Alessandro Di Battista a Sellia Marina

Alessandro Di Battista a Sellia Marina

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Qui Sellia Marina. Tra pochi minuti andremo tutti a Soverato dove ci vediamo stasera alle 21.00 al Bounty (Lungomare Europa). Questa è la mia “scorta” di oggi. Una meraviglia! Potete seguire in diretta il tratto di oggi (e unirvi lungo il cammino) qui http://dibatracking.runningpixel.com/. Vi aspettiamo sulle strade e nelle piazze d’Italia! #IoDicoNo #CostituzioneCoastToCoast

Basta tragedie: mettere in sicurezza i cittadini e il nostro patrimonio inestimabile, si può!

Basta tragedie: mettere in sicurezza i cittadini e il nostro patrimonio inestimabile, si può!

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Siamo ancora tutti sconvolti per la tragedia del terremoto che ha colpito Amatrice, e il Paese intero è costretto a chiedersi ancora una volta: si poteva prevenire questo disastro? Si poteva fare qualcosa PRIMA, in modo che danni e vittime fossero in numero almeno più contenuto se non irrisorio?

Sono domande che da anni ci poniamo, quando il terremoto colpisce puntualmente il nostro territorio destinato dalla geologia ai flagelli sismici. Domande alle quali non c’è mai una risposta sensata, condannati come siamo a un loop di stupore/disgrazia/stupore che somiglia sempre più ad un brutto incubo.

Nel momento del panico, delle macerie, si parla di pannicelli caldi come le “agevolazioni fiscali” (ovvero, miseri abbuoni sulle tasse per gente che ha perso tutto), o di “sospensione dei mutui” (che verranno richiesti senza pietà dopo qualche mese o anno, su case ormai ridotte in polvere). E poi si è coniata la magica locuzione “dopo-terremoto”, astutamente messa lì -fateci caso- a sostituire la parola “ricostruzione” che fa venire i sudori freddi a qualsiasi governo.
Non siamo più ai tempi del Friuli, nel 1976, quando il Paese spese l’equivalente di 18 miliardi di euro per ricostruire case e paesi degli indomiti friulani: oggi si stanziano miseri 50 milioni per una minestra e una tenda, e per il resto si fa capire che è meglio che ci pensiamo da soli, dato che lo Stato non esiste più. O meglio: esiste solo per andare a pietire due soldi di sforamento in Europa, sforamento che ci viene prontamente negato perché le aree colpite non sono industrializzate, non fanno PIL, insomma i borghi del ‘300 non valgono nulla agli occhi dei burocrati europei.

Eppure le risposte sensate alle nostre domande ci sarebbero eccome, risposte da dare non nel momento del panico mettendo inutili toppe qua e là, ma quando l’emergenza non c’è. Risposte tecniche, piani articolati, sistemi di messa in sicurezza che siano capaci di guardare al futuro e di spezzare il loop.

Il MoVimento 5 Stelle, finora all’opposizione, ha sempre lavorato in questo senso, provando in tutti i modi a inserire negli insensati interventi legislativi del governo emendamenti, mozioni, ordni del giorno, tutti tesi ad amministrare e gestire il rischio. Perché siamo consapevoli che il più grande cantiere del Paese (contrariamente a quello che pensa la “premiata ditta” Delrio&Vespa) non è l’intervento post sismico ma la messa in sicurezza del nostro territorio.
A questo link ad esempio c’è la nostra proposta di legge completa sul dissesto idrogeologico e il rischio sismico; abbiamo fatto approvare emendamenti per la mappatura degli edifici a rischio, abbiamo proposto che in ogni comune ci sia un ufficio tecnico con la presenza di almeno un geologo; con la nostra risoluzione abbiamo proposto che si impartisse la cultura del rischio per chi vive in zone sismiche (come si fa ad esempio in Giappone dove i terremoti sono di entità ben maggiore dei nostri); nella legge delega per la riforma della Protezione civile abbiamo ottenuto alcune importanti vittorie, che il governo ancora non ha messo in pratica: forme di microcredito agevolato utilizzabili per favorire il superamento dello stato di emergenza, introduzione del concetto di filiera corta nell’ambito del reperimento delle forniture di beni di prima necessità, di servizi e di materiali necessari nelle diversi fasi dell’emergenza.

Abbiamo anche dato spazio alla ricerca nel settore della difesa dai disastri naturali, introducendo la partecipazione e la collaborazione delle università e degli istituti di ricerca alle attività di protezione civile.
Inoltre è stato accolto il nostro emendamento sulla revisione e valutazione periodica dei piani comunali di protezione civile. Tutte iniziative importanti a cui chi governa e detiene la maggioranza non ha dato seguito. Basti pensare che nello Sblocca Italia sono state inserite detrazioni fiscali anche per la messa in sicurezza sismica degli edifici…ma come al solito mancano le circolari ed i decreti attuativi o le linee guida con cui capire come classificare gli edifici al fine di usufruire delle detrazioni!

La sfida più grande che ci viene posta è una sfida che nessun Paese al mondo fronteggia: quella di mettere in sicurezza un patrimonio artistico inestimabile, antichi borghi, costruzioni secolari o millenarie che rappresentano il nostro tesoro nazionale insieme ai loro abitanti. Non esistono Giappone o California che debbano affrontare una sfida simile. La possibilità di vincerla l’abbiamo: i nostri ingegneri, architetti, geologi sono più che all’altezza.
Il M5S, quando sarà al governo, li metterà al lavoro fuori dalle emergenze e da golosi appalti, perché una volta per tutte non si parli mai più di immani tragedie ma solo di sismi.

3,5 miliardi per la sicurezza delle case degli italiani #Terremoto

3,5 miliardi per la sicurezza delle case degli italiani #Terremoto

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L’Italia ha bisogno di un piano che metta al sicuro le case degli italiani. Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri, ha stimato che il 75% degli immobili in Italia non rispetta alcun criterio antisismico. Questo dato impone una risposta eccezionale. Non si deve più morire per un terremoto. Se i soldi per la ricostruzione non ci sono (come ha documentato Barbara Lezzi), quelli per la prevenzione invece ci sono. Una parte (ben 2,3 miliardi di euro) li mette a disposizione l’Unione europea: l’obiettivo tematico 5 della programmazione 2014-2020 dei fondi di coesione (fondi FESR più FEASR) sono dedicati alla prevenzione e alla gestione dei rischi sismici. Il resto lo si attinge dal cofinanziamento nazionale obbligatorio che, per l’obiettivo tematico 5, ammonta a poco più di 1 miliardo di euro. In passato il piano casa serviva a condonare le case abusive dei furbetti, il Movimento 5 Stelle vuole mettere in sicurezza le case degli italiani.

Oggi le regole europee impediscono che i fondi di coesione siano utilizzati per ricostruire le case dei privati. Un governo serio si farebbe rispettare in Europa e, vista la drammatica situazione che investe tutto il Paese, chiederebbe regole nuove e in sintonia con i bisogni del Paese. Gli enti locali targati Pd e centrodestra hanno il record europeo di sprechi, ritardi e frodi. Il loro è un fallimento pianificato perché la ‘corsa alla spesa’ dei fondi europei porta a progetti fantoccio e interventi d’emergenza che avvantaggiano come sempre gli imprenditori amici. Il Movimento 5 Stelle propone un capillare piano di interventi di prevenzione volto alla ristrutturazione del patrimonio edilizio italiano con criteri antisismici.

di Rosa D’Amato

“In Italia la cultura della prevenzione non esiste. Fare prevenzione significa costruire e ristrutturare con rigidi criteri antisismici. L’Europa mette a disposizione 2,3 miliardi di euro per mettere in sicurezza gli edifici strategici (scuole, ospedali, ponti, patrimonio culturale) ma anche per realizzare sistemi di prevenzione e allerta precoce. Per non disperdere queste risorse in mille rivoli, serve un piano di pochi semplici punti che preveda la massima trasparenza possibile sui meccanismi di appalto e sui successivi lavori.

Per liberare questi fondi bisogna spezzare però le catene dei vincoli di bilancio imposti da Bruxelles. L’Europa sarà sempre matrigna se non concede lo scorporo dal Patto di Stabilità dei fondi strutturali. Molti Comuni non possono usarli perché, a causa dei tagli, non hanno a disposizione i fondi per il cofinanziamento. Le regole europee ostacolano, così facendo, l’erogazione dei fondi che l’Europa stessa mette a disposizione. È assurdo!

La prevenzione deve essere una priorità di governo ed enti locali e invece le quattro Regioni coinvolte nel sisma (Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo) hanno previsto in sei anni appena 93 milioni di euro in riduzione del rischio sismico. Analizzando il programma operativo della Regione Umbria si scopre che per la giunta amministrata dal Pd non è “prioritario” difendere il proprio territorio dal rischio sismico: i fondi previsti sono oggi pari a ZERO! Queste quattro Regioni devono subito rinegoziare con la Commissione europea gli accordi di partenariato. Gli obiettivi negoziati nel 2014 sottostimavano e sottovalutavano il rischio terremoto. Bisogna investire di più nella prevenzione.

E i Comuni coinvolti nel sisma? Analizzando la programmazione 2007-2013 si scopre che ad Accumoli gli unici fondi europei investiti riguardano i progetti di formazione, ad Amatrice gli stanziamenti sono andati a una scuola che poi è crollata, a Montereale i progetti previsti ammontano a 2,3 milioni ma nessuno è destinato alla riduzione del rischio sismico, Pescara del Tronto non risulta nemmeno nella lista dei Comuni che hanno utilizzato i fondi di coesione.

In Italia serve una classe dirigente nuova che metta il rischio terremoto come obiettivo prioritario e che si faccia rispettare in Europa. Per mettere in sicurezza le case degli italiani servono fondi e cittadini onesti. Non propaganda!” (di Rosa D’Amato)

Apple deve risarcire le PMI

Apple deve risarcire le PMI

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Il Movimento 5 Stelle si è sempre battuto per l’eliminazione dei “tax rulings“, ovvero quegli accordi “speciali” tra multinazionali e Governi che portano vantaggi sleali ad entrambe le parti. L’impresa di turno giova di una tassazione speciale applicata tramite una sede in uno dei paradisi fiscali del mondo (Irlanda, in questo caso, ma soprattutto Lussemburgo e altri). Il Governo incamera i soldi delle aliquote agevolate che altrimenti non vedrebbe mai, in quanto la sede in cui l’azienda genera il profitto è fuori dai confini nazionali.

Questa pratica è uno dei mestieri più vecchi del mondo ed è in essere anche all’interno degli Stati membri dell’Unione Europea, che continuano a farsi concorrenza sleale tra il silenzio generale. Vi ricordate cosa successe col caso lussemburghese del presidente Jean-Claude Juncker? Le colpe, come abbiamo più volte evidenziato, sono da dividere in entrambe le parti. La commissaria europea Margrethe Vestager ha compiuto un’azione giusta e coraggiosa, ma solo per metà.

I soldi che Apple deve risarcire non dovrebbero tornare in Irlanda, in quanto proprio questo Paese ha sempre incentivato l’elusione con meccanismi fiscali oscuri. Allo stesso modo, è assurdo che le multinazionali rifondano il Lussemburgo, o – uscendo dall’Europa – le Isole Cayman. Ad essere truffate, in primis, ci sono le milioni di PMI che pagano la tassazione corretta (e asfissiante) nel posto in cui effettivamente generano la loro ricchezza. Sono loro a dover essere risarcite.

Marco Valli, portavoce M5S in Europa: “Apple è solo una delle centinaia di grosse aziende che usa questi schemi elusivi in Europa, mentre le piccole aziende chiudono per fisco eccessivo. La lotta alla grande elusione ed evasione fiscale dovrebbe essere una priorità della politica internazionale – per evitare l’ineguaglianza -, ma la volontà risolutiva ad oggi è scarsa a causa dei forti interessi in gioco.

Il Movimento 5 Stelle ritiene che la Commissione europea non sia in grado di affrontare questa sfida come priorità, vista la condotta incentivata in Lussemburgo per un ventennio dal Presidente Jean-Claude Juncker. Bisogna assolutamente agire ex ante con regole e non ex post con sanzioni, affinché le aziende paghino le tasse laddove svolgono realmente l’attività.

Oltre il danno la beffa: con questo sistema sanzionatorio (attraverso la disciplina degli aiuti di Stato) vengono premiate doppiamente le nazioni che hanno incentivato queste condotte immorali. La multa di Apple infatti la intascherà il Governo irlandese e non gli Stati che hanno subito l’elusione fiscale“.

#ItaliaIngolfata dal Governo. Stiamo perdendo il treno delle zero emissioni

#ItaliaIngolfata dal Governo. Stiamo perdendo il treno delle zero emissioni

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L’Italia è il Paese europeo in cui si muore di più a causa dell’inquinamento dell’aria: ben 84.400 decessi l’anno, su un totale di 491.000 in tutti i 28 Stati membri. Dunque, quale sarebbe a rigor di logica il Paese che dovrebbe investire maggiormente nel rinnovo del parco macchine? L’Olanda, ovviamente. Che sarebbe sul punto di vietare la vendita delle auto a benzina (e gasolio) fissando il primo paletto già dal prossimo 13 ottobre. Lo stop definitivo potrebbe poi essere preceduto da pesanti tasse e limitazioni alla circolazione dei veicoli a carburanti fossili. Un settore che, in seguito al caso Volkswagen e all’ignavia del Parlamento europeo, sta arrancando per riconquistare la credibilità e la fiducia dei consumatori. Mentre oltreoceano le “class actions” minacciano di far lievitare ulteriormente la multa record comminata dall’EPA alla casa tedesca.

Non c’è ancora una data precisa, ma si parla del prossimo autunno per la definitiva accelerazione della norma a “zero emissioni” in discussione al Parlamento olandese. Tutto questo avviene mentre il Movimento 5 Stelle sta ancora aspettando che il ministro Graziano Delrio riveli i contenuti delle indagini ministeriali sulle soglie di inquinamento delle auto diesel. E intanto, per non farci mancare proprio nulla, il Governo non ha ancora preso alcuna decisione per rafforzare la lotta all’inquinamento, anzi, al Consiglio dell’UE, si è schierato dalla parte di chi ha introdotto ulteriori scappatoie per consentire alla case automobilistiche di ritardare l’abbattimento degli inquinanti, già possibile con le tecnologie esistenti.

Probabilmente l’esecutivo ha adottato la politica del visionario Sergio Marchionne – divenuto in un battibaleno amico di Matteo Renzi, tanto da sostenere il suo impresentabile referendum -, che qualche giorno fa ha voluto ribadire la sua contrarietà a investire sulle auto elettriche: troppo costose. Un pragmatismo sconcertante viste le premesse di cui sopra, che si scontra con altre dichiarazioni rese recentemente secondo cui servirebbe un’etica nella finanza e nei mercati. Insomma, molta confusione e – se ce lo permettete – una totale mancanza di visione a lungo termine. La stessa atroce malattia di cui soffre il non eletto Governo italiano.

Il dato di fatto è che le case automobilistiche hanno violato le regole con la complicità degli organi istituzionali comunitari e nazionali che gliel’hanno consentito, mentre il numero dei morti in Europa continuava a crescere e le stazioni di monitoraggio della qualità dell’aria rilevavano costanti aumenti di emissioni inquinanti. Oggi la portavoce Eleonora Evi ha l’occasione di ribadire la verità in faccia a uno dei responsabili del disastro: l’ex commissario europeo – tedesco – per le imprese e l’industria Günter Verheugen (dal 2004 al 2010). Un futuro diverso è possibile: intanto, se Graziano Delrio non ha nulla da nascondere, si allinei alla trasparenza che viene richiesta dopo uno scandalo che non solo coinvolge il settore automobilistico, ma ha anche ripercussioni gravissime sulla qualità dell’aria, sulla leale concorrenza tra imprese e, soprattutto, sulla salute dei cittadini.

La commissione EMIS – misurazione delle emissioni nel settore automobilistico – di oggi:

Parlare al cellulare costa di più: dite grazie al Pd #TariffaPd

Parlare al cellulare costa di più: dite grazie al Pd #TariffaPd

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Purtroppo non è uno scherzo telefonico. Tim, Vodafone, H3G e Wind hanno aumentato tariffe, aggiunto costi e nuove fatturazioni: stanno spalmando su tutti i clienti l’eliminazione fittizia del roaming. Il Movimento 5 Stelle lo aveva denunciato con forza al Parlamento europeo: il roaming è uscito dalla porta e rientrato dalla finestra più caro di prima. L’Autorità per le garanzie nelle telecomunicazioni ha aperto un procedimento sanzionatorio nei confronti di tre delle quattro compagnie.

I deputati del Pd che festeggiavano la fine del roaming sapevano cosa votavano? O semplicemente avevano fatto l’ennesimo favore alle lobby delle compagnie telefoniche? Sia nell’uno che nell’altro caso a pagare sono i consumatori e tutti quelli che utilizzano il cellulare.

Il roaming non sparirà dal 2017 così come solennemente promesso, ma sta cambiando nome e destinatari. In passato lo pagava solo chi usava il proprio telefono all’estero, adesso le compagnie telefoniche lo stanno spalmando su tutti i loro clienti, anche verso chi il cellulare all’estero non lo usa mai. Com’è possibile?

Ecco i 3 trucchi ideati dalle grandi compagnie telefoniche e supinamente recepiti nel nuovo regolamento sulle comunicazioni elettroniche nel mercato unico digitale, approvato dal Parlamento europeo lo scorso 26 ottobre 2015 con il voto favorevole dei deputati europei del Partito Democratico.

TRUCCO 1. Roaming indiretto per tutti.

A partire dal 2017 il mercato europeo delle comunicazioni digitali cambierà volto. Ogni compagnia telefonica nazionale pagherà agli altri operatori (B2B) per il roaming dei propri clienti in altri Paesi dell’Unione. Facciamo un esempio: la signora Maria va a Londra per il fine settimana e il suo cellulare una volta atterrata si collega alla rete telefonica della compagnia inglese X. Finito il fine settimana X chiede alla sua compagnia telefonica italiana Y il “conto” del traffico dati utilizzato da Maria durante il suo viaggio. Questo canone B2B che Y deve a X verrà spalmato da Y su tutti includendolo nei diversi piani tariffari di tutti i suoi clienti. Il roaming cambia nome e natura ma non sparisce: le grandi compagnie di telecomunicazioni scaricano i mancati profitti del vecchio roaming su tutti i cittadini, anche su quelli che non viaggiano mai. Questa è una socializzazione opaca di tutti i costi di roaming, altro che mercato libero!

TRUCCO 2. Ecco quando il roaming ritorna

Per evitare la fuga verso gli operatori dell’Europa dell’est che hanno piani tariffari molto convenienti, le compagnie potranno fissare un tetto massimo di giorni di utilizzo del cellulare all’estero, oltre al quale il roaming tornerà magicamente a pagamento. Si chiama “profilo di utente medio” e stabilisce la media, secondi gli studi delle stesse compagnie, dei giorni trascorsi all’estero dagli italiani che hanno un cellulare. Sopra questa media l’addebito specifico di roaming al cliente ritornerà, con un supplemento al minuto approvato dalle Authority delle telecomunicazioni. Facciamo un esempio: se gli operatori italiani decideranno che il “profilo di utente medio” è di 20 giorni all’anno trascorsi all’estero, a chi ne trascorre 25 l’addebito per roaming riapparirà a partire dal ventunesimo giorno. E’ una fregatura per tutti gli studenti Erasmus o quelli che si recano spesso all’estero per lavoro.

TRUCCO 3. Le deroghe per le compagnie che sbagliano i conti

Poiché il nuovo mercato delle telecomunicazioni presenterà delle incognite (vedi Truffa 1 – l’operatore farà una stima di quanto roaming B2B dovrà pagare per spalmarlo nei suoi piani tariffari), gli operatori sono riusciti a fare inserire nella legislazione una deroga: se le loro perdite diventano insostenibili (cioè se alla fine dell’anno i suoi clienti hanno viaggiato più del previsto e i costi di roaming per gli altri operatori crescono più del previsto) d’accordo con le Authority nazionali, potranno essere ritoccati i piani tariffari dei clienti retroattivamente, chiedendo un secondo sovraccarico specifico di roaming al proprio cliente. Facciamo un esempio: Maria vive a Sanremo ma ogni tanto si sposta a Cannes. Sottoscrive un piano tariffario con X e si adatta al “profilo di utente medio”, cioè non viaggia più del tetto stabilito. Maria pensa di non pagare il roaming in Francia ma la compagnia telefonica X ha fatto male i conti. X potrà chiedere a Maria un canone aggiuntivo rispetto a quanto pattuito nel suo piano tariffario. Con questa norma si perde definitivamente la trasparenza del mercato delle telecomunicazioni a tutto vantaggio della discrezionalità dell’operatore e dei suoi profitti.

Gli italiani non meritano questa #TariffaPd. Twittate anche voi l’hashtag.

#TariffaPd

Sfrutta il terremoto per ricucire il Pd

Sfrutta il terremoto per ricucire il Pd

di Luigi Di Maio

Mi lascia sgomento un Presidente del Consiglio, che poche ore fa ha guardato negli occhi i sopravvissuti dell’ennesimo terremoto, e adesso pensa di sfruttare la tragedia per ricucire il #Pd affidando l’incarico di Commissario per la ricostruzione a Vasco Errani. Gestisce un’emergenza con le logiche del congresso di partito. Incredibile!
E farebbe sorridere se non facesse incazzare che Renzi prima lascia trapelare il nome di Errani e poi dopo fa appello all’unità. L’unità dovrebbe esserci sulle scelte.
Qualcuno mi ha criticato perché nelle ore successive al terremoto ho subito dichiarato che avremmo controllato euro su euro, carta su carta per evitare una seconda L’Aquila o una seconda Emilia.
Preferisco essere criticato oggi per aver messo in dubbio la scelta di chi gestirà i fondi, piuttosto che pentirmi quando i nodi verranno al pettine.
Non abbassiamo la guardia.
I due sciacalli, che erano contenti per il sisma de L’Aquila, ridevano al telefono qualche ora dopo il terremoto, non qualche mese dopo.
I cittadini che incontro in questi giorni per strada mi dicono tutti la stessa cosa: “Controllate! Non ci fidiamo di loro”. Ed hanno ragione.
Gli sciacalli sono in agguato, sono quelli che hanno lucrato sulla ristrutturazione degli ospedali e delle scuole che si sono sbriciolati.
Nel Paese più corrotto d’Europa, un Governo dovrebbe prendere le migliori decisioni nell’interesse di tutti, invece non ce la fanno: anche questa volta cercano di trarne un vantaggio politico.
Vasco Errani non può essere il commissario al terremoto del Centro Italia. È in politica dal 1983, è stato governatore dell’Emilia Romagna per ben 3 volte (nonostante la legge ponesse un limite di due mandati) ed è già stato commissario per il terremoto in Emilia nel 2012.
Ora serve un profilo al di fuori del sistema dei partiti. Una persona scelta per competenze, non per appartenenza politica. Renzi hai già perso la prima occasione di fare le cose per bene!

I soldi per la ricostruzione (ad oggi) non ci sono

I soldi per la ricostruzione (ad oggi) non ci sono

di Barbara Lezzi

Bisogna fare chiarezza sulle dichiarazioni di Matteo Renzi e Renzo Piano che stanno inondando, in questi giorni, i media nazionali creando legittime aspettative nelle popolazioni del centro Italia colpite dal terremoto.
I messaggi che passano sono tutti molto postivi ed ottimistici e, Dio solo sa, quanto sia necessario l’ottimismo dopo una tragedia di queste dimensioni.
I sopravvissuti non devono essere allontanati dai loro territori e devono tornare nei luoghi in cui abitavano. Questo affermano Renzi e Piano e su questo siamo tutti d’accordo.
Più in particolare, Renzo Piano ha spiegato che i tempi della ricostruzione sono più lunghi e, a chi gli ricorda che gli osservatori internazionali rimproverano all’Italia mancanza di risorse, corruzione, leggi troppo complicate, cose che ostacolano anche la prevenzione antisismica, lui risponde “Voglio però smentire subito almeno un luogo comune, quello sulla mancanza di risorse. No, le risorse ci sono eccome. E’ evidente che il Patto di Stabilità europeo consente flessibilità straordinarie per calamità atroci come questa, quando sono in ballo le vite umane, la sicurezza nazionale“.
No, Senatore Renzo Piano, le cose non stanno esattamente così, sottolineo che l’Europa concede un aiuto limitato attraverso il Fondo di Solidarietà EU per le spese pubbliche sostenute dagli Stati membri per INTERVENTI DI EMERGENZA e che il Patto di Stabilità Europeo consente di escludere i costi a BREVE TERMINE in risposta alle catastrofi maggiori, perché vengono considerati misure one-off escluse dagli sforzi di bilancio.
Fatte queste doverose premesse, e se lei, Renzo Piano, non vuole diventare lo specchietto per le allodole di Renzi e strumento di propaganda del governo, dal momento che i soldi per la ricostruzione ad oggi non ci sono, e glielo dico da componente della commissione bilancio del Senato, La invito a incontrarci il 1 settembre a Montecitorio dove saremo in commissione congiunta per affrontare quest’argomento in presenza del sottosegretario De Vincenti. In quest’occasione, mi auguro si stabiliscano tempi certi per la stima dei danni, un cronoprogramma per la realizzazione delle opere e soprattutto mi auguro che vengano individuati criteri, risorse e i fondi necessari per la ricostruzione al fine di riportare nel più breve tempo possibile, con i fatti, le persone colpite nelle loro case.

Il taglio degli stipendi per i terremotati

Il taglio degli stipendi per i terremotati

Il taglio degli stipendi per i terremotati

di Gianni Maggi, capogruppo Movimento 5 Stelle Regione Marche

Il Gruppo Regionale del Movimento Cinque Stelle delle Marche ha deciso di destinare ai comuni della regione colpiti dal terremoto 100.000 euro accantonati grazie al taglio dello stipendio dei Consiglieri Regionali.

La somma destinata a finanziare progetti urgenti e concreti concordati con i Sindaci, avrà una destinazione vincolata e il controllo diretto dell’intero iter procedurale, dalla gara al collaudo finale.

E proprio per svolgere un controllo diretto al complesso processo di ricostruzione, il gruppo consiliare M5S della regione Marche ha chiesto l’istituzione di una commissione speciale regionale che elabori le proposte e definisca una strategia condivisa in collaborazione con le istituzioni locali, i cittadini e le associazioni di categoria.

Vigilare affinché ogni euro stanziato dallo Stato, dalla Regione o devoluto da privati cittadini sia speso in piena trasparenza e per soddisfare le esigenze più urgenti della gente è un altro modo di esprimere la solidarietà alle popolazioni colpite dal sisma.

 

Terremoto: servono risposte sensate, non contentini

Terremoto: servono risposte sensate, non contentini

Terremoto: servono risposte sensate, non contentini

di MoVimento 5 Stelle

Siamo ancora tutti sconvolti per la tragedia del terremoto che ha colpito Amatrice, e il Paese intero è costretto a chiedersi ancora una volta: si poteva prevenire questo disastro? Si poteva fare qualcosa PRIMA, in modo che danni e vittime fossero in numero almeno più contenuto se non irrisorio?

Sono domande che da anni ci poniamo, quando il terremoto colpisce puntualmente il nostro territorio destinato dalla geologia ai flagelli sismici. Domande alle quali non c’è mai una risposta sensata, condannati come siamo a un loop di stupore/disgrazia/stupore che somiglia sempre più ad un brutto incubo.

Nel momento del panico, delle macerie, si parla di pannicelli caldi come le “agevolazioni fiscali” (ovvero, miseri abbuoni sulle tasse per gente che ha perso tutto), o di “sospensione dei mutui” (che verranno richiesti senza pietà dopo qualche mese o anno, su case ormai ridotte in polvere). E poi si è coniata la magica locuzione “dopo-terremoto”, astutamente messa lì – fateci caso – a sostituire la parola “ricostruzione” che fa venire i sudori freddi a qualsiasi governo.
Non siamo più ai tempi del Friuli, nel 1976, quando il Paese spese l’equivalente di 18 miliardi di euro per ricostruire case e paesi degli indomiti friulani: oggi si stanziano miseri 50 milioni per una minestra e una tenda, e per il resto si fa capire che è meglio che ci pensiamo da soli, dato che lo Stato non esiste più. O meglio: esiste solo per andare a pietire due soldi di sforamento in Europa, sforamento che ci viene prontamente negato perché le aree colpite non sono industrializzate, non fanno PIL, insomma i borghi del ‘300 non valgono nulla agli occhi dei burocrati europei.

Eppure le risposte sensate alle nostre domande ci sarebbero eccome, risposte da dare non nel momento del panico mettendo inutili toppe qua e là, ma quando l’emergenza non c’è. Risposte tecniche, piani articolati, sistemi di messa in sicurezza che siano capaci di guardare al futuro e di spezzare il loop.

Il MoVimento 5 Stelle, finora all’opposizione, ha sempre lavorato in questo senso, provando in tutti i modi a inserire negli insensati interventi legislativi del governo emendamenti, mozioni, ordni del giorno, tutti tesi ad amministrare e gestire il rischio. Perché siamo consapevoli che il più grande cantiere del Paese (contrariamente a quello che pensa la “premiata ditta” Delrio&Vespa) non è l’intervento post sismico ma la messa in sicurezza del nostro territorio.
A questo link ad esempio c’è la nostra proposta di legge completa sul dissesto idrogeologico e il rischio sismico; abbiamo fatto approvare emendamenti per la mappatura degli edifici a rischio, abbiamo proposto che in ogni comune ci sia un ufficio tecnico con la presenza di almeno un geologo; con la nostra risoluzione abbiamo proposto che si impartisse la cultura del rischio per chi vive in zone sismiche (come si fa ad esempio in Giappone dove i terremoti sono di entità ben maggiore dei nostri); nella legge delega per la riforma della Protezione civile abbiamo ottenuto alcune importanti vittorie, che il governo ancora non ha messo in pratica: forme di microcredito agevolato utilizzabili per favorire il superamento dello stato di emergenza, introduzione del concetto di filiera corta nell’ambito del reperimento delle forniture di beni di prima necessità, di servizi e di materiali necessari nelle diversi fasi dell’emergenza.

Abbiamo anche dato spazio alla ricerca nel settore della difesa dai disastri naturali, introducendo la partecipazione e la collaborazione delle università e degli istituti di ricerca alle attività di protezione civile.
Inoltre è stato accolto il nostro emendamento sulla revisione e valutazione periodica dei piani comunali di protezione civile. Tutte iniziative importanti a cui chi governa e detiene la maggioranza non ha dato seguito. Basti pensare che nello Sblocca Italia sono state inserite detrazioni fiscali anche per la messa in sicurezza sismica degli edifici…ma come al solito mancano le circolari ed i decreti attuativi o le linee guida con cui capire come classificare gli edifici al fine di usufruire delle detrazioni!

La sfida più grande che ci viene posta è una sfida che nessun Paese al mondo fronteggia: quella di mettere in sicurezza un patrimonio artistico inestimabile, antichi borghi, costruzioni secolari o millenarie che rappresentano il nostro tesoro nazionale insieme ai loro abitanti. Non esistono Giappone o California che debbano affrontare una sfida simile. La possibilità di vincerla l’abbiamo: i nostri ingegneri, architetti, geologi sono più che all’altezza.
Il M5S, quando sarà al governo, li metterà al lavoro fuori dalle emergenze e da golosi appalti, perché una volta per tutte non si parli mai più di immani tragedie ma solo di sismi.

 

Economia felice

Economia felice

Economia felice

In questo momento storico, in cui un sistema economico-sociale, basato sul profitto e sulla crescita indiscriminati, che sta dominando l’intero pianeta e mina le fondamenta della vita stessa, è necessaria una presa di coscienza collettiva per promuovere un vero cambiamento culturale.

A Firenze domenica 2 Ottobre, giornata mondiale della nonviolenza, dedicata a Gandhi, si terrà VIII Conferenza e Raduno Internazionale dell’Economia della Felicità, la prima volta in Italia. Saranno presenti pensatori d’eccezione e attivisti di livello mondiale dall’India, dal Brasile, dagli Stati Uniti, dall’Inghilterra, dalla Francia, con il sostegno e la partecipazione di innumerevoli associazioni e movimenti italiani.

Sarà questa un’occasione unica per riflettere assieme per allontanarsi da un’economia della crescita guidata dalle multinazionali e muoversi verso economie locali al servizio delle persone e del pianeta. Allo stesso tempo sarà un’occasione per scoprire le iniziative che hanno luogo in tutto il mondo, fonti d’ispirazione per riappropriarsi delle nostre economie, comunità ed ambienti naturali.

Il programma include presentazioni, discorsi, tavole rotonde, con i leader mondiali della localizzazione e della decrescita: Helena Norberg Hodge, Serge Latouche, Maurizio Pallante, Rob Hopkins, Vandana Shiva, Rossano Ercolini. Interverrà inoltre Carlo Sibilia, membro del direttivo, che ha già partecipato, riscuotendo notevole successo, alla III edizione della Conferenza a Bangalore.

Le precedenti sette edizioni hanno avuto tutte un enorme successo. Sono state accolte come grandi fonti di ispirazione e come antidoto contro la rabbia e il senso di impotenza che caratterizza questo periodo.

Il cambiamento partirà dal basso, dalla partecipazione e dal contributo di ognuno. Partecipa e sostieni anche tu l’evento.

 

Nessuno ha più fiducia nel Bomba #datiIstat

Nessuno ha più fiducia nel Bomba #datiIstat

Nessuno ha più fiducia nel Bomba #datiIstat

di MoVimento 5 Stelle

I dati Istat sulla fiducia di imprese e consumatori ad agosto confermano che la cattiva salute del Pil – fermo tra aprile e giugno – non sarà passeggera. L’indice di fiducia delle imprese torna addirittura ai livelli del febbraio 2015 (99,4 dal 103 di luglio). I consumatori seguono a ruota, e nel mese corrente l’indice per le famiglie scende a 109,2 (dal 111,2 di luglio). Se consumatori e imprese navigano nel pessimismo è perché il Governo non dà segnali di voler cambiare direzione. Al di là delle battaglie retoriche contro l’austerità, infatti, il Bomba è pronto a varare l’ennesima legge di stabilità lacrime e sangue per rispettare i vincoli di bilancio europei.

Il M5S denuncia da anni l’assurdità di questi vincoli, che impediscono allo Stato persino di investire seriamente nella prevenzione sismica, con gli effetti che sempre più spesso siamo costretti a verificare. All’Italia mancano come l’ossigeno gli investimenti industriali e infrastrutturali. Senza essi le imprese non possono che affidarsi alla domanda estera, che tuttavia è in costante calo. Per questo motivo l’economia arranca: sul lato interno le famiglie italiane sono prigioniere dei contratti precari, delle ricorrenti crisi bancarie e delle privatizzazioni dei servizi fondamentali, mentre sul lato esterno rallenta l’espansione in Cina e la Grecia è pronta a ripresentare il conto della folle austerità. In questa situazione è impossibile per le imprese vendere ciò che producono, assumere nuovo personale e fare investimenti in ricerca e innovazione. Ne conseguono i licenziamenti di massa, il crollo del gettito fiscale e il fallimento delle stesse imprese.

Per tenere in piedi il bilancio pubblico mentre la base economica reale si sta dissolvendo ci sono solo due vie: investire direttamente nella ripresa economica o spremere ancor più cittadini e imprese. Il Bomba ha scelto da tempo la seconda soluzione, abbellendola con qualche inutile bonus.

Dopo la fortunata congiuntura internazionale del 2015 (petrolio in calo, euro debole e manovre monetarie di Draghi) nel 2016 il Bomba è nudo, e non può far altro che nascondere i disastri dell’economia dietro il referendum costituzionale. Sta ai cittadini italiani decidere se archiviare o meno questa pagina infelice della nostra Repubblica.

 

Le grandi manovre dietro il #Ttip e il #Ceta

Le grandi manovre dietro il #Ttip e il #Ceta

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Le parole del vice cancelliere Sigmar Gabriel, che ha definito il Ttip un negoziato fallito, fanno ben sperare ma non sono risolutive. Il sipario sul Ttip calerà solo quando gli Stati membri ritireranno il mandato negoziale alla Commissione europea e invece nell’ultimo Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, Juncker ha chiesto e ottenuto dai 28 Capi di Stato la conferma del loro sostegno con un voto di fiducia.

Il Movimento 5 Stelle vigilerà fino a quando non ci sarà la parola fine su questo trattato pericoloso per l’economia europea e per la salute dei cittadini. Le grandi manovre delle lobby sono appena iniziate. Se il Ttip infatti rallenta, il suo gemello – il Ceta – invece accelera. La Commissione europea vuole bypassare il Parlamento europeo e quelli nazionali per applicare provvisoriamente il Ceta a tempo indeterminato con il sì della maggioranza qualificata del Consiglio europeo, che potrebbe arrivare già in ottobre. Se fosse così, le grandi multinazionali che vogliono occupare il mercato europeo avranno mani libere: dietro al Ceta si nasconde, infatti, il grande rischio che passino dal Canada prodotti agricoli e alimentari Made in Usa, dove gli standard ambientali e sanitari sono molto bassi. A questo punto, il Ttip non servirebbe più a nulla e potrebbe essere anche abbandonato…

Tuttavia, le parole del vice cancelliere Gabriel sono importanti e seguono quelle di Hollande. Il fiato sul collo dei cittadini sta dando i primi frutti. Le manifestazioni nelle piazze di tutta Europa si sono moltiplicate e sono state molto più partecipate del previsto. Secondo un sondaggio, meno del 20% dei tedeschi è favorevole al TTIP e il prossimo 17 settembre sono annunciate nuove proteste in tantissime città tedesche.

VIDEO. Ecco perché il Movimento 5 Stelle si oppone al Ttip, il trattato fatto su misura delle multinazionali. INFORMATI!

L’ANALISI. I portavoce al Parlamento europeo Tiziana Beghin e Dario Tamburrano spiegano le grandi manovre attorno al Ttip e il Ceta.

IL TTIP RALLENTA

“Il negoziato per il TTIP è di fatto definitivamente fallito. A pronunciare il de profundis del trattato transoceanico è stato il vice cancelliere e ministro dell’economia tedesco Sigmar Gabriel durante un’intervista concessa alla rete televisiva pubblica Zdf.

Il rappresentante dell’SPD ha sottolineato come in 14 round negoziali non si sia trovato un accordo in nemmeno 1 dei 27 capitoli che compongono il trattato. Dice Gabriel: “Gli europei non possono capitolare di fronte alle richieste degli statunitensi”.

Sebbene in questi casi sia sempre saggio andare con i piedi di piombo, la certezza è che il castello confezionato da lobby e multinazionali sta inesorabilmente crollando!” (di Tiziana Beghin)

IL CETA ACCELERA

“Il contestatissimo trattato di libero scambio CETA fra UE e Canada – il gemello minore del TTIP – troverà presto attuazione provvisoria a tempo indeterminato (cioè anche in perpetuo) per dribblare l’indispensabile approvazione da parte dei parlamenti nazionali e del Parlamento Europeo: questo, almeno, è il piano della Commissione Europea rivelato dalla testata giornalistica Politico. Si creerà così un precedente per l’applicazione dell’indigeribile TTIP e soprattutto (come nel caso del referendum olandese sui rapporti fra UE ed Ucraina) l’Unione Europea renderà completamente ininfluente la volontà espressa dai cittadini o dai loro rappresentanti. Ovvero, seppellire la democrazia senza compilare il certificato di morte.

Come il TTIP, il CETA antepone i profitti ai cittadini e all’ambiente, apre alla privatizzazione dei servizi pubblici, permette alle grandi società di far causa ai Governi in caso di leggi contrarie ai loro interessi.

Le trattative per il CETA sono state condotte dalla Commissione Europea. Per l’entrata in vigore è richiesta l’approvazione del Consiglio UE (formato dai ministri degli Stati membri), del Parlamento Europeo e di tutti i 38 parlamenti nazionali e regionali dell’UE, poiché durante il summit UE del luglio scorso i capi di stato e di governo hanno riconosciuto che il CETA è un trattato commerciale “misto”, ovvero tocca anche materie di competenza degli Stati membri e non solo dell’UE. La Commissione Europea avrebbe preferito definire il CETA come un trattato di esclusiva competenza UE: in questo caso l’approvazione dei parlamenti nazionali e regionali non sarebbe stata necessaria.

Per applicare provvisoriamente il CETA a tempo indeterminato basterà il sì da parte della maggioranza qualificata del Consiglio UE, che potrebbe arrivare già in ottobre. In base ad un documento interno della Commissione di cui Politico.eu ha diffuso il leak, l’unico ostacolo è ora stabilire se escludere dall’applicazione provvisoria del CETA alcune parti del trattato, e quali: vari Stati vorrebbero lasciare da parte il capitolo relativo agli investimenti, che come il TTIP contiene il sistema ICS: si tratta della clausola ISDS (la possibilità di far causa ai Governi in caso di leggi che danneggiano i profitti) con ritocchi esclusivamente cosmetici.

In Italia nessuno sta parlando di tutto questo. In Germania, dove si susseguono iniziative e dimostrazioni contro il CETA, 100.000 cittadini hanno firmato un ricorso con lo scopo di far dichiarare incostituzionale il trattato”. (di Dario Tamburrano)

Spezziamo l’equazione Europa-Euro

Spezziamo l’equazione Europa-Euro

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Unire le figure di Angela Merkel, Francois Hollande e Matteo Renzi con quella di Ventotene è un’assurdità, un ossimoro da non ripetere. Il Manifesto di Ventotene “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”, è un documento per la promozione dell’unità europea scritto da Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Ursula Hirschmann tra il 1941 ed il 1944 durante il periodo di confino presso l’isola di Ventotene, nel mar Tirreno. Accostare quello che è uno dei fondamenti dell’Unione Europea con i tre personaggi che maggiormente stanno contribuendo alla sua distruzione è stato, purtroppo, uno squallido spettacolo a cui abbiamo dovuto assistere. L’Europa immaginata nel corso della Seconda Guerra Mondiale da questi visionari parlava di sfide, di prospettive, di un futuro nel quale non ripetere gli stessi errori, un avvenire costruito mettendo da parte gli egoismi più beceri.

Oggi il confronto è impietoso: Spinelli-Renzi; Rossi-Hollande; Hirschmann-Merkel. Tre leader che non sono capaci di immaginare un futuro diverso, senza prospettive o alternative. Oggi l’Europa soffre una divisione lacerante tra Nord e Sud, una separazione che possiamo anche definire “inevitabile” per il tessuto sociale, economico, storiografico. Di questa inevitabilità l’Europa non ha voluto colpevolmente tenere conto: con la complicità dei Governi (quello italiano eletto da nessuno) le differenze sono prese a martellate da istituzioni e regolamenti creati per distruggere e separare, non per unire. Parliamo della Troika, di direttive come il bail-in, del MES o del Fiscal Compact e, naturalmente, della moneta unica. Uno strumento, quest’ultima, divenuto l’arma di ricatto perfetta e che – come ricorda Stiglitz – acuisce le differenze e mina alla radice l’intero progetto europeo.

Pensare a un futuro senza moneta unica e, al contempo, senza la distruzione dell’intero progetto europeo è oggi un atto doveroso. Il Movimento 5 Stelle rifiuta l’equazione per cui si identifica la moneta Euro con l’Unione Europea: dire che l’Europa è l’Euro è un’offesa ai processi politici che l’hanno generata, vuol dire calpestare la memoria dei padri fondatori.

Eccovi alcuni spunti dell’intervista ai portavoce Carlo Sibilia e David Borrelli comparsa su “Il Sole24Ore” lo scorso 21 agosto 2016.

«Il M5S non ha mai detto un no secco all’Europa», sostiene il deputato Carlo Sibilia, uno dei cinque componenti del direttorio. «Ci siamo presentati nel 2014 alle europee proprio per cercare di modificare alcune cose. D’altronde, se l’Europa ora non fa due più due dopo lo scossone Brexit non ci sarà molto spazio per le forze politiche che non vogliono cambiare». A Strasburgo i pentastellati hanno votato contro la risoluzione post-Brexit insieme a Farage, Le Pen e sinistra radicale. David Borrelli, co-capogruppo con Farage del gruppo Efdd, difende la scelta: «I cittadini inglesi hanno deciso di uscire dall’Europa e per noi è giusto che non sia l’Europa a decidere i tempi dell’addio: sarebbe un’ingerenza».

IL REFERENDUM
Che cosa succederebbe dunque se i Cinque Stelle andassero al governo? Sibilia conferma la volontà di dare la parola ai cittadini con un referendum consultivo «sull’adozione di una nuova moneta nell’ordinamento nazionale in sostituzione dell’euro», come proposto dal disegno di legge costituzionale di iniziativa popolare presentato in Senato a giugno 2015 (atto S 1969). Il ddl, finora sostenuto soltanto dalla Lega, fa leva sugli articoli dal 139 al 144 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, che distingue tra i Paesi che hanno aderito volontariamente alla moneta unica e quelli “con deroga”, come Danimarca e Regno Unito e come tutti quelli entrati successivamente, dalla Svezia alla Romania. Secondo i Cinque Stelle, anche in assenza di una disciplina specifica sul “passo indietro”, è sempre possibile per gli Stati aderenti chiedere il passaggio al regime con deroga ai sensi dell’articolo 139 del Trattato, previa determinazione del tasso di cambio tra la nuova moneta e l’euro.

L’EUROPA NON È L’EURO
Spiega Sibilia: «Per noi la vera domanda è: vogliamo identificare l’Europa con la moneta unica? Io rifiuto questa equazione. Dire che l’Europa è l’euro è un’offesa ai processi politici che la hanno generata: significa ammettere che la moneta è un metodo di governo». Spietata la diagnosi: «Io credo che l’euro abbia fatto il suo tempo e che non ci saranno tragedie se lo abbandoniamo. È una moneta troppo forte rispetto alla nostra economia. Abbiamo perso il 26% di industria manifatturiera, abbiamo iniziato ad acquistare all’estero e a dismettere la produzione interna». Borrelli rincara: «Noi siamo per l’Europa della condivisione, il nostro programma era ed è lavorare per tornare a una comunità europea dove gli Stati si aiutino tra loro, dove ci sia libera circolazione di cittadini e merci. L’eurobond, mettere in comune il debito, vuol dire più Europa».

IL NODO DEL DEBITO
La tesi del M5S è che sia quindi possibile uscire dall’euro e lavorare per recuperare lo spirito dell’Unione delle origini. Riprendendosi la sovranità monetaria e il controllo sul debito. Osserva Sibilia: «L’Italia è strozzata da un debito pubblico a quota 2.200 miliardi. Non possiamo accettare che continui ad aumentare all’infinito perché lo dobbiamo a un gruppo di banche private che possono acquistare titoli di Stato». Secondo i Cinque Stelle, i 3.100 miliardi di interessi sul debito accumulati in trent’anni sono una «mostruosità», fondi sottratti ai servizi primari, dalle pensioni alla sanità: continuare significa smantellare lo stato sociale. Nel mirino finisce la Bce, «un privato – afferma Sibilia – che decide la quantità di euro che circola: la cessione è di fatto un prestito agli Stati a zero tassazione per i privati che la emettono. Io vorrei che l’Italia iniziasse a riassicurare il primato della politica sulla gestione economica. Non possiamo permetterci di fare riforme come il Jobs Act o come la legge Fornero perché dobbiamo rientrare nei parametri europei, rispettare i patti di stabilità e il Fiscal Compact». Che i Cinque Stelle guardano come il fumo negli occhi: «Lacci e lacciuoli – li definisce Borrelli – che asfissiano il nostro Paese».

LA BANCA PUBBLICA
La soluzione, a loro avviso, sta nel ritorno alla moneta emessa dallo Stato, con Bankitalia ripubblicizzata (una proposta di legge in tal senso è già stata presentata) che torni prestatore di ultima istanza. Gli interessi richiesti, insieme all’avanzo primario positivo – è la tesi – consentirebbero ai tassi di restare sotto controllo e di tenere a bada il panico da spread. Il resto lo farebbe la ripresa. Ma i Cinque Stelle non chiudono la porta neppure alla vecchia ipotesi di un euro a due velocità, un’alleanza dei Paesi del mediterraneo con economie simili che possano condividere politiche industriali, fiscali, immigratorie. «Lo offriamo come elemento di discussione», dice Sibilia. «Italia, Germania, Europa non sono gli Usa. Non siamo un’economia di multinazionali: in Italia il 98% del tessuto produttivo è costituito da piccole e medie imprese. Dobbiamo salvaguardarle, mentre finora le abbiamo devastate».