solidarietà.

Il messaggio che qui voglio lanciare è che si può cambiare, partendo, credo, dall’intraprendenza femminile e dalla volontà di riprenderci ciò che ci è stato tolto e che vi viene tolto ogni giorno. Intanto la voglia di sognare, di credere nella politica onesta e di costruire per i nostri figli e per la nostra Italia.

Di seguito riporto gli atti parlamentari in cui ho affrontato l’argomento del debito pubblico, cruciale per il futuro dell’Italia. Segue il testo di un mio intervento politico che sottolinea la questione del debito pubblico, anche con una ricostruzione storica, e alcune sue gravi implicazioni.

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/09972&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&gruppoPartecipanti=5&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&testo=4%20NESCI%20Dalila%20debito%20pubblico%203%205

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=5/08520&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&gruppoPartecipanti=5&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&testo=5%20NESCI%20Dalila%20debito%20pubblico%203

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/09850&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&gruppoPartecipanti=5&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&testo=4%20NESCI%20Dalila%20debito%20pubblico%203%205

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=5/04974&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&testo=5%20NESCI%20Dalila%203%204%20pubblico%20debito%202

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/04971&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&gruppoPartecipanti=5&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&testo=4%20NESCI%20Dalila%202%20debito%20pubblico

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/11320&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&gruppoPartecipanti=5&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&testo=4%20NESCI%20Dalila%205%202%20debito%20pubblico

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/05204&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&gruppoPartecipanti=5&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&risposta=4%20NESCI%20Dalila&testo=4%20NESCI%20Dalila%205%20debito%20pubblico%202

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/05181&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&testo=4%20NESCI%20Dalila%205%203%20pubblico%20debito%202

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/05709&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&gruppoPartecipanti=5&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&eurovoc_descrizione=debito&testo=4%20NESCI%20Dalila%202%203%205%20pubblico%20debito

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/13788&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&testo=4%20NESCI%20Dalila%205%202%20debito%20pubblico%203

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/07708&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&testo=4%20NESCI%20Dalila%202%20pubblico%20debito%203%205

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/06471&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&eurovoc_descrizione=pubblico%20debito&testo=4%20NESCI%20Dalila%205%20debito%20pubblico%203%202

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/06023&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&testo=4%20NESCI%20Dalila%205%202%203%20pubblico%20debito

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=4/02193&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&gruppoPartecipanti=5&primoFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppo=5&testo=4%20NESCI%20Dalila%203%202%20pubblico%20debito

http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=5/04774&ramo=C&leg=17&parlamentare=NESCI%20DALILA&coFirmatario=NESCI%20DALILA&gruppoPartecipanti=5&gruppo=5&testo=5%20NESCI%203%20debito%20pubblico%202

Il testo dell’intervento politico

Il diritto alla salute è tutelato come fondamentale all’articolo 32 della Costituzione.

Questo significa che non possono esistere limitazioni di sorta, rispetto a tale obbligo. Ciononostante, pure in Italia è in vigore il pareggio di bilancio, inserito agli articoli 81 e 97 della Costituzione, che limitano in modo pesante e illegittimo la tutela del diritto alla salute.

Il pareggio di bilancio in Costituzione è l’ultimo atto di una lunga serie di abusi correlati alle politiche monetarie che i governi italiani hanno perseguito dal 1992 in avanti, cioè a partire dal Trattato di Maastricht, che d’imperio e in modo speculativo ha fissato i parametri del sistema monetario comune. L’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione consegue a una fase di crisi indotta, con l’innalzamento dello spread, la diffusione della paura collettiva della recessione e la parallela stesura del Trattato di Lisbona (sul funzionamento dell’Unione europea). Figlio della stessa cultura antidemocratica è il Fondo salva-Stati, divenuto poi Meccanismo europeo di stabilizzazione della finanza pubblica, che si lega al più remoto patto di stabilità e ai vari vincoli di bilancio introdotti dal ’92 in avanti per smembrare lo Stato inteso come entità di garanzia dei cittadini.

In questa cornice lunga un quarto di secolo va inserita l’introduzione del federalismo in Italia, avvenuta con legge costituzionale numero 3 del 2001, che ha modificato il titolo V della Carta costituzionale. Hanno accompagnato il cammino verso il federalismo italiano due processi ben individuabili: l’aziendalizzazione e la regionalizzazione della sanità, i quali hanno aumentato le distanze tra l’offerta e la qualità sanitaria del Sud e l’offerta e la qualità sanitaria del Nord.

Ora, con l’articolo 31 – che modifica l’art. 117 Cost. – della riforma costituzionale prossima al referendum consultivo, sarà potestà legislativa dello Stato non solo la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili da garantire su tutto il territorio nazionale, ma anche tutto quanto riguarda le disposizioni generali e comuni per la tutela della salute, per le politiche sociali e per la sicurezza alimentare. Questo importa una centralizzazione assoluta del potere in materia sanitaria, in modo da semplificare e accelerare i tagli alla spesa pubblica, riducendo al minimo la concertazione dello Stato con le Regioni. L’obiettivo finale sarà lo smantellamento del sistema sanitario pubblico e la privatizzazione definitiva del servizio.

L’articolo 31 della riforma, ancora, stabilisce che «le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive».

In realtà questa è una contraddizione abnorme, perché introduce un federalismo nel federalismo, dal momento che polverizza l’articolo 3 della Costituzione, per cui è «compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese».

Non solo tale articolo 31 della riforma del governo disintegra il concetto di Repubblica previsto all’articolo 3 della Costituzione: lo stesso articolo della riforma pone a carico delle leggi regionali, e dunque delle Regioni, la rimozione di ostacoli che impediscano la parità degli uomini e delle donne, con questo lasciando immutato, per esempio, il problema della differenza esistente tra i vari servizi sanitari regionali.

Ancora, l’articolo 33 della riforma, che modifica l’art. 119 Cost., prevede un fondo perequativo per il funzionamento delle Regioni – e dunque della sanità sui territori – aventi minore capacità fiscale per abitante. Si tratta dell’applicazione di un federalismo differenziato, in cui il fondo perequativo non compensa affatto, per esempio, i minori trasferimenti (attuali) dello Stato che dovrebbero garantire il diritto fondamentale alla salute nelle regioni del Sud. Nello specifico si può anche parlare dell’interpellanza della deputata Nesci per la modificazione dei criteri di ripartizione del fondo sanitario alle Regioni, nel senso di subordinarli ai dati effettivi su morbilità e co-morbilità.

Inoltre il citato articolo 33 della riforma dispone che «con legge dello Stato sono definiti indicatori di riferimento di costo e di fabbisogno che promuovono condizioni di efficienza nell’esercizio delle medesime funzioni». Con questa disposizione si compendia l’accennato cortocircuito costituzionale, nel senso che toccherebbe allo Stato, se passasse la riforma, definire con propria legge gli indicatori del fabbisogno. Questo significa che lo Stato potrebbe benissimo – dal momento che la materia verrebbe così abbassata di rango, da quello costituzionale a quello legislativo – stabilire criteri di fabbisogno difformi per le singole Regioni, utilizzando le maglie larghe del nuovo impianto costituzionale complessivo.

Ancora, e per ultimo, l’attuale articolo 120 della Costituzione stabilisce che il «Governo può sostituirsi a organi delle Regioni, delle Città metropolitane, delle Province e dei Comuni nel caso di mancato rispetto di norme e trattati internazionali o della normativa comunitaria oppure di pericolo grave per l’incolumità e la sicurezza pubblica, ovvero quando lo richiedono la tutela dell’unità giuridica o dell’unità economica e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali». Attualmente le procedure dell’esercizio di questo potere sostitutivo sono previste per legge, come recita l’articolo 120 della Costituzione.

L’articolo 34 della riforma introduce, salvi i casi di motivata urgenza, il parere del Senato della Repubblica per l’esercizio di tale potere sostitutivo. Ciò conferma due aspetti:

  1. che il Senato avrà un potere enorme, nel senso che sarà interfaccia e appendice degli organismi non elettivi ma decisionali dell’Unione europea;

  2. che il Senato potrà esprimere parere favorevole in taluni casi di possibile commissariamento e parere sfavorevole in altri, magari addirittura analoghi. Questo sfasa completamente l’impianto democratico originario della Costituzione e introduce strumenti di controllo, soprattutto delle Regioni, in ultima analisi operato sulla base di appartenenze politico-partitiche ed elettorali.

Nei dibattiti politici non si parla più di direzioni, di prospettive, di princìpi, valori, idealità. Prevalgono, invece, i tecnicismi, l’articolazione di dati, dettagli burocratici, giuridici e di spesa.

Questo perché, detto in breve, lo Stato si è impegnato a rispettare parametri e vincoli correlati all’adesione – che nessuno ha votato – al sistema monetario dell’euro, imposto mentre nel Paese scoppiavano Tangentopoli, la svalutazione della lira, le bombe di Capaci, via D’Amelio, via dei Georgofili e le successive di Roma e Milano.

Col celebre arresto di Mario Chiesa cominciò una lunga parabola discendente della politica, propagandata dai media sino all’esasperazione. Nel corso del tempo fu aperto un varco per la tecnocrazia finanziaria. Intanto furono aboliti, giuridicamente e di fatto, la tutela del risparmio e il controllo del credito, i due pilastri su cui si fonda ogni economia sana controllata – nel suo dispiegarsi – dallo Stato.

Le riforme costituzionali necessarie e urgenti, allora, dovevano interessare l’articolo 47 della Costituzione, che preserva in via generale il risparmio e garantisce i rapporti di credito, nonché l’articolo 1, che sancisce la sovranità in capo al popolo, dunque anche quella monetaria.

Le riforme costituzionali necessarie e urgenti dovevano introdurre concreti meccanismi di salvaguardia del risparmio e di vigilanza sul credito da parte dello Stato, precisando che la sovranità monetaria – e dunque la moneta – appartiene al popolo. Inoltre le stesse riforme dovevano cancellare il pareggio di bilancio dalla Costituzione e riformare il titolo V in modo da eliminare le disparità e diseguaglianze che esistono tra i diversi territori italiani; a partire dall’assistenza sanitaria, dalla formazione scolastica e universitaria.

Il rapporto di filiazione e affiliazione delle rappresentanze politiche rispetto ai poteri bancari – a livello più semplice visibile nel caso Boschi-Banca Etruria – ha cancellato la dialettica e la contrapposizione tra maggioranze e minoranze, con un radicale cambiamento del linguaggio della politica, oggi costruito e declinato in modo da suggestionare, impressionare, suscitare impulsi momentanei e corroborare la pura apparenza mediatica del soggetto politico.

Nel contesto, alle nostre latitudini è successo di peggio, riguardo alla degenerazione della politica. Ognuno, nell’attuale Consiglio regionale, si tiene stretto e caro il suo posto, accetta gli ordini dei piani alti, non fiata e non risponde al corpo sociale che rappresenta.

Di più, l’operazione «Mammasantissima», della Dda di Reggio Calabria, ha dimostrato l’esistenza di un laboratorio politico organizzato da colletti bianchi insieme a consorterie occulte e criminali, al fine di condizionare il consenso, drenare fondi pubblici e gestire gli uffici – ‘ndranghetizzati in largo – a proprio uso e consumo.

L’humus di questo nuovo – o finalmente svelato – sistema di potere si rinviene nelle logiche classiche di formazione del consenso, che in Calabria riducono al minimo l’autonomia elettorale e la possibilità di cambiamento. Sotto la presidenza di Oliverio, lo riporto con franchezza, abbiamo assistito al dilagare di pratiche clientelari, di liquidazioni di debiti elettorali e di pervicace controllo partitico-politico dell’amministrazione pubblica. Lo dimostrano la nomina illegittima di Santo Gioffrè al vertice dell’Asp di Reggio Calabria e l’improvvida legge sull’allungamento della durata dei commissari delle aziende sanitarie.

In pillole, la politica regionale si è concentrata su se stessa, sul proprio presente e sul proprio destino: ha puntato ad alimentare ed estendere il bacino elettorale di riferimento, ignorando il bene comune e l’onere di politiche, mirate, di salvaguardia ambientale, di valorizzazione della natura, del patrimonio storico, artistico e culturale; di valorizzazione delle intelligenze, delle capacità diffuse e delle preziose realtà imprenditoriali, cooperative, associative e sociali nella regione.

Non c’è stata alcuna direzione di sviluppo. La Regione di Oliverio si è resa sorda rispetto agli incentivi per il lavoro produttivo nelle aree interne, per cui non ha considerato la necessità di uno sviluppo dei trasporti e delle reti, in senso lato, di comunicazione. La Regione di Oliverio non ha badato ai collegamenti interni né alle direttrici per il centro-nord. Ha chiuso gli occhi sulla babele continua del piano di rientro dal disavanzo sanitario, ignorando l’aumento delle uscite, le consulenze gratuite dispensate agli amici degli amici, i favori resi a destra e a manca, le anomalie, le situazioni di crisi, i bisogni effettivi della popolazione e l’abnegazione di medici, infermieri, operatori socio-sanitari e famiglie dei pazienti.

In campo culturale la Regione di Oliverio ha promosso, come abbiamo letto, pratiche di arbitraria ingerenza nell’amministrazione del settore, favorendo spazi per operazioni clientelari grottesche, da regime sudamericano o addirittura peggio. Perfino il Centro internazionale di studi gioachimiti, tra le poche istituzioni culturali della Calabria riconosciute a livello ministeriale, ha subito la mortificazione di una bocciatura sonora, a vantaggio di sagre, feste popolari e abbuffate collettive nelle varie piazze. Il Centro, che ha sede a San Giovanni in Fiore, cioè la città di Oliverio, non riceverà più finanziamenti, almeno per adesso; pur avendo proposto 8 congressi con studiosi di grande calibro e pur avendo quasi terminato la traduzione delle complesse opere di Gioacchino da Fiore, figura di enorme importanza per la storia del pensiero.

Io non sono venuta qui per gettare discredito nei confronti dell’attuale governo regionale, che per questo provvede da sé. Sono venuta per ascoltare, per capire l’attività della Cgil, per imparare e per cogliere eventuali possibilità di convergenza su obiettivi prioritari.

In primo luogo occorre, perciò, unire le forze nella difesa della Costituzione repubblicana, che l’élite finanziaria ha imposto a una maggioranza voluta e sorretta da Francoforte. La riforma costituzionale è il frutto di un abuso, di una violenza, di una scelta specifica per coprire una minuscola parte del debito pubblico.

Con questa riforma lo smantellamento delle strutture di servizio pubblico verrà completato. Contestualmente, le privatizzazioni – dalle compagnie di forniture ai servizi comunali – avranno, metaforicamente parlando, autostrade dritte e senza pedaggio. Non ci sarà alcuna crescita, il debito pubblico aumenterà per statuto e i cittadini avranno stipendi sempre più bassi, pensioni e tutele ridotte a nulla, tasse insostenibili ed esborsi a dismisura per le cure, l’istruzione e le utenze.

Naturalmente, noi dobbiamo divulgare il «no» alla riforma e preoccuparci anche della Calabria, che subirà con maggiore impatto il tracollo annunciato. Calabria Verde si avvia a non reggere, gli enti pubblici ridurranno il personale, non ci sarà il turn over e l’accesso al credito sarà sempre più difficile e insicuro.

Ecco perché è giusto, doveroso e utile mettere insieme le nostre reciproche esperienze, ricuperare il dialogo costruttivo finora abolito nell’ambito politico, rafforzare il senso critico e provare, con il rispetto delle identità, a modificare il diffuso modo di pensare e di vivere lo spazio pubblico.

Accolgo molto favorevolmente questa occasione fornitaci da Massimo Covello, segretario generale della Fiom Calabria, che ringrazio come tutti i presenti. Da questo seminario in convento, in questo luogo antico e silenzioso, pieno di fascino e di storia, potenzialità e suggestioni, può nascere una collaborazione di prospettiva tra politica e sindacato; una collaborazione che non voglio colorare, marchiare o classificare, sia per un fatto di sensibilità, sia perché non ci servirebbe definirla in termini canonici, partitici o, passatemi la metafora, militari.

Dobbiamo guardare al futuro comune uscendo dai singoli recinti, dagli schemi della dipendenza che hanno troppo spesso condizionato popolazioni e destini dell’umanità e che, nel nostro Sud di aspra emigrazione e sofferenza, hanno permesso ai soliti baroni e a vecchi camaleonti un inganno perpetuo e rovinoso.

Lasciatemi esprimere, infine, una sensazione tutta personale. Come Movimento 5 stelle abbiamo inviato oltre trecento esposti alla magistratura penale e contabile, mai rinunciando al tentativo – preliminare e reiterato – di comporre le singole controversie e pervenire a soluzioni efficaci per via politica. Purtroppo il palazzo non ci ha ascoltato, non ci ha voluto ascoltare. Perché il potere a un certo punto si compiace delle proprie stanze, senza più guardare fuori della finestra.

Ecco, io penso che non sia inutile questo nostro lavoro di proposta, di denuncia, di approfondimento e di tematizzazione dei problemi; di confronto e ricupero della dimensione politica in Calabria. Io credo che possa servire, insieme all’esempio tangibile di ogni collettivo sociale e civile, a superare la paura che questa regione, questa nostra terra ha di crescere culturalmente, di respirare l’aria della libertà, di desiderare la bellezza e di vivere in maniera più giusta, più sana e più solidale.

Strage di Viareggio. Arriva la sentenza, ma non i dispositivi di sicurezza

Strage di Viareggio. Arriva la sentenza, ma non i dispositivi di sicurezza

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Domani sarà pronunciata la sentenza sul disastro ferroviario di Viareggio, per il quale non si può certo parlare di incidente, bensì di incuria manutentiva, di insicurezza sui luoghi di lavoro e di tante altre cause specifiche da imputare a superficialità umana.

I fatti sono tristemente noti: era il 29 giugno 2009 quando un treno carico di GPL in ingresso alla stazione deraglia, una cisterna si rovescia, un ostacolo la perfora e il gas si diffonde lungo la ferrovia e le strade circostanti, per essere nel giro di due minuti proiettate in un inferno di fuoco che priverà della vita 32 persone, di cui 4 bambini, mentre altri 2 anziani muoiono d’infarto provocato dallo spavento per l’accaduto.

Nel processo 33 sono le persone imputate, a vario titolo, per disastro ferroviario, omicidio colposo plurimo, incendio colposo e lesioni colpose con richieste di pena dai 5 ai 16 anni, tra cui anche gli ex vertici delle Ferrovie dello Stato. E tra questi, un dirigente dell’Agenzia Italiana per la Sicurezza delle ferrovie (ANSF) che non è mai stato sospeso dal lavoro.

Cosa farà il Governo per garantire davvero la sicurezza ferroviaria? Fin dal 2009, ad esempio, era stata promessa l’obbligatorietà dell’installazione del dispositivo antisvio per il trasporto di merci pericolose, capace di arrestare immediatamente e automaticamente il convoglio nel caso in cui una ruota del vagone perda il contatto con la rotaia. Ma sono i soliti annunci che arrivano dopo i disastri, e che poi come sempre il Governo dimentica.

Il Movimento 5 Stelle ha presentato numerose proposte a firma Diego De Lorenzis e Sara Paglini, tutte bocciate. Su questa drammatica vicenda, ancora a distanza di anni, i familiari delle vittime non trovano risposta: per questo il M5S ha proposto anche l’istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta per fare chiarezza e rompere il muro di gomma.

Copiamo l’Irlanda: i soldi pubblici non devono finanziare i petrolieri

Copiamo l’Irlanda: i soldi pubblici non devono finanziare i petrolieri

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Le tasse dei cittadini non devono finire nelle tasche dei petrolieri. L’Irlanda è il primo Paese al mondo ad approvare una legge che vieta gli investimenti con i soldi dei contribuenti nelle fonti fossili. Sembra assurdo ma è così: nel mondo chi inquina è pagato. Secondo un report del Fondo Monetario Internazionale, i soldi pubblici stanziati in Europa in favore delle compagnie petrolifere ammontano a 330 miliardi di dollari all’anno: una montagna di soldi che passa dalla tasca del contribuente a quella del petroliere grazie a sussidi, finanziamenti per infrastrutture, gasdotti e depositi mediante la Banca Europea degli Investimenti.

C’è un tesoretto pronto per finanziare il reddito di cittadinanza. L’Italia spende 3,5 miliardi di euro per sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili, mentre impiega solo 84 milioni per il fondo verde per il clima. Gli italiani devono sapere come vengono spese le loro tasse. Questi soldi potrebbero aiutare migliaia di persone in difficoltà a uscire dalla povertà!

GRAFICA. Questa tabella parla chiaro. Ecco quanto spendono i Paesi ricchi in sussidi alle fonti fossili (riga sopra le bandiere) e quanto nel Fondo verde per il clima (riga sotto le bandiere).

Traduzione dell’articolo “L’Irlanda approva una legge e diventa il primo Paese al mondo che disinveste dall’uso del combustibile fossile” pubblicato sul Independent
“L’Irlanda ha votato una nuova legge e diventa il primo Paese al mondo che toglie completamente il denaro pubblico dai combustibili fossili. Il Parlamento irlandese ha approvato una legge storica con 90 voti a favore e 53 contrari per abbandonare gli investimenti in carbone, petrolio e gas da parte del Fondo di investimento strategico dell’Irlanda, che è parte della Agenzia Treasury Management Nazionale della Repubblica, valutato in circa 8 miliardi di euro (£6.8bn).

Il progetto di legge, presentato dal deputato Thomas Pringle, probabilmente avrà l’approvazione nei prossimi mesi dopo che essere esaminato dalla Commissione finanze. “Questo principio di etica finanziaria è un monito per le multinazionali. Non possono essere più tollerate la minaccia per i cambiamenti climatici, la negazione della loro esistenza e le controverse pratiche di lobbying praticate verso politici di tutto il mondo” ha dichiarato Pringle.

“Non possiamo accettare questo atteggiamento, mentre milioni di persone povere nei Paesi sottosviluppati affrontano le conseguenze del cambiamento climatico soffrendo fame, emigrazione di massa e i conseguenti disordini civili”. Una volta emanata, la legge obbligherebbe la Strategic Investment Fund dell’Irlanda a vendere nei prossimi cinque anni le proprie partecipazioni nelle industrie che fanno uso di combustibili fossili. Nel 2015, il fondo sovrano della Norvegia ha disinvestito da alcune, ma non tutte, compagnie che fanno uso di combustibili fossili”.

RomaRiparte: approvato il bilancio

RomaRiparte: approvato il bilancio

 

di Virginia Raggi

Abbiamo riportato la legalità nei conti del Campidoglio. Con noi è finita l’epoca degli esercizi provvisori che duravano fino a marzo, quando andava bene, se non fino a luglio od oltre. Con noi è finita l’epoca dei debiti fuori bilancio, di uno stato di emergenza permanente che produceva spese incontrollate che finivano per arricchire i soliti noti e, in qualche caso, foraggiare il malaffare.

Tutto questo, con il MoVimento 5 Stelle al governo, è finito. Riconsegniamo così alla città la possibilità di programmare le proprie spese e i propri investimenti e, per quanto ci risulta, siamo i primi fra le grandi città d’Italia.

Sì, volevamo fare ancora meglio, volevamo approvare il bilancio entro il 31 dicembre. Un traguardo alla nostra portata, visto che abbiamo lo schema di bilancio è stato approvato in giunta il 15 novembre scorso. Ma nel nostro caso l’Oref, l’Organo di revisione economico-finanziaria del Campidoglio, ha chiesto di affrontare le enormi criticità create da decenni di malgoverno dell’amministrazione capitolina. È stato particolarmente rigoroso e ci piace pensare che lo sia stato perché ha ritenuto che questa Giunta, a differenza di tutte quelle precedenti, fosse in grado di accettare la sfida del rigore. E così è stato.

Questo bilancio si ispira a principi di responsabilità, verità e prudenza: questa è la legalità di cui parliamo. La volontà di prevedere entrate e spese certe, senza alcuna concessione alla “creatività” che ha prodotto i disastri del passato. E, seppur nelle ristrettezze a cui ci costringono i conti, stiamo dando un chiaro segnale ai romani.

Investiamo sul sociale e sui territori. Sul rischio idrogeologico, la manutenzione e la riqualificazione urbana , sulla scuola e il verde pubblico. Sul trasporto: completamento della Metro C fino al Colosseo, nuovi autobus, nodi e parcheggi di scambio; sistemi intelligenti di infomobilità; GRAB, altre ciclabili e corsie preferenziali.

Abbiamo tagliato gli sprechi e i costi inutili della politica. Abbiamo fermato l’aumento delle tasse e, anzi, abbiamo cominciato a diminuire la tariffa sui rifiuti.
Chiaramente non è mica finita qui. Porteremo avanti il lavoro di snellimento delle procedure mediante la centrale unica degli acquisti e di committenza e rinnoveremo il protocollo di vigilanza con Anac, per avere procedure di gara rapide e sicure sotto il profilo della correttezza.

Un risultato raggiunto con un grande lavoro di squadra. Grazie all’assessore Andrea Mazzillo, al quale è spettato il compito di mettere ordine in una situazione contabile che portava il segno delle criticità ereditate dalle precedenti amministrazioni; agli assessori tutti che hanno contribuito a questo lavoro; ai miei consiglieri di maggioranza che hanno lavorato senza sosta, anche a Natale e Capodanno, per proporre soluzioni intelligenti e per arrivare il prima possibile a tagliare questo traguardo; e anche ai consiglieri di opposizione che, pur svolgendo il loro ruolo di critica, hanno evitato pratiche ostruzionistiche che avrebbero avuto il solo effetto di danneggiare la città. Un ringraziamento, infine, agli uffici del Campidoglio che hanno lavorato al nostro fianco.
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Pagare 359 miliardi per uscire dall’Euro? Una bufala di Mario Draghi

Pagare 359 miliardi per uscire dall’Euro? Una bufala di Mario Draghi

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di Thomas Fazi, su EUnews.it

Sta facendo molto discutere la dichiarazione di Mario Draghi secondo cui, nel caso in cui un paese lasciasse l’euro, la sua banca centrale dovrebbe prima saldare tutti i debiti da essa accumulati nei confronti della Banca centrale europea (BCE) attraverso il sistema di pagamenti interbancario del TARGET2 (Trans-European Automated Real-Time Gross Settlement Express Transfer System), che regola i pagamenti transfrontalieri tra le banche commerciali dell’UE. Nel caso dell’Italia, tale debito è attualmente pari a circa 350 miliardi di euro.

Ma è veramente così? Innanzitutto dobbiamo chiarire cos’è il TARGET2, anche perché le interpretazioni di questo meccanismo sono alquanto divergenti. Per prima cosa bisogna capire come funzionano i pagamenti tra banche commerciali, tanto all’interno dello stesso paese quanto tra diversi paesi dell’eurozona. Partiamo dal caso di un pagamento interbancario nello stesso paese. Quando il cliente della banca italiana A effettua un trasferimento di fondi alla banca italiana B, il trasferimento non avviene in maniera diretta ma con l’intermediazione della banca centrale nazionale, la Banca d’Italia, che ridurrà le riserve (la moneta legale utilizzata dalle banche commerciali) detenute dalla banca A sul proprio “conto di riserva e regolamento” presso la banca centrale stessa e contestualmente aumenterà dello stesso importo le riserve detenute dalla banca B sul proprio conto di riserva e regolamento. In tempi “normali”, se una banca non possiede riserve a sufficienza sul proprio conto di riserva/regolamento, se li fa prestare da un’altra banca sul cosiddetto mercato interbancario. In tempi di instabilità finanziaria – come il periodo immediatamente successivo alla crisi del 2007-8 -, però, le banche non si fidano più a prestare le proprie riserve alle altre banche, perché queste potrebbero fare crack da un giorno all’altro, causando una perdita alla banca creditrice.

In questi casi – lo abbiamo visto in tutti i paesi occidentali all’indomani dello scoppio della crisi dei subprime – interviene la banca centrale, che – forte della sua abilità di “stampare” riserve in misura illimitata – si fa carico di fornire al sistema bancario tutte le riserve di cui quest’ultimo ha bisogno, agendo di fatto da prestatrice di ultima istanza. Se così non facesse, il sistema bancario si “congelerebbe” nel giro di pochi giorni, con conseguenze facili da immaginare. Dal breve quadro che abbiamo tratteggiato, si desume facilmente come le riserve rappresentino un credito per la banca centrale che le “presta” e un debito per la banca commerciale che le detiene.

Questo per quanto riguarda un singolo paese. Nel caso di un’unione monetaria sovranazionale quale è l’eurozona, però, le cose non sono molto dissimili. La differenza principale sta nel fatto che nell’eurozona le banche commerciali non detengono i propri conti di riserva/regolamento direttamente presso la BCE ma – in virtù della anomala architettura “semi-sovranazionale” dell’unione monetaria – presso la banca centrale del proprio paese. Questo è il motivo per cui, nel momento in cui la banca del paese A trasferisce dei fondi verso la banca del paese B, la prima non registra una riduzione delle proprie riserve presso la BCE ma presso la propria banca centrale nazionale, la quale a sua volta riporterà in bilancio un passivo verso la BCE che agisce come controparte centrale; per la banca che riceve i fondi si determina invece un incremento delle proprio riserve presso la banca centrale del proprio paese, la quale a sua volta registrerà un attivo nei confronti della BCE. Ora, come per i pagamenti interbancari che hanno luogo all’interno di un singolo paese, in tempi “normali” gli attivi/passivi delle banche centrali nazionali nei confronti della BCE vengono rapidamente compensati dall’approvvigionamento di nuove riserve (sul mercato interbancario) da parte della banca del paese A.

Fino allo scoppio della crisi dell’euro, nel 2010, queste riserve venivano fornite in buona parte dalle banche tedesche, in virtù dell’eccesso di riserve circolanti nel sistema bancario tedesco, derivante dall’enorme avanzo commerciale della Germania. Nel 2011, però, il mercato interbancario europeo si è definitivamente inceppato. Le banche del centro (Germania in primis) hanno cominciato a chiedere indietro i loro soldi alle banche della periferia ma queste non erano più in grado di approvvigionarsi di riserve sul mercato interbancario. A quel punto – esattamente come avrebbe fatto qualunque banca centrale nazionale – è intervenuta la BCE, garantendo alle banche commerciali dei paesi periferici tutta la liquidità (le riserve) di cui avevano bisogno. Per la succitata architettura dell’Eurosistema, però, la BCE non ha fornito le riserve direttamente alle banche commerciali che ne avevano bisogno ma lo ha fatto per mezzo delle banche centrali nazionali. Di conseguenza, le banche centrali dei paesi periferici hanno registrato un aumento dei loro passivi nei confronti della BCE – un po’ come se la BCE avesse “prestato” le riserve alle singole banche centrali nazionali affinché queste le “riprestassero” poi alle loro banche -, mentre la Germania e gli altri paesi del centro hanno registrato un aumento dei loro attivi nei confronti della BCE.

Negli anni scorsi, questo meccanismo – che a dispetto della sua apparente complessità non rappresenta altro che un normalissimo strumento di politica monetaria, necessario per il corretto funzionamento del mercato interbancario intra-euro – ha dato adito a fantasiose interpretazioni. In particolare, i “falchi” tedeschi, capitanati da Hans-Werner Sinn, hanno sostenuto – spesso trovandosi in sintonia con diversi economisti di sinistra – che il TARGET2 fungerebbe come un diabolico sistema di “salvataggio occulto” dei paesi della periferia, finanziato – ça va sans dire – dai contribuenti tedeschi, che permetterebbe a questi paesi standard di vita che altrimenti non potrebbero permettersi. Inutile dire che le cose non stanno esattamente così.

Primo, non è la Bundesbank a “prestare” le riserve ai paesi che registrano un saldo T2 passivo ma semmai è la BCE. Come spiega questo Bollettino della Banca d’Italia, «l’ampliamento dei saldi T2… non rappresenta l’erogazione di un finanziamento diretto tra due paesi» né tantomeno rappresenta «un’obbligazione bilaterale tra due paesi». Semmai la Germania può essere considerata “prestatrice” solo in quanto azionista della BCE.

Secondo, la BCE di fatto non “presta” le riserve alle banche centrali nazionali ma alle banche commerciali attraverso le banche centrali nazionali, che di fatto agiscono solamente da cinghie di trasmissione nazionali e possono essere considerate a tutti gli effetti delle “filiali” della BCE stessa.

Terzo, considerare le riserve un “debito” dello Stato nel quale si trovano le banche commerciali che ricevono le suddette riserve dalla BCE è una forzatura enorme della realtà, perché il “credito” di una banca centrale è un credito di una natura molto particolare, che di fatto non comporta “perdite” nel caso di mancato rimborso (fallimento di una banca e conseguente “scomparsa” delle riserve da essa detenute). Se così non fosse, a rigor di logica, qualunque paese dovrebbe aggiungere le riserve detenute dal proprio sistema bancario al computo del proprio debito nazionale.

Quarto, se proprio vogliamo dare una lettura “morale” del meccanismo TARGET2, come amano fare i tedeschi, allora dovremmo dire che esso, lungi dall’aver rappresentato un salvataggio per i paesi della periferia, ha invece rappresentato un vero e proprio bailout del valore di oltre 500 miliardi di euro a favore dei paesi del centro, e in particolare della Germania:

In questo processo, il settore privato tedesco si è disfatto di molti crediti dubbi… Ma la maggior parte del credito concesso dalle banche tedesche alla periferia dell’eurozona è stato in pratica semplicemente passato alla Bundesbank come saldo di TARGET2. E dei saldi di TARGET2 rispondono in solido gli azionisti della BCE, e quindi anche la Germania, ma solo per il 27 per cento. Ecco quindi come il sistema bancario tedesco è stato di fatto salvato mutualizzando i suoi crediti dubbi verso la periferia a spese di tutti i paesi dell’eurozona.

C’è poi un altro punto da sottolineare: l’incremento del passivo TARGET2 di diversi paesi della periferia – in particolare dell’Italia – negli ultimi due anni non riflette, come nel 2011-12, l’incapacità delle banche di questi paesi di rifinanziarsi sul mercato interbancario. Esso è piuttosto il risultato delle politiche di quantitative easing (QE) della BCE, che passa sempre per le banche nazionali: in parole povere, buona parte della liquidità creata dalla Banca d’Italia (in quanto “filiale” della BCE) non è rimasta all’interno del nostro sistema finanziario, ma è defluita verso l’esterno – per investimenti esteri e per l’acquisto di titoli di Stato italiani detenuti da banche estere, soprattutto tedesche – dando impulso alla dinamica del saldo TARGET2, che si conferma un semplice “effetto collaterale” delle decisioni di politica monetaria – normali o non convenzionali che siano – della banca centrale e della artificiosa frammentazione del bilancio della stessa.

E che dire della minaccia di Draghi secondo cui un paese che volesse uscire dall’euro dovrebbe prima saldare il proprio debito TARGET2? Che si tratti di una minaccia priva di alcun fondamento lo rivela la stessa Bundesbank, che riconosce che l’ipotesi di un’uscita di un paese dal sistema TARGET2 «non è prevista nei termini del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea» e dunque sarebbe necessariamente soggetta a negoziato, in cui – tra l’altro – il paese uscente si troverebbe in una situazione di notevole vantaggio contrattuale.

Alla luce di quanto detto sopra, l’unica misura in cui la Germania può considerarsi “esposta” nei confronti dell’Italia è in quanto partecipe del capitale della BCE, giacché, se veramente un paese dovesse uscire dall’euro e rifiutarsi di saldare il conto T2 (come è probabile, almeno nella sua interezza), si aprirebbe un buco di bilancio nella BCE. A quel punto – come spiega sempre Bankitalia – «eventuali perdite di bilancio relative alle operazioni di rifinanziamento principali vengono ripartite tra tutte le banche centrali nazionali sulla base della quota di partecipazione al capitale della BCE, indipendentemente da quale banca centrale nazionale abbia erogato il finanziamento e dalla distribuzione dei saldi TARGET2 all’interno dell’Eurosistema». E questo perché – ripetiamolo – «i saldi su TARGET2 non rappresentano un’obbligazione bilaterale tra due paesi».

E comunque, anche nel caso in cui la BCE dovesse veramente subire un buco di bilancio, questo non avrebbe alcun impatto dal punto di vista operativo, né rappresenterebbe una “perdita” per la Germania, a meno che la BCE non chiedesse veramente alle tesorerie nazionali di rimpolpare il capitale della BCE (e la Germania acconsentisse), cosa estremamente improbabile. Le favole tedesche sul funzionamento delle banche centrali valgono per gli altri, mica per sé. Come ha riconosciuto di recente la stessa BCE, infatti, le banche centrali possono tranquillamente operare con capitale negativo.

In conclusione, possiamo affermare che è priva di fondamento tanto l’idea secondo cui la Germania «avrebbe aperto una linea di credito» a paesi come l’Italia (e dunque subirebbe «perdite enormi» in caso di uscita di un paese con saldo T2 passivo dall’euro), quanto l’affermazione di Draghi secondo cui per uscire dall’euro bisogna prima chiudere i saldi T2. Poco più di una “fake news” insomma, che però conferma una cosa: che il debito – di qualunque natura sia – continua ad essere un potente strumento disciplinare nelle mani delle classi dominanti, anche quando questo è poco più di uno spauracchio.

Meno burocrazia per le PMI: le nostre idee vincono in Europa

Meno burocrazia per le PMI: le nostre idee vincono in Europa

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di Rosa D’Amato
, Efdd – Movimento 5 Stelle Europa.

Difendere le piccole e medie imprese in Europa significa difendere il futuro dell’Italia. Secondo dati Istat, il 95% di tutte le unità produttive è una piccola e media impresa. Le pmi danno lavoro a circa 7,8 milioni di italiani (il 47% di tutti i lavoratori contro il 29% della media europea), eppure sono perennemente sotto attacco da alcune politiche europee suicide. Trattati commerciali a favore delle multinazionali, iper-regolamentazione, fondi europei non produttivi: sono tante le battaglie che ci vedono in prima linea. Il rapporto del gruppo Efdd – Movimento 5 Stelle, scritto da Rosa D’Amato, su “Promuovere la competitività delle PMI” oggi raccoglie i primi frutti. La Commissione europea ha sposato le idee del Movimento 5 Stelle. Ecco la risposta al rapporto di iniziativa del Movimento 5 Stelle. Rosa D’Amato spiega cosa cambierà adesso per le pmi:
di Rosa D’Amato

“Rimozione degli ostacoli burocratici, maggiore trasparenza e partecipazione degli attori locali nella scelta dei fondi Ue per le piccole e medie imprese, una strategia per promuovere le competenze, soprattutto in ambito digitale. Sono questi gli impegni che la Commissione Ue ha assunto ufficialmente rispondendo alla mia relazione target=’_blank'”Promuovere la competitività delle PMI”, approvata dal Parlamento europeo. Una grande vittoria per il M5S Europa e soprattutto per le Pmi italiane. Adesso vigileremo affinché la Commissione europea dia seguito agli impegni presi con fatti concreti.

Ecco i punti su cui Bruxelles ha ufficialmente preso degli impegni sulla base della mia relazione:

La Commissione ha lanciato lo scorso dicembre la Digital Skills and Jobs Coalition. Il Commissario europeo Oettinger ha presentato un testo e ha invitato gli Stati membri a far fronte alle carenze di competenze tra cittadini e lavoratori. Una strategia che coinvolgerà tutti i settori e le parti sociali e si focalizzerà soprattutto sulle competenze digitali.

La Commissione si è anche impegnata a far fronte agli ostacoli burocratici che colpiscono le Pmi attraverso la semplificazione legislativa che significa normative più chiare e semplici da applicare in tutta Europa. Questa semplificazione avverrà con misure che risponderanno alle specifiche esigenze delle varie tipologie di Pmi: le microimprese e quelle con un numero di impiegati più alto, tra i 50 e i 249.

Passi avanti sulla trasparenza e sulla partecipazione di attori locali, società civile, imprenditori e altre parti interessate nel definire i bandi dei fondi europei per le imprese. La Commissione ha accolto la nostra richiesta, specificando che trasparenza e partecipazione saranno alla base della definizione dei nuovi bandi.

La Commissione presenterà entro quest’anno una comunicazione sulle Smart specialisation, così come richiesto nella mia relazione.

Resta il nodo dei fondi della politica di coesione Ue per le Pmi, fondi che, in previsione della programmazione post 2020, vanno decisamente aumentati. Su questo, la Commissione preferisce ancora non esprimersi. Ma noi faremo pressioni perché dia risposte chiare anche su tale punto”.

Un robot zapperà la nostra terra: cosa cambia con l’agricoltura 2.0

Un robot zapperà la nostra terra: cosa cambia con l’agricoltura 2.0

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di Dario Tamburrano, Efdd – Movimento 5 Stelle Europa.

Un robot zapperà la nostra terra. Quella che appare oggi come una provocazione (o utopia, a seconda dei punti di vista) potrebbe essere presto una realtà con cui confrontarsi: i trattori senza conducente ottimizzeranno i percorsi di arature e semine grazie al GPS, i robot estirperanno le erbacce e raccoglieranno selettivamente frutti e ortaggi man mano che arrivano a maturazione, droni con sensori intelligenti rileveranno le patologie sulle piante prima che si manifestino in forma evidente all’occhio umano, diremo addio alle irrigazioni selvagge di pesticidi e concimi perché la rivelazione sul campo dei dati ci dirà dove, quanto, quando e se intervenire. 

Con le nuove tecnologie il risparmio di risorse per l’azienda agricola (fitofarmaci, acqua, carburante, per fare qualche esempio) si stima possa arrivare al 10-30%. Nel 2014 il mercato di attrezzature e software per l’agricoltura di precisione ha generato nel mondo un volume di affari pari a 2,3 miliardi di euro ed è previsto un trend di crescita annua del 12% fino al 2020. Secondo l’Istat, il valore della produzione agricola in Italia ammonta a 50 miliardi: se non vogliamo mandare in fumo questa ricchezza ambientale ed economica dobbiamo prendere degli accorgimenti per mettere la tecnologia al servizio della collettività e non lasciarla a un pugno di multinazionali. 

I software devono essere rilasciati a costi accessibili
e possibilmente open-source e in copyleft. I dati in entrata e in uscita dell’agricoltura di precisione vanno resi disponibili al pubblico in formati non proprietari in modo da garantire l’interoperabilità ed evitare effetti di lock-in con questo o quell’elemento del software e dell’hardware. Bisogna aiutare le piccole e medie imprese (il 30% delle aziende agricole in Italia sono a conduzione familiare) formando figure professionali all’altezza con competenze informatiche e ingegneristiche oggi lontane dal mondo dell’agricoltura.

L’agricoltore 2.0 non deve essere un utilizzatore passivo della tecnologia ma deve lavorare a fianco a sviluppatori in grado di creare, personalizzare, manutenzionare, migliorare software e attrezzature. Vanno organizzati corsi di formazione e aggiornamento per gli agricoltori in ogni Regione italiana. Il Parlamento europeo ha pubblicato uno studio dal titolo: “L’agricoltura di precisione e il futuro dell’agricoltura in Europa” che grazie alla richiesta del Movimento 5 Stelle verrà tradotto in italiano e messo a disposizione di tutti gli agricoltori e di tutte le associazioni di categoria.

Le tecnologie ci daranno presto la possibilità di archiviare la stagione dell’agricoltura intensiva e delle monocolture. Risponderemo ai cambiamenti climatici con intelligenza e resilienza garantendo sostenibilità ambientale, sicurezza alimentare e qualità del cibo. Sarà possibile aumentare la produzione alimentare locale ritornano a coltivare aree agricole al momento abbandonate per mancanza di manodopera qualificata o perché inadatte all’agricoltura industriale, ma dobbiamo evitare, grazie a una comunità attenta, informata e vigile che qualche multinazionale possa trasformare una opportunità e una speranza per tanti, in un profitto per pochi”.

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L’austerità e la tragedia di Rigopiano

L’austerità e la tragedia di Rigopiano

L’austerità e la tragedia di Rigopiano

di MoVimento 5 Stelle

Quando si parla di austerità si dimentica spesso che a sopportarne il peso sono stati in gran parte gli Enti locali, dato che i Governi degli ultimi anni, compreso quello Renzi, hanno preferito farsi belli con il bilancio dello Stato mentre tagliavano trasferimenti a Comuni, Province e Regioni. I Governi Berlusconi, Monti, Letta e Renzi hanno praticato un massacro scientifico che si può riassumere in due dati: 40 miliardi di euro di tagli dei trasferimenti centrali e altri 40 miliardi di euro che gli Enti locali hanno dovuto trovare per rispettare il Patto di Stabilità Interno.

In totale 80 miliardi di euro di minori risorse.
Non ci sono precedenti nella storia repubblicana.

Lo sforzo maggiore è stato richiesto ai Comuni: 13,5 miliardi di euro totali dal 2010 al 2015, con un crollo del 28% degli investimenti tra il 2010 e il 2014. Altro che ritorno alla crescita. Con l’austerità i Comuni hanno dovuto aumentare le tasse locali e soprattutto svendere o peggiorare la qualità dei servizi.

Il vero delitto, però, è stato commesso con le Province. Delrio, Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti del Governo Renzi (poi confermato da Gentiloni), ha prima svuotato le Province di risorse e poi ha finto di abolirle mantenendo in realtà in capo ad esse alcuni servizi fondamentali, come la viabilità. Nel solo 2017 le Province saranno dimagrite di altri 650 milioni di euro, ma i servizi non saranno ridistribuiti ai Comuni o alle Regioni. Il Presidente dell’Unione delle Province Achille Variati ha scritto qualche mese fa a Mattarella che “senza un provvedimento straordinario nessuna Provincia sarà in grado di predisporre i bilanci 2017, con la conseguente interruzione dei servizi essenziali ai cittadini“.

Ciò che denunciava Achille Variati è già successo. La tragedia dell’hotel Rigopiano, e più in generale i ritardi e le inefficienze nelle operazioni di soccorso in Italia centrale, ne sono una chiara testimonianza. Il nostro Luigi Di Maio ha osato far notare ciò che è sotto gli occhi di tutti, sostenendo che “in Abruzzo quella provincia che si doveva occupare della viabilità e che avrebbe potuto mettere a posto la viabilità per raggiungere l’hotel Rigopiano aveva la turbina in manutenzione da diversi mesi perché non c’erano soldi, turbina che avrebbe dovuto togliere la neve dalle strade. Quando le leggi si fanno in questo Paese o si fanno seriamente oppure provocano danni e in alcuni casi pure morti”.

A parte le proteste di rito dei politicanti, c’è qualcuno che riuscirebbe a contraddirlo con dati alla mano?

Mentre il massacro degli Enti Locali proseguiva indisturbato i costi della politica rimanevano invariati. Le proposte di legge del M5S, ultima la legge Lombardi con la quale abbiamo tentato di tagliare le indennità dei parlamentari, sono state ignorate, e anche i risparmi sul fronte delle auto blu e degli altri privilegi si sono rivelati slogan elettorali a cui non è seguito alcun fatto. Un parlamentare della Repubblica continua a percepire di sola indennità quasi 12.000 euro lordi al mese, contro i poco più di 5000 euro dei parlamentari del M5S, che diventano 3000 al netto. Se ci limitiamo a Matteo Renzi, che sui tagli ai privilegi ha provato a costruire una sporchissima campagna di comunicazione, la realtà è ancora più amara. Tra aereo di Stato in leasing da quasi 170 milioni di euro, spese di Palazzo Chigi in ascesa e viaggi di Stato all’insegna degli sprechi, non c’è Presidente del Consiglio che abbia dimostrato con i fatti maggiore megalomania.

L’austerità, come sempre, ha una sola declinazione: tagli, sacrifici e persino morte per i cittadini, privilegi insopportabili per i politici.

 

L’Irlanda è pronta a dire addio al fossile

L'Irlanda è pronta a dire addio al fossile

L’Irlanda è pronta a dire addio al fossile

da HuffingtonPost

Potrebbe passare alla storia come il primo Paese al mondo ad aver messo al bando i combustibili fossili: l’Irlanda ha infatti votato una legge che ha per scopo la riduzione dei fondi pubblici diretti a petrolio, carbone e gas naturale. Se passerà il test della commissione finanziaria, il provvedimento potrebbe entrare in vigore già nei prossimi mesi.

L’Irlanda si appresta, dunque, a compiere un passo epocale: il Fossil Fuel Divestment Bill, proposto dal ministro Thomas Pringle, agirà sul fondo strategico del Paese, denominato Ireland Strategic Investment Fund (ISIF), che ammonta a circa 8 miliardi di euro, e che potrebbe non essere più disponibile per compagnie che si occupino di combustibili fossili.

“Lobby e politici che continuano a negare l’esistenza del cambiamento climatico e che continuano a manipolare i dati scientifici non sono più tollerabili – ha spiegato Pringle -. Non possiamo accettare le loro azioni nei confronti di milioni di povere persone che vivono in zone sottosviluppate del pianeta e che devono fronteggiare gli effetti negativi del cambiamento climatico, attraverso carestie, migrazioni di massa e disordini sociali”.

Una volta reso esecutivo, il provvedimento indirizzerà gli investimenti dell’Ireland Strategic Investment Fund altrove, probabilmente verso compagnie che operino nel settore green. Ciò che sperano in molti è che l’Irlanda non segua l’esempio della Norvegia, che nel 2015 aveva annunciato la decisione di abbandonare tutti gli investimenti del suo fondo sovrano nel carbone. In realtà, Oslo non ha mantenuto gli impegni visto che, di fatto, si è limitato a spostare gli investimenti dalle compagnie minerarie ai produttori di energia elettrica. Il grande passo ora però potrebbe essere tentato dall’Irlanda: le premesse ci sono tutte.

 

L’aristocrazia finanziaria contro il MoVimento 5 Stelle

L'aristocrazia finanziaria contro il MoVimento 5 Stelle

L’aristocrazia finanziaria contro il MoVimento 5 Stelle

di Diego Fusaro – tratto dal suo intervento a Matrix

Qui non è importante la distinzione tra chi rispetta le leggi e chi non rispetta le leggi. La vera distinzione di cui nessuno parla è quella fra chi governa in nome del popolo ridotto a massa supersfruttata, precarizzata e neo-schiavile e chi invece governa in nome di un’elité finanziaria, che io chiamo, con Marx, l’aristocrazia finanziaria.

Il Pd è il partito di rappresentanza di questa aristocrazia finanziaria ultracapitalistica e post-borghese e post-proletaria. Il MoVimento 5 Stelle, dal mio punto di vista, rappresenta una forza emergente di opposizione a questa aristocrazia finanziaria, l’imponderabile nella storia, come la vittoria del No al referendum costituzionale, come la vittoria di Trump in America. Questa aristocrazia finanziaria si trova in una posizione particolare ora. Vede nei 5 Stelle il nemico principale da avversare, che è ciò che sta facendo, perché fin da quando la Raggi si è insediata a Roma c’è stata una campagna diffamatoria che usa gli eventi di Roma per screditare i 5 Stelle che lì hanno toccato interessi molto forti, come le Olimpiadi.

 

#EffettoCadrega

#EffettoCadrega

#EffettoCadrega

Authordi Beppe Grillo
 

di Beppe Grillo

In questi anni, da quando è nato il MoVimento 5 Stelle, e anche negli ultimi tempi, ci sono state persone elette con il nostro simbolo che hanno deciso di andarsene, nei comuni, nelle regioni, in Parlamento e in Europa. Le motivazioni sono sempre ridicole, un copincolla delle balle dei giornali e che anche loro smentivano prima di uscire. Mancano di fantasia e di creatività. La cosa che li accomuna tutti è l'”effetto cadrega“, che poi è la vera ragione del tradimento. Ognuno di loro si è ancorato alla sua poltrona e al suo stipendio fregandosene di essere stato eletto con un simbolo e un programma che hanno tradito e senza il quale non sarebbero mai arrivati dove sono. Il MoVimento 5 Stelle senza queste zavorre può solo fare meglio. L’unico modo per eliminare l’“effetto cadrega” è il vincolo di mandato. Chi tradisce gli elettori e non è più d’accordo con il programma per il quale è stato eletto, se ne torna a casa e lascia spazio al primo dei non eletti.

Ps: è stata avviata la procedura per far valutare al collegio dei probi viri la condotta del consigliere regionale M5S in Liguria Battistini.

Chiudiamo l’outlet Italia: difendiamo Generali dalle mani straniere

Chiudiamo l'outlet Italia: difendiamo Generali dalle mani straniere

Chiudiamo l’outlet Italia: difendiamo Generali dalle mani straniere

di MoVimento 5 Stelle

Ci risiamo, ancora una volta un asset importante del nostro paese, le Assicurazioni Generali, è a rischio di scippo da parte di investitori stranieri. E’ questo forse quello che intendeva Renzi quando invitava gli investitori esteri a credere nell’Italia?

E’ così che si deve leggere la partita che si sta giocando ai piani alti della finanza italiana dove Intesa San Paolo e Mediobanca si sfidano sul terreno del Leone di Trieste.

Generali è una delle eccellenze italiane di caratura internazionale, è presente in 60 paesi con 470 società e quasi 80 mila dipendenti. Un patrimonio da 74 miliardi di premi, costituiti da polizze a monte delle quali ruotano 90 miliardi di titoli del debito pubblico italiano, e un totale di 500 miliardi di attivi gestiti. Il risparmio di diverse generazioni di italiani é in sostanza custodito nella cassaforte di Trieste.

Adesso ci risiamo. La fatica dell’euro si fa sentire, indebolisce il nostro tessuto economico e crea le opportunità di shopping per il più forte, di solito estero. Prima della crisi di Lehman, quasi 10 anni fa, le Generali valevano in borsa 30 miliardi, quanto gli altri due colossi assicurativi europei, i francesi di Axa e i tedeschi di Allianz. Oggi Generali è ferma lì, mentre Axa vale il 40% in piu’ (45 miliardi) e Allianz il 70% (70 miliardi). Ci sono motivi strategici che hanno contribuito a creare questo gap ma è soprattutto alla crisi economica italiana che dobbiamo questo. Lo dimostrano le valutazioni delle principali aziende italiane quotate in borsa nel confronto con i loro pari europei, oggi rispetto a ieri.

E il nostro governo cosa fa? Ancora una volta starà a guardare di fronte all’affronto dei francesi?
Unicredit, Telecom, Edison, Ansaldo Energia, Ansaldo Breda, Alitalia sono solo alcune delle nostre aziende, del nostro know-how, del nostro patrimonio umano, finanziario e ingegneristico che è finito in mani straniere, ma l’elenco è lunghissimo.

Come non ricordare i casi Star, Carapelli o Parmalat?

È necessario dare un freno a questa tendenza o l’Italia sarà sempre più al guinzaglio di altri paesi. Non è accettabile nemmeno immaginare o assistere ad uno spezzatino di Generali con il ramo assicurativo in Germania ceduto ad ALLIANZ ed il ramo francese ceduto ad AXA.

Rigettiamo l’idea di veder replicate dinamiche “di provenienza Svizzera” già viste in passato nello smembramento di un importante banca olandese finito con la sciagurata vendita al Monte dei Paschi di Siena di Antonveneta.

Vogliamo scongiurare ciò che tecnicamente si chiama break up e che l’ultima volta che si è visto con dimensioni analoghe a quelle del leone di Trieste in Europa nel febbraio 2007 sulla olandese Abn Amro (web link).

Partirono da lì i problemi del Monte dei Paschi perché parte di quello spezzatino comportò la cessione agli spagnoli di Santander delle attività sudamericane di ABN Amro unitamente alla Banca Antonveneta allora controllata proprio dagli olandesi. Nel giro di sei mesi la stessa Antonveneta comprata per 6 miliardi dagli spagnoli (prezzo già alto) fu rivenduta da quest’ultimi al MPS al prezzo folle di 9 miliardi condannandola così a morte con un esborso che non avrebbe mai digerito grazie all’acume del PD e del suo manager paladino in MPS Mussari il quale anziché essere cacciato su due piedi fu addirittura premiato a capo della Associazione Bancaria Italiana.

Cedere la sovranità anche nella gestione del risparmio significa consegnare all’estero i soldi degli italiani, i loro risparmi, per fare investimenti in Francia e sostenere l’economia tedesca. Abbiamo il dovere di difendere e mantenere le proprietà delle aziende e degli asset principali in Italia. Se siamo diventati uno dei paesi cardine del G8, è merito del tessuto economico del nostro paese, di quelle realtà che stiamo svendendo pezzo dopo pezzo.

Si torna dunque sempre al risparmio degli italiani, la vera residua ricchezza del paese, quella che ci tiene a galla pur in agonia all’interno dell’Euro. Quello stesso risparmio a cui attinge la Germania con la sua politica deflattiva atta a traferire ricchezza dalla periferia al centro dell’Europa. Che si tratti di Generali, Antonveneta, Etruria, Pioneer, MPS o Atlante chi ci mette i soldi sono gli italiani con i loro risparmi messi a rischio o ceduti all’estero senza avere voce in capitolo.

La incapacità di fare sistema ha contribuito a spogliare l’Italia della proprietà dei suoi marchi migliori (Indesit, Krizia, Poltrona Frau, Loro Piana, Bulgari, Bottega Veneta, Galbani, Pernigotti, Eridania, Fiorucci, Orzo Bimbo, Peroni, BNL, Cariparma, ma l’elenco è lunghissimo).

Si tratta di una questione vitale per il nostro paese. Abbiamo il dovere di difendere e mantenere le proprietà delle aziende e degli asset principali in Italia. In Italia devono avere gli interessi principali e anche l’azionariato di riferimento.

Da più di un secolo c’è un palazzo delle Generali in ogni piazza grande di Italia. Vogliamo che continui ad esserci e che continui a parlare italiano.